mercoledì 1 novembre 2017

VACCINI E... RIFORMA DEL TRAFFICO


VACCINI E... RIFORMA DEL TRAFFICO




Lavoravo in Svezia nel settembre del 1967 quando venne attuata la riforma del traffico stradale per cui dalla guida a sinistra si passò alla guida a destra in uso nel resto dell'Europa continentale. La mattina di domenica 3 settembre il traffico si fermò dovunque per 5 minuti, poi tutti i veicoli si portarono sul lato destro della strada a loro opposto (foto). Il cambiamento era ben organizzato e non ci furono incidenti degni di nota.

La riforma era necessaria (troppi gli incidenti causati dagli automobilisti svedesi in Europa e da quelli europei in Svezia) ma non popolare. L'opinione pubblica era contro il cambiamento e un referendum tenuto anni prima aveva mostrato che la maggioranza era favorevole a mantenere la guida a sinistra. Ricordo che nelle discussioni pubbliche, anche accese, tenute in precedenza ci fu qualcuno che, forse per ridurre la tensione, criticava il carattere totalitario della riforma e per burla suggeriva di introdurla gradualmente, ad esempio col fare qualche eccezione come permettere ai tassì di continuare a circolare a sinistra almeno per un po’. 

Senza rendersi incontro dell’incongruenza d’una richiesta analoga sono quelli oggi contrari alla obbligatorietà dei vaccini che considerano lesiva delle libertà individuali. Essi esordiscono di regola col dire che sono “favorevoli ai vaccini” ma che sono contrari a imposizioni ed obblighi. Opinioni riassunte da un sociologo (prof Ivan Cavicchi) nel programma televisivo “La Gabbia” del maggio 2017. Cavicchi è un sociologo dotato come i suoi confratelli di un considerevole “os rotundum” che, dopo aver premesso (bontà sua) di essere favorevole alle vaccinazioni, criticava una frettolosità che vedeva nel decreto ministeriale: vaccinare sì ma prima "dobbiamo dire come stanno le cose, non limitarci alla campagna di vaccinazione… bisogna fare dei programmi di formazione, bisogna coinvolgere le scuole, coinvolgere i genitori…” eccetera eccetera. 


"Dum Romae consulitur…”: il problema è che nel tempo in cui si mette in atto il programma di formazione suggerito dal professore "coinvolgendo scuole e genitori" una quantità di persone incolpevoli, specie bambini in età scolare tra cui gli immunodepressi per ragioni mediche, sono esposti a essere infettati da coetanei non vaccinati. I bambini non vaccinati per trascuratezza sarebbero equivalenti ai tassì svedesi cui è ancora permesso di circolare a destra secondo la proposta fatta per burla da qualche buontempone. Con la differenza che questi tassì sono immaginari e non fanno danni talvolta irreparabili mentre invece…



domenica 15 ottobre 2017

OMEOPATIA SCREDITATA MA AGOPUNTURA NO. PERCHE'?




C'è da chiederselo. Perché se l'omeopatia si basa su scienza malintesa ma concepibile al tempo della sua invenzione, l'agopuntura si fonda su superstizione che per natura non è mai ammissibile.
Come scrive il fisico, storico della scienza Robert Park nel libro "Superstition", una tecnica dell'agopuntura è quella di correggere la presentazione podalica del nascituro applicando una erba (Artemisia) scaldata all'angolo esterno del quinto dito del piede. Perché proprio questa erba, perché proprio quel dito? Perché si è sempre fatto così, spiega Park. Ora, si può immaginare una misura terapeutica più improbabile e cervellotica di questa? Con quale meccanismo può la stimolazione per mezzo di un'erba riscaldata di un particolare dito del piede regolarizzare la posizione intrauterina di un nascituro? Eppure sono stati fatti lavori diciamo così scientifici per verificare questa ridicola ipotesi e l'agopuntura è oggi utilizzata per la promozione del parto fisiologico nella medicina cosiddetta integrata promossa da alcune amministrazioni regionali italiane.
Da Popper in poi la falsificabilità è un attributo indispensabile di ogni  teoria scientifica: per essere riconosciuta tale la teoria deve poter essere mostrata falsa se è falsa. Riguardo all’omeopatia ciò è possibile dato che per questo intervento è concepibile un placebo adeguato (granuli senza principio attivo) il che rende possibili studi randomizzati e a doppio cieco. Invece, a causa della sua insanabile irrazionalità, l’agopuntura non ammette alcun placebo utilizzabile per studi controllati. La ragione ce la spiega il medico californiano Howard Moffet. Come per ogni intervento terapeutico, dice Moffet, il test di efficacia dell'agopuntura si dovrebbe basare sul raffronto tra il risultato ottenuto dal gruppo trattato con agopuntura "vera" con quello dal gruppo trattato con agopuntura "falsa" (placebo). Ora, si chiede Moffet, su quali basi biologiche agopuntura "vera" e agopuntura "placebo" (1) dovrebbero essere differenti? Forse perché i punti di stimolazione "sbagliati" e quelli stimolati nel trattamento "corretto" sono quelli indicati dall'"antica sapienza cinese"? Cioè concepiti in tempi di superstizioni prescientiifiche, ad esempio quando si credeva che l'eclissi di sole fosse dovuta a un gigantesco drago celeste che ingoiava l'astro? E' chiaro che ogni volta che si mettono a confronto due modi di applicare gli aghi il ricercatore deve spiegare perché i due tipi di intervento sono diversi. Altrimenti siamo di fronte solo a uno spreco di fatiche e di risorse. Questo è il caso dell'agopuntura in cui manca il fondamento logico  per rifiutate l'ipotesi zero Ho.
Ed è, come appare, proprio quello che sta avvenendo. Lo studioso di scienza Simon Singh ha chiesto un parere sull'impiego in clinica dell'agopuntura a 19 clinici per lo più appartenenti al mondo anglosassone (UK, US, Australia) tra cui un premio Nobel per la medicina. Di essi non uno, dico uno, che attribuisca all'agopuntura una qualche utilità. L'esperto in medicine non convenzionali Edzard Ernst riassume bene la situazione così: "La presente ricerca in questa area è per la maggior parte pseudoricerca avente lo scopo di promuovere più che di testare l'agopuntura".


1. Nel gruppo placebo gli aghi vengono infissi in punti non "prescritti" per la condizione da trattare dai manuali di agopuntura.

domenica 24 settembre 2017

UNIVERSITA’ E PSEUDOMEDICINE

UNIVERSITA’ E PSEUDOMEDICINE

"Nessuna di esse è scienza neppure sforzando al massimo l’immaginazione […]. Non sono insegnate come storia della cultura o come strano fenomeno sociologico ma come scienza (David Colquhoun farmacologo britannico).

Un motivo (tra i tanti) di confusione per il pubblico è che terapie discutibili come le medicine non convenzionali vengono attualmente insegnate in università europee accanto a materie legittime. Un esempio. Nell’autunno del 2015 è cominciato all’Università di Firenze un corso master di medicina “integrativa”  della durata di due anni avente tra le materie agopuntura e medicina tradizionale cinese. Uno dei quattro docenti principali era Rudy Lanza noto per dirigere in altre sedi corsi dove si insegna tra l'altro a curare i pazienti con i Fiori di Bach e a utilizzare un metodo diagnostico totalmente screditato quale l’iridologia. Nota bene: queste terapie (forse meglio chiamarle “interventi” all’inglese dato che la loro utilità è ancora da provare) sono intese come medicine a tutti gli effetti cioè provviste di efficacia specifica e quindi da utilizzare per curare i pazienti.
Il filosofo spagnolo Miguel de Unamuno chiamava l’Università di Salamanca di cui era rettore “tempio dell’intelletto”. Oggi si pensa alle università in modi meno reverenziali ma resta immutata la norma che in queste istituzioni non si debbano dare per vere cose non vere. Così non è permesso dire agli studenti di fisica che un corpo può spostarsi a velocità maggiore di quella della luce, a quelli di lettere che la poesia di Saffo appartiene al genere epico, a quelli di filosofia che Hume è un pensatore idealista eccetera. Le università sono per antonomasia sedi di retta conoscenza e legittimità scientifica. Non vi si può raccontare ogni cosa che salta in mente, la libertà d’insegnamento non c’entra affatto.
Ciò è ben noto e le università quando insegnano qualcosa hanno l’effetto di convalidarla presso l’opinione pubblica, esperti in materia compresi. Occorre però distinguere tra insegnamento “di” qualcosa e “circa” qualcosa. Nel nostro caso una università potrà ragionevolmente tenere lezioni su materie quali omeopatia e medicina tradizionale cinese trattandole come parte della storia della medicina, come fenomeno sociologico, come paradigma di pseudoscienza ma non come mezzo da usare in clinica.
Che simili corsi diffondano dubbia scienza è palese e non occorre molto per dimostrarlo. Qualche prova per chi stenta a convincersene. Il già citato David Colquhoun, appellandosi al “Freedom of Information Act” britannico, ha ottenuto da alcune università del Regno Unito materiale didattico al riguardo. Ecco due domande di esame del corso di omeopatia rese note da Colquhoun sulla rivista scientifica “Nature” (22-3-2007):

1. “Descrivete i medicamenti a base di zolfo usati contro il prurito causato dalle punture di insetti. Parlare dei vari modi di applicarli.”
2. “Psorinum e zolfo sono rimedi psorici. Discutere i modi con cui i sintomi di questi rimedi riflettono la loro natura miasmatica.”

Ambo i quesiti sembrano destinati a esaminandi dell’ottocento quando era ancora ignota la genesi batterica delle malattie infettive, si operava senza anestesia e si pensava che la malaria fosse causata dai miasmi delle acque putride. Infatti la prima domanda faceva parte dell’esame di clinica medica per gli studenti di medicina britannici del 1863. Ma la seconda? Rientra in un esame del corso di omeopatia  dall’Università di Westminster, anno di grazia 2006.
Ecco il testo di due diapositive (ce ne sono molte altre simili) proiettate a una lezione di terapie alternative tenuto dalla stessa università. La prima dice (corsivo originale):

“IL CAMPO ENERGETICO UMANO
Il campo energetico umano o aura include numerosi stati complessi e interdipendenti di energia vibrante.
Si tratta però più che di energia perché: tutto quello che sei, tutto quello che sei stato e tutto quello che potrai essere è compreso nel tuo campo energetico.”

Che vorrà dire? In ogni caso se il campo energetico viene turbato la salute sarà a rischio. Ce lo spiega la seconda diapositiva:

“CAMPI ENERGETICI DISTORTI
Producono ostruzione al flusso di energia che danneggia la nostra aura
Svuota, secca, produce uno squilibrio nella nostra energia.
Questo squilibrio energetico può condurre a sintomi fisici e senso di malessere mentale e emozionale.”

Ora che esista un campo energetico umano  è da dimostrare e parlarne in una università come se fosse cosa reale non sta in piedi.
Prendiamo la medicina tradizionale cinese (MTC), materia di insegnamento anche in corsi italiani. Un esempio: chi frequenta il corso di MTC all’università del Middlesex viene a sapere che la pensosità esagerata è dovuta a una milza “annodata” (“knotted”) e, passando dalla psicosomatica alla pediatria, che i bambini sono “puro yang”.
Le domande di esame rispecchiano per capacità di sorprendere il materiale didattico. Ecco un quesito a scelta multipla tratto da un esame del corso in MTC tenuto all’Università di Salford nel 2009:

“In caso di scarsezza di Jing renale quale dei seguenti è più improbabile:
a. Infertilità
b. Dolori articolari
c. Poca memoria
d. Gonfiore delle articolazioni
e. Sensazione di ronzio”

Probabilmente la risposta appropriata è non darne alcuna.
Si dirà che le pratiche della MTC vanno giudicate nel contesto di questa dottrina. Di nuovo, ciò ammissibile da un punto di vista storico ma quando ci sono di mezzo dei malati non esistono contesti diversi: l’unica medicina consentita è quello della realtà dei fatti. Fatti che si chiamano biochimica, anatomia, fisiologia ecc, insomma le sole materie di cui si può legittimamente parlare ai futuri medici. Così la domanda precedente presuppone una energia vitale (il Ying) e il vitalismo è oggi una teoria non più rispettabile dell’astronomia geocentrica, dell’etere elettromagnetico, della generazione spontanea, delle sfere cristalline di Aristotele per dirne alcune. Concezione quindi campata in aria sicché non sembra ragionevole conferire un diploma di carattere scientifico a chi imbrocca le risposte a domande del genere.
Corsi post laurea sulle medicine non convenzionali vengono tenuti in diverse università europee ma è un costume che va indebolendosi. Limitandoci al Regno Unito, veniamo a sapere che l’Università di Westminster ha annullato l’insegnamento dell’omeopatia tenuto per anni. La stessa cosa ha fatto nel 2009 l’Università di Salford annunciando anche l’intenzione di abolire un programma di medicina tradizionale cinese mentre l’Università del Lancashire Centrale (UCLAN) ha cessato nel 2008 di conferire diplomi di omeopatia. L’Università Napier di Edinburgo ha abolito un corso su erbe medicinali e nel 2010 l’Università di Buckingham (l’unica università privata del Regno Unito) ha smesso di accreditare il master di medicina integrata istituito appena un anno prima. Altre università britanniche avvertono la pressione delle critiche e sono sulla difensiva. Così la stessa UCLAN ha commissionato una revisione dei propri corsi di medicina non convenzionale mentre altri istituti quali l’University Campus di Suffolk aggirano l’accusa di insegnare pseudoscienza conferendo diplomi non di medicina ma di arte. E in Spagna è stato chiuso di recente il master in omeopatia tenuto per molti anni all’università di Barcellona mentre master sullo steso soggetto avevano già chiuso i battenti alle università di Cordoba, Sevilla e Saragozza.  
Le cose stanno cambiando anche da noi. Un motivo indiretto sono le recenti vertenze sanitarie quali il pasticcio Stamina e la controversia sui vaccini che hanno mostrato a quali problemi si può andare incontro abbandonando le regole della scienza. Di recente (2016) il dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa ha annunciato un corso master per farmacisti dal titolo “La nuova farmacia tra salute e benessere” con approfondimenti su “prodotti cosmetici, medicinali omeopatici e prodotti per la medicina complementare, fitofarmacia e marketing sanitario”. L'idea è stata criticata come un tentativo di sdoganare cure irrazionali e il chimico Marco Malvaldi, ricercatore presso la stessa università, l'ha definita come un "permesso a degli imbonitori di parlare in Ateneo”. Gli organizzatori si sono difesi sottolineando il carattere informativo e non educativo del corso. Il problema si è risolto da sé poiché due iscritti ci hanno saggiamente ripensato ritirando la loro partecipazione e facendo scendere il numero dei partecipanti sotto il minimo indispensabile di 15.
Difficile che il materiale dei corsi italiani sia diverso da quello dei britannici, lo si può arguire dalle pubblicazioni e conferenze tenute in passato dai loro docenti. Né può essere altrimenti perché le materie di studio, basandosi su superstizioni prescientifiche e eccentriche filosofie naturali sono refrattarie a ogni sviluppo e progresso pena il loro travisamento. Ad esempio secondo la medicina tradizionale cinese (MTC), le scaglie di pangolino sono utili contro l'eccessiva eccitabilità. Per quale ragione? Difficile dirlo, forse perché dalla apparente imperturbabilità di questo pacifico animaletto si è dedotta la presenza nei suoi tessuti di un misterioso principio tranquillizzante trasferibile per via orale. Ora, come lavorare su una terapie basata su presupposti del genere? Impossibile applicare ad essa i metodi di verifica e nonché le modificazioni necessarie a cui va incontro ogni cura degna di questo nome. Tra l’altro, nessun ricercatore serio di metterebbe, pena il ridicolo, a studiare una cura basata soltanto su una analogia e l'analogia, come dice l'immunologo Peter Medawar, deva trovarsi alla fine e non all'inizio d'una successione di pensieri. Si tratta dunque di una superstizione inutilizzabile e capace solo di danneggiare una specie animale in pericolo estinzione. Altro che un esempio di "antica saggezza da valorizzare" come si legge nelle introduzioni ufficiali a questi corsi.
Ancora, perché ostinarsi a insegnare cure che non "funzionano" come omeopatia e agopuntura? Prendiamo l'agopuntura, oggetto immancabile di questi corsi. Nel gennaio del 2017 lo scrittore scientifico Simon Singh ne ha chiesto un giudizio a 20 accademici incluso un premio Nobel in medicina ricevendone risposte sempre negative e pareri concordi nell'attribuire qualsiasi eventuale azione favorevole all'effetto placebo: una situazione analoga a quella dell’omeopatia su cui continuano a accumularsi studi clinici negativi. In ambo i casi la domanda d’obbligo è: perché ostinarsi a mettere alla prova due interventi medici chiaramente inefficaci? Qui viene in mente il mostro di Loch Ness rammentato da J Coyne nel libro “Facts and Faith" (Penguin 2015) a proposito di ipotesi impossibili: Se passi anni e anni cercando il mostro, perlustrando il lago in lungo e in largo, ispezionandolo ad ogni profondità a bordo di un battello sottomarino e continui a non trovare niente, che sorta di conclusione sensata puoi trarre? Concludi che omeopatia e anche agopuntura sono semplicemente inefficaci, oppure alzi le mani in segno di disperazione e dici: potrebbero funzionare, non ne sono sicuro? Ma, si sa, come dice il Manzoni, "l'errore non vive quel tanto che può vivere […] se non a forza di sapersi guardare dalle insidie della logica". 
Il continuare delle pubblicazioni qualificate che negano l'efficacia delle medicine non convenzionali più diffuse ha indotto la tendenza a legittimare queste interventi con altri mezzi, ad esempio “mimetizzandoli” entro corsi, meeting in cui vengono trattate discipline più accreditate come antropologia, sociologia, storia della medicina. Un esempio è il recente (2016–2017) master di sistemi sanitari tenuto alla Università di Milano–Bicocca ove accanto a materie sociologiche e amministrative come la struttura del welfare sanitario si trattano medicine tradizionali e non convenzionali. Oppure facendone tema di simposi in istituzioni di prestigio quali il Senato della Repubblica come di recente è avvenuto con l'infelice convegno del 2016 su "Le Medicine Tradizionali, Complementari e Non Convenzionali nel Servizio Sanitario Nazionale per l’uguaglianza dei diritti di salute…" che aveva anche lo scopo del finanziamento pubblico col pretesto della uguaglianza dei diritti alla salute.

La verità prima o poi salta fuori ed è arguibile che queste medicine fasulle cadranno in disuso o per lo meno non verranno più insegnate in sedi qualificate. Più difficile sapere quanto tempo ci vorrà. 

lunedì 26 giugno 2017

SCIENZE IMMAGINARIE E FALSE MEDICINE



SCIENZE IMMAGINARIE E FALSE MEDICINE


BACINO SULLA BUA

Ce lo dava la mamma oppure la tata, tutti da bambini ne abbiamo sperimentato l’effetto immediato sul dolore da abrasioni e ammaccature. La amenissima rivista americana “Annals of Improbable Research” ha pubblicato nel 1995 un immaginario studio clinico con tanto di rigorosi controlli che documentava in modo inoppugnabile il valore curativo del bacino sulla bua.
Va aggiunto che questa terapia (dottamente denominata “osculatoria”) è ancora più efficace se viene accompagnata da una cantilena ad hoc come quella in uso in Toscana cha inizia con “Bua bua, guarisci…”

“CARGO CULT” (SCIENZA DA)

Durante la guerra contro il Giappone gli americani crearono nelle isole del Pacifico basi militari che rifornivano con un flusso continuo di aerei cargo. Grande fu quindi il disappunto delle popolazioni locali quando, finita la guerra, smontati gli aeroporti e rimpatriate le guarnigioni, gli aerei smisero di arrivare e, con loro, il ben di dio che trasportavano.
Per propiziare il ritorno degli aerei, gli abitanti di alcune isole pensarono di costruire nuovi aeroporti che facessero da richiamo ai grandi uccelli meccanici e così fecero approntando piste rudimentali, torri di controllo fatte di legno, antenne radar di bambù ecc. Insomma delle volenterose e passabili imitazioni di aeroporti, magari da lontano indistinguibili da essi, che però non ebbero successo: gli aerei cargo continuarono a non farsi vedere.
Il fisico Feynman cita questo curioso fatto (la cui autenticità non è del tutto certa) per introdurre il concetto di “scienze da cargo cult”, scienze immaginarie cioè che seguono le forme esteriori della scienza ma non i principi di essa e quindi destinate all’insuccesso proprio come gli aeroporti posticci che rimasero deserti.
Assomiglia alla "fata del dentino" qua sotto.

"FATA DEL DENTINO" (SCIENZA DA)

Nella tradizione dei paesi anglosassoni questa fata “acquista” dai bambini il dente di latte appena caduto. Prima di addormentarsi i piccoli mettono il dentino sotto il guanciale e al risveglio trovano al suo posto una moneta. Harriet Hall è una dottoressa americana che ha ideato il concetto di “scienza da fata del dentino” (“tooth fairy science”). Quando si studia un fenomeno, dice la Hall, viene considerata una quantità di fattori. Nella supposta conversione in soldi del dente di latte si può indagare se la moneta lasciata dalla fata ha maggiore o minor valore in rapporto alle fasi lunari, a seconda se il dentino è avvolto o no in un fazzoletto, se si tratta di un incisivo invece di un molare eccetera. In questo modo si ottiene una messe di dati con cui fare grafici, tabelle, statistiche. Tuttavia, quello che alla fine avremo imparato sarà senza valore perché non abbiamo accertato in primo luogo se la fata benefica esiste veramente.

FARFALLE E MALTEMPO

Nel film “Havana”, Robert Redford, nei panni di un giocatore d’azzardo  internazionale chiede pensoso all'affascinante rivoluzionaria cubana Lena Olin: "Può il battito d’ali d’una farfalla in Brasile causare un tornado nel Texas?"
Il significato della domanda (che nel film rimane senza risposta) sta nel cosiddetto effetto farfalla, una ipotesi riguardante spesso la meteorologia per cui un evento insignificante all’inizio può innescare una catena di fenomeni naturali sempre più importanti fino a raggiungere le dimensioni di una catastrofe. Esiste un ramo della matematica chiamato teoria del caso che studia questa ipotesi in diverse condizioni. Calcolare però in anticipo l’effetto finale di una catena d’eventi che non hanno tra loro un esclusivo rapporto causa–effetto si è rivelato molto arduo e questa difficoltà fa sì che la teoria del caos costituisca oggi una forte obiezione al determinismo cioè alla dottrina per cui ogni fenomeno o evento del presente è strettamente determinato da fenomeni o eventi precedenti.
Per ora quindi l’effetto farfalla è allo stadio di teoria ed è stato oggetto di applicazioni scherzose quale una riportata sul già citato Annals of Improbable Research, numero novembre–dicembre 1995. Gli autori, ricercatori alla Università di Losanna, affermano di aver studiato i battiti di ali di 16 farfalle per verificare una eventuale correlazione tra la loro frequenza e il tempo atmosferico di Parigi ove uno dei ricercatori aveva la fidanzata.
Il lavoro possiede in burletta i requisiti di uno studio serio, ad esempio le farfalle, identificate con un numero per rispettarne la privacy, non erano informate della ricerca in modo da non coinvolgerle emotivamente. Ne risultava una significatività statistica tra il battito delle ali di una particolare farfalla (la numero 10) e la pioggia a Parigi con la possibilità concreta di un rapporto causa–effetto. Peccato che questo promettente studio, deplorano gli autori, sia stato interrotto dall’arrivo di un madornale conto del telefono alla amministrazione dell’università in seguito alle lunghissime conversazioni che, approfittando dell’occasione, il ricercatore aveva con la fidanzata parigina. 

Ci sono spunti che collegano queste divertenti pseudoscienze con alcune pseudomedicine. Prendiamo il "bacino sulla bua". Secondo i sostenitori dell’omeopatia, la prova che questo intervento è efficace oltre l’effetto placebo sta nel fatto che esso sembra funzionare anche nei bambini piccoli e negli animali, in soggetti cioè incapaci di concepire l'aspettativa di beneficio responsabile di questo effetto.
Lasciamo stare gli animali e limitiamoci ai bambini i quali, anche se molto piccoli, rispondono al comportamento e alle aspettative dei genitori tanto da beneficiare anch'essi dell'effetto placebo connesso con qualsiasi cura. I genitori che curano i figlioletti con l'omeopatia "credono" in questo intervento e il solo somministrarlo ne allevia l'ansia il che non può non riflettersi favorevolmente sulla psicologia dei piccoli.
Quasi tutte le false medicine cercano di darsi una legittimazione scientifica. Troppo grande fu la scossa data al mondo dell'intelletto quando apparve chiaro che le stelle e i pianeti ubbidivano alle leggi di Newton, e che su queste basi si poteva prevedere la posizione dei corpi celesti a distanza di decenni come la cometa di Halley che ricompariva esattamente ogni 75 anni. Da allora avere qualche lato in comune con la scienza venne considerato un requisito importante di affidabilità.
La meccanica quantistica si presta a dare una veste scientifica a terapie di cui i sostenitori non sanno render conto del meccanismo d’azione. Questa sezione della fisica ha lati difficilmente comprensibili per spiegare i quali occorrono paradigmi scientifici enigmatici tanto che, secondo il fisico Feynman, se qualcuno afferma di averla capita bene vuol dire che in effetti non l'ha capita. La fisica quantistica usa anche una nomenclatura di nuovo conio con termini quali "entanglement", collasso della funzione d’onda, rottura della simmetria, principio di indeterminazione. Concetti che trasferiti arbitrariamente ad alcune dubbie medicine conferiscono loro i caratteri esteriori di scienza: un po' come le piste di atterraggio fasulle, le torri di legno, le antenne radar di bambù cercavano di dare agli aeroporti del "cargo cult" l'apparenza  di aeroporti veri.
Di recente un omeopata esperto di chimica, Lionel Milgrom,  si è improvvisato fisico e ha elaborato una giustificazione quantistica dell'omeopatia per rispondere alla eterna obiezione rivolta a questo intervento, cioè che preparati senza neppure una molecola del farmaco non possono avere un effetto terapeutico. Sforzo lodevole per l'impegno ma bocciato nel merito dai fisici “veri”, uno dei quali ha affermato che le elucubrazioni di Milgrom non erano "neppure sbagliate”. L'insuccesso era prevedibile dato che per poter ragionare correttamente di fisica quantistica occorre conoscere, così dice l'astronomo Carl Sagan, oltre la matematica del liceo, anche il calcolo differenziale e integrale avanzato, le equazioni differenziali ordinarie e parziali, il calcolo vettoriale, alcune funzioni speciali di matematica fisica, la teoria dei gruppi e altro ancora. Studi che richiedono un impegno di norma decennale. E dopo essersi procurato la cornice necessaria per orientarsi nella meccanica quantistica bisogna mettersi a studiarla.   Insomma un corredo di cognizioni che Milgrom non aveva. Questo per dare un'idea di quanto sia pericoloso per chi non è del mestiere improvvisare in un campo minato di questa fatta.
Il termine "quantum" è anche usato come etichetta generica per dare agli occhi del grande pubblico un valore aggiunto ad altre pratiche mediche dubbie. Si hanno così l'agopuntura quantistica, la riflessologia quantistica, la naturopatia quantistica ecc. C'è anche la guarigione quantistica ("quantum healing") del medico indiano Deepak Chopra secondo cui si può guarire da qualsiasi malattia con l'ottimismo e la forza di volontà. 
Accorgimenti che non sono confinati alla medicina: come osserva il matematico Nassim Taleb, ci sono umanisti che usano fuori contesto oltre la fisica quantistica, il principio di incertezza, il teorema di Gödel, l’universo parallelo eccetera per far credere che ila propria produzione sia in regola con la scienza. 
E la "scienza da fata del dentino"? Un caso tipico è la grande quantità di lavori che studiano gli ipotetici "meccanismi d'azione dell'agopuntura". Ne sono esempio le numerose indagini di risonanza magnetica funzionale del cervello (fMRI) e quelle sul livello di oppioidi fisiologici e di neurotrasmittori quali la serotonina durante il trattamento con agopuntura. Ancora maggiore è la quantità di studi sulle numerose variabili di questo intervento (localizzazione degli agopunti, penetrazione o no degli aghi, uso di altri mezzi di stimolazione quali semplici stecchini di legno appuntito, erbe riscaldate come nella moxibustione, corrente elettrica, laser). Ci sono anche lavori che si servono della teoria del caos per dosare propriamente l’elettroagopuntura che però non hanno avuto seguito.  
Ma che senso ci può essere a studiare i "meccanismi d'azione" di un intervento medico quando non siamo per niente sicuri che quell'intervento ha di per sé una qualche attività specifica? Perché quanto più si accumulano i lavori clinici sull'agopuntura tanto più si rafforza la convinzione che abbiamo a che fare con una procedura atta a provocare un effetto placebo e null'altro. L'agopuntura infatti fallisce secondo il metro di giudizio chiave di ogni prova clinica: il raffronto con i controlli: qualsiasi falsa agopuntura venga escogitata mostra, negli studi di buona qualità, effetti paragonabili a quelli della procedura dichiarata "autentica" .

Sotto questo aspetto, almeno per ora, gli studi riguardanti il funzionamento di questo intervento non sono altro che un vasto capitolo di una "scienza da fata del dentino". Come diceva il moralista e scrittore di scienza Bernard de Fontenelle (1657-1757), è bene assicurarsi che il fatto esiste realmente prima di mettersi a ricercarne la causa ("assurons-nous bien du fait avant de nous inquiéter de la cause").


giovedì 15 giugno 2017

ACQUA, AGOPUNTURA E DIGIUNO

ACQUA, AGOPUNTURA E DIGIUNO

Gil Blas (GB) è il giovane protagonista del romanzo omonimo di Alain Réné Lesage (1668–1747) ambientato nella Spagna del seicento. Uno dei  capitoli più divertenti riguarda il lavoro di GB al servizio del dottor Sangrado di Valladolid che curava i malati con l'acqua, secondo lui un vero toccasana. L'acqua, diceva Sangrado, è un dissolvente universale che sciogliendo tutti i sali ha mirabili effetti sulla circolazione: "Il corso del sangue è rallentato?” L'acqua lo sveltisce. E' troppo rapido? L'acqua ne arresta l'impetuosità."
I risultati però erano cattivi. I malati morivano, del resto non più di quanto facessero quelli curati dagli altri medici della città. La situazione peggiorò durante una epidemia di febbri maligne (così le chiama GB) che colpì Valladolid, nel corso della quale, nonostante le generose dosi di acqua prescritte, accadeva di apprendere già alla seconda visita che il malato era in agonia o addirittura era già morto e sepolto.
Sembra che lo spirito del dottor Sangrado viva ancora a giudicare da una morte avvenuta in concomitanza con l'ingestione di tre litri di acqua al giorno e digiuno prolungato (3 settimane), il tutto corredato da sedute di agopuntura. Un medico aveva ordinato questo trattamento per curare la sclerosi multipla di cui la paziente soffriva.
I fondamenti di questa singolare terapia? Non ci sono, o meglio vanno cercati nel calderone con cui in genere vengono giustificate le medicine non convenzionali/complementari. Ne possiamo leggere alcuni in rete a cura a del dottor Massimo Melelli Roia, il medico che aveva prescritto la cura di cui sopra. Vi si parla della necessità di una visione olistica, "tridimensionale" del paziente da ottenere con l’aiuto della l'iridologia, la lettura del polso secondo l'"antica sapienza cinese", l'agopuntura che "consente di regolare i flussi elettrici dell’organismo", l'attenzione alle vitamine e minerali del paziente per accertarne eventuali "squilibri". E via di questo passo con l'annesso sbaglio di categoria di considerare il corpo una macchina da "ripulire" magari con idrocolon (clisteri), cui cambiare i filtri ecc.
Difficile commentare, viene in mente il Manzoni quando dice che "con un concetto tutto nuvole e nebbia non può esserci né concordia, né contrasto, né nulla". Non è noto se l'ordine dei medici locale sia venuto a conoscenza di questo annuncio e abbia convocato il socio per chiedere chiarimenti su una visione della medicina che non ha riscontri in nessun testo medico accreditato.
La perplessità si attenua leggendo il modo analogo con cui vengono presentate le medicine non convenzionali/complementari in sedi "ufficiali", ad esempio come è avvenuto in occasione del congresso tenuto la scorso settembre nei locali del Senato della Repubblica. Il modo è molto più cauto, ma in sostanza i concetti sono gli stessi. Anche qui viene sottolineato l’approccio olistico di queste cure, l’attenzione al paziente nella sua interezza, la necessaria integrazione tra corpo e mente da ottenersi tra l'altro con alcune delle cure praticate dal medico di Perugia come l’agopuntura e la medicina tradizionale cinese, l’omeopatia, l’omotossicologia. Oppure considerando che queste cure tanto lontane dalla medicina scientifica vengono implicitamente legittimate dai corsi master organizzati da università italiane che ne insegnano la pratica.
E’ questo un pericolo sottovalutato quando si apre alle cure "dolci" – che male c'è? è la domanda ricorrente: l’omeopatia, ad esempio, è di per sé supremamente innocua (l’agopuntura no) e in mani di un medico esperto può essere usata per generare un effetto placebo – anche se la pratica è obiettabile perché comporta un inganno se pur a fin di bene del paziente. Il pericolo è che menti meno critiche di medici trovino allettante la facilità delle terapie irrazionali, prendano queste sul serio e mettano da parte la medicina appresa con gli studi. 



martedì 30 maggio 2017

FALSE MEDICINE E VERE MALATTIE


FALSE MEDICINE E VERE MALATTIE


Sono due entità che per fortuna si incontrano di rado ma quando ciò avviene l'esito è pessimo. L'otite media, ad esempio, è una malattia "vera" e, come tale, capace di complicarsi pericolosamente. Somministrare medicine "false" quali i preparati omeopatici dà l'illusione che qualcosa venga fatto per combattere il male. Ciò ritarda la somministrazione di farmaci efficaci quando ne diviene evidente l'indicazione.

Si sente spesso domandare che male ci sia con le medicine alternative/complementari/integrative ("what's the harm in alternative medicine?"). Anche se fossero inefficaci, questi metodi di cura, si dice, non hanno effetti collaterali, sono graditi ai pazienti, e hanno il beneficio di arrecare un effetto placebo, proprio come le medicine "vere".

Il punto è che le malattie, come ogni fenomeno naturale, hanno regole proprie e sono perfettamente indifferenti alle nostre argomentazioni. A loro non importa se le cure con cui cerchiamo di combatterle sono frutto di sapienza millenaria, se sono riconosciute dall'Organizzazione Mondiale di Sanità, se figurano nei "Livelli essenziali di assistenza" da questa o quella Regione italiana. Le sole misure cui rispondono sono quelle della biochimica e della fisiologia. Così, la penicillina funziona bloccando il meccanismo biochimico che forma la membrana protettiva dei batteri, i farmaci beta–bloccanti curano il glaucoma diminuendo la produzione di umor acqueo da parte del corpo ciliare. Eccetera.

Per quale ragione allora l'omeopatia dovrebbe combattere l'otite dei bambini? Perché così dice Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia, nella suo monumentale opera "L'Organo della medicina razionale": soluzioni ultradiluite in granuli di Arsenicum album, Camomilla, Pulsatilla, Silicea attenuano il dolore e combattono l'infiammazione. Ma questa non è una spiegazione accettabile, anzi non è una spiegazione almeno da Galileo in poi: "Nullius in verba", come dichiara la Royal Society.

Giustificazioni di questo tipo vengono addotte per ogni tipo di medicina complementare. L'agopuntura, si spiega, agisce facilitando il flusso della forza vitale Qi e ristabilendo l'equilibrio tra Yin e Yang. E perché ciò dovrebbe combattere le malattie e produrre altri effetti desiderabili come promuovere la fertilità? Perché così sta scritto nei testi classici di medicina che circolavano in Cina quando a Roma era imperatore Augusto. Ma nessuno sa spiegare come l'agopuntura funzioni dato che l'esistenza del Qi non è verificabile né, tanto meno, se ne può misurare il flusso. Nel linguaggio della scienza, come dice il fisico Robert Park, "Qi has no metric".


Siamo dunque di fronte al nulla e col nulla ovviamente non si può "integrare" niente, medicina compresa. Per di più è un nulla che pretende di essere qualcosa e come tale capace di fare danni alla salute oltre che generare confusione nella testa dei pazienti e, per somma disgrazia, anche in quella di alcuni medici.


domenica 14 maggio 2017

TELEFONI CELLULARI E TUMORI

TELEFONI CELLULARI E TUMORI

Sentenze contraddittorie si sono avute sul ruolo dei vaccini pediatrici come presunta causa di autismo. Qui il ricorso in appello ha corretto errori ma problemi di questo tipo continuano a presentarsi come mostra la sentenza di un giudice del lavoro di Ivrea il quale ha riconosciuto l’uso del telefono cellulare come causa di tumore intracranico condannando l'Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale a un dipendente di Telecom che al lavoro aveva fatto un uso assiduo dell’apparecchio.

La decisione è opinabile ed è stata anche riportata in modo errato dalla stampa, come "Sentenza storica: riconosciuto il nesso tra uso del cellulare e tumore al cervello" (Unità 27/4, 2017) o "Il cellulare provoca il cancro" (La Stampa 21/4, 2017). Chiariamo le cose: in questo caso non si tratta né di tumore al cervello né di cancro bensì di un neurinoma, un tumore istologicamente benigno della membrana isolante che avvolge un nervo (l’acustico) nel suo decorso entro la cavità cranica. A rendere il tumore pericoloso non è tanto la sua natura (essendo benigno si sviluppa lentamente e non dà metastasi) ma il fatto che esso si accresce entro un contenitore rigido comprimendo le strutture nervose circostanti e compromettendone la funzione. Detto questo, è dubbio che il giudice avesse elementi per riconoscere, come ha fatto con una sentenza, che è stato l'uso del cellulare a cagionare il neurinoma del paziente.

Accertare un nesso di causa–effetto è sempre stato difficile. Il greco Democrito (l’autore della teoria atomica della materia) diceva che avrebbe preferito trovare un vero rapporto del genere che diventare re di Persia mentre il filosofo Hume negava addirittura la causalità. Finezze filosofiche a parte, in medicina vengono continuamente accertate correlazioni causali utilissime per la prevenzione di malattie anche mortali, tra le più note quella tra fumo di sigarette e tumore polmonare riportata dall’inglese Richard Doll nel 1950. Certo, un tumore del polmone può svilupparsi in chi non ha mai fumato ma resta il fatto che chi fuma ha 15–30 volte maggiori probabilità di morire di questa malattia di chi non fuma.

E il telefono cellulare come causa di tumori intracranici? Qui non occorreva Sherlock Holmes per fare il seguente ragionamento e diventare subito scettici in proposito. Negli ultimi 30 anni il numero dei cellulari è aumentato a dismisura, solo negli Stati Uniti le utenze sono passate da 340,000 nel 1985 a 327.5 milioni nel 2014. Se il telefono cellulare provocasse tumori questa patologia sarebbe aumentata di pari passo o per lo meno sarebbe aumentata considerevolmente. Invece no, la letteratura medica qualificata ci dice che il numero di questi tumori è rimasto stazionario negli ultimi venti anni o forse leggermente diminuito. Certo, “absence of evidence is not evidence of absence” (l’assenza di prove non è prova di assenza) ma con un materiale clinico così enorme se ci fosse stato un rapporto tumori-cellulari questo sarebbe venuta fuori. E infatti chi sostiene una correlazione causale ricorre spesso al ripiego di dire che "è ipotizzabile” o "non si può escludere" che la colpa sia del telefonino. Ma con questo metro entriamo in un modo magico di cause e concause dove tutto diviene possibile e si può decidere in qualsiasi modo senza pensarci tanto: una babilonia. Tra l’altro non ci sono indizi che le onde elettromagnetiche usate nelle telecomunicazioni causino tumori: esse non sono ionizzanti e non danneggiano il DNA come fanno le radiazioni elettromagnetiche ad alta frequenza quali i raggi X, nota causa di tumori maligni.

Sull’eventuale rapporto tra cellulari e tumori esiste un monumentale resoconto del National Cancer Institute statunitense aggiornato al 27 maggio 2016 che ha rivisto criticamente tre grandi studi epidemiologici in proposito arrivando alla conclusione di dichiarare improbabile un nesso causale. Si tratta di studi molto ampi in cui sono state valutate molte variabili e, come da aspettarsi in simili casi, hanno mostrato qualche associazione marginale, ad esempio un leggero aumento del rischio di glioma cerebrale nel gruppo di soggetti che faceva un uso smodato del cellulare. 

In proposito c’è anche il giudizio del Comitato Scientifico della Commissione Europea sui nuovi rischi sanitari (“European Commission Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks” la quale ha considerato gli studi epidemiologici in proposito e concluso che l’uso del cellulare non comporta un aumentato rischio di tumori del cervello e di altre regioni della testa e del collo.

Per quel che riguarda il neurinoma del nervo acustico sono stati sollevati sospetti di una correlazione ancorché debole con l’uso del cellulare secondo uno studio dell’Università di Oxford smentita però da un successivo studio della stessa Università nel 2103.

Visita la pressoché totale assenza di dati positivi in materia, desta perplessità la sentenza emessa dal Tribunale del lavoro di Ivrea. Molti mezzi d'informazione hanno sottolineato la novità della sentenza come il quotidiano che ha parlato addirittura di “Sentenza Storica dell’Italia” dato che in nessuna altra nazione era stata ancora presa.

C’è da domandarsi però se con la profonda incertezza che perdura in questo campo possiamo trarre dalla vicenda, come sembra si sottintenda, motivo d’orgoglio nazionale dato che non c’è nessun merito a prendere per primi una decisione probabilmente incauta. Negli Stati Uniti sono in vigore i “criteri Daubert" per cui nei processi può essere riconosciuto come prova un dato avente giustificazione scientifica anche se esso non gode dell’appoggio della maggioranza degli scienziati. Leggo che nel 2010 la Cassazione ha accolto questi criteri nella giurisprudenza italiana. Nel nostro caso però non ci sono prove affidabili, neppure una che non sia poi stata smentita. Semplicemente non si sa. Ora l'ignoto è una nozione esistenziale che ha affascinato navigatori e poeti (Baudelaire anelava di partire per l'ignoto) ma non può verosimilmente servire da sostegno a una sentenza giudiziaria riguardante una questione scientifica.

Qui la sola conclusione logica che sarebbe stato bene prendere è dello stesso tipo del “debole parere” di fra Cristoforo secondo cui “non dovrebbero esserci né sfide, né portatori, né bastonate”: con quello che sappiamo, su cellulari e tumori non dovrebbero esserci decisioni. Almeno per ora.





giovedì 4 maggio 2017

GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO E MOSTRATO


GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO


Ripropongo, modificato, un vecchio post del 2013 perché contiene informazioni che non vedo riportate nella presente discussione in proposito.

Grillo (G) non è più ma è stato certamente contrario alle vaccinazioni obbligatorie ed ai vaccini in genere. Ai vaccini ha dedicato nel 1998 una puntata del suo spettacolo "Apocalisse Morbida" cominciando con l'affermare che le vaccinazioni obbligatorie sono 10. In realtà sono quattro (poliomielite, difterite, tetano, epatite B). Quello delle vaccinazioni è un soggetto molto complesso, affetto più che altri dalle incertezze della politica sanitaria. Non entriamo in tutto questo e limitiamoci a trattare un aspetto importante che G sviluppa. G sposa una tesi cara al movimenti "antivax" per cui i vaccini contro alcune malattie infettive, segnatamente quelle dell'infanzia, sono al meglio inutili perché queste patologie tendono a estinguersi spontaneamente. Quando essi non sono dannosi ad esempio, come hanno sostenuto alcuni del suo movimento, favorendo nei bambini l'insorgenza di autismo. 

Dopo una fantasiosa, e, va detto, divertente, descrizione del meccanismo della vaccinazione, G si immagina una specie di congiura internazionale tesa per motivi economici a sostenere l'utilità dei vaccini, e a prova di ciò mostra una diapositiva (sotto) il cui contenuto ho ricostruito.



"Questi sono dati ISTAT" afferma G a mo' di certificazione - anche se sembra improbabile che l'Istituto Italiano di Statistica si metta a contare le malattie infettive americane. in alto. Come si vede, continua a un dipresso G, il vaccino contro la difterite è stato introdotto negli USA nel 1930 e la difterite è scomparsa nel 1950. 

Ma non è merito del vaccino però, stabilisce G. Infatti, se guardiamo l'intero grafico (figura successiva) che, secondo G, "non ci hanno fatto vedere", "la difterite stava scomparendo per i cavoli suoi" (consenso e ilarità del pubblico).


Conclusione: il vaccino contro questa malattia è inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce contro un morente difterite.

Prima di assentire e partecipare al buonumore generale, non sarà male esaminare attentamente la seconda diapositiva. G l'ha tratta con ogni probabilità da un grafico compilato a cura dell'americana National Health Federation. Il grafico originale (figura successiva) è assai più complesso perché, oltre la difterite, riguarda morbillo, scarlattina, tifo e pertosse. In esso però vi è rappresentata non la prevalenza (numero di casi) di queste malattie come G sembra intendere per la difterite – e come anche il suo grafico riporta – ma la mortalità ad esse associata (qui il numero di morti per 100,000 casi). Il che è una bella differenza. In epidemiologia prevalenza e mortalità sono parametri indipendenti, ad esempio il morbo di Ebola ha una mortalità molto alta ma esso per fortuna è rarissimo. 



Dal grafico si vede tra l'altro che, delle cinque malattie infettive, la difterite è nel complesso quella con la più alta mortalità, un carattere che consiglia in modo particolare la vaccinazione. Inoltre, secondo quanto G mostra, la vaccinazione antidifterica fu introdotta in USA nel 1930 mentre dal grafico originale risulta che in quell'anno essa era già praticata da 10 anni. Perché questa manomissione? Forse per celare la recrudescenza avvenuta in quegli anni della malattia che evidentemente non se ne andava "per  i cavoli suoi"? Difficile dirlo.

Grazie ai rapidi progressi della medicina avvenuti nel secolo scorso è solo naturale che la mortalità per malattie infettive stesse gradualmente diminuendo anche prima delle vaccinazioni. Questo non vuol dire però che la difterite stava scomparendo in seguito a un suo ravvedimento nei nostri confronti o perché si era commossa leggendo "Mors. Nell'epidemia difterica", la bellissima poesia in cui Carducci piange la perdita del figlioletto morto, appunto, di difterite.

Essa uccideva meno perché i medici erano diventati più abili a curarne le complicazioni mortali. Che poi le malattie infettive non tendano per loro natura alla estinzione e che i vaccini siano decisivi a farle scomparire lo dicono  esperienza e buon senso. L'igiene e le migliorate condizioni di vita non bastano. Prendiamo la poliomielite, una malattia veramente orribile, terrore dei genitori della prima metà del 900 scomparsa in Italia dopo l'introduzione del vaccino. Impossibile non fremere di commozione vedendo la foto della sala d'un antico reparto di pediatria ove stavano allineati alcuni polmoni di acciaio da ognuno dei quali spuntava il visino di un fanciullo col diaframma paralizzato. 

Secondo G il vaccino contro questa malattia sarebbe inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce su un morente. 

Va detto anche che le ricorrenti epidemie di polio non risparmiavano le società più progredite, anzi si aveva l'impressione che colpissero di più i paesi dove l'igiene e le condizioni di vita erano migliori come le nazioni del Nordeuropa e gli Stati Uniti. 

G non pensa così e infatti aggiunge scandendo le parole: "La poliomielite stava scomparendo per i cavoli suoi", e poi (gridando): "Sabin, il grande scienziato, un Di Bella, uno che non ha venduto nulla [cioè non praticava la medicina per lucro] è morto col dubbio sul suo vaccino. Là dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove no, lo stesso."

A parte che nulla suggerisce che Albert Sabin dubitasse della utilità del suo vaccino, ciò è falso: oggi la poliomielite persiste in forma endemica (quando cioè l'infezione si perpetua senza l'intervento di una causa esterna) in Nigeria, Pakistan e Afganistan: proprio nei paesi ove la vaccinazione generalizzata è ostacolata da arretratezza e da religiosi che vedono in essa uno strumento dell'Occidente per turbare i loro paradigmi. Dando retta a G e ai talebani avremmo tutti da perdere, sia, ovviamente, chi vive nelle zone ove la malattia persiste, sia da noi ove essa è ormai roba del passato: in Italia l'ultimo caso di polio è occorso nel 1982.

Come quello del vaiolo, il virus della poliomielite colpisce esclusivamente l'uomo e quindi la sua eliminazione dalla faccia della terra è tecnicamente possibile come, infatti, è avvenuto per il vaiolo, una malattia dichiarata estinta nel 1980 e il cui virus oggi vive solo in qualche laboratorio. E' immaginabile il pericolo che i paesi progrediti correrebbero smettendo di vaccinare e persistendo nel mondo grandi sacche di questa infezione. Questo perché col passare del tempo sarebbero sempre più numerosi i non vaccinati infettabili e con essi la possibilità che tornino a svilupparsi epidemie di polio in popolazioni che le vaccinazioni degli avi avevano reso indenni. La poliomielite non è scarsamente infettiva come, ad esempio, la SARS: la polmonite virale che a intervalli preoccupa tanto l'opinione pubblica. La poliomielite si diffonde rapidamente ed è facile immaginare il rischio di nuove epidemie anche considerando il costante aumento dei viaggi internazionali, migrazioni e con essi le occasioni di contagio. Tra l'altro, i vaccini non sono come farmaci di sintesi producibili quasi senza indugio su scala industriale. Per farli occorre tempo, ad esempio il vaccino per l'influenza stagionale suina richiede da 4 a 6 mesi. C'è quindi anche il rischio di non avere subito i mezzi per arginare improvvise epidemie.

Di passata Grillo accenna anche alla tossicità dei vaccini dovuta al mercurio del Thimerosal, un antisettico contenente mercurio e usato come conservante in alcune preparazioni farmaceutiche. Esso fu introdotto per impedire la crescita di funghi e batteri dopo un terribile incidente avvenuto negli Stati Uniti nel 1928 in cui morirono di difterite 12 su 21 bambini vaccinati da una fiala multiuso infetta. Ora, siccome "è la dose a fare il veleno"  occorre sapere che secondo la Environmental Protection Agency americana non c'è pericolo ad assumere 0.1 microgrammo di mercurio moltiplicato il peso del nostro corpo in chilogrammi (secondo la Food and Drug Administration il limite è 0.4 microgrammi). E il mercurio del Thimerosal usato nelle correnti preparazioni farmaceutiche è inferiore a queste dosi. Timori oltretutto del passato riguardo ai vaccini pediatrici poiché, almeno in Europa e negli Stati Uniti, essi non contengono più questo conservante.


PS. E' notevole che a distanza di secoli si torni ad avere dubbi sull'utilità delle vaccinazioni i cui benefici furono subito compresi dalle menti illuminate (in verità non tutte) del tempo in cui furono introdotte. Ed era anche stato anche capito il meccanismo della protezione da vaccini. Nell'ode scritta nel 1756 "L'innesto del vaiolo" e dedicata al dottor Gianmaria Bicetti fautore di questa pratica, il Parini spiega che il medico:

 "Del regnante velen spontaneo elegge
  Quel ch'è men tristo; e macular ne suole
  La ben amata prole,
  Che, non più recidiva, in salvo torna."


Chi dice che scienza e poesia non possono andare d'accordo?




domenica 19 febbraio 2017

"Chi disprezza l'omeopatia offende milioni di persone"

"Chi disprezza l'omeopatia offende milioni di persone"

Questo il titolo dell'ultimo post del blog "Noi e Voi" di Repubblica. 
Quindi da ora in poi non si può sconsigliare una cura inefficace nel timore di mancare di rispetto ai pazienti che ne fanno uso specie se essi sono numerosi.

Strano modo di argomentare, perché allora non "Chi dice che la Befana non esiste offende milioni di bambini sotto i sei anni"?