sabato 27 luglio 2013

CURARSI CON LE ERBE, CHAPLIN E "IL MONELLO"


CURARSI CON LE ERBE, CHAPLIN E "IL MONELLO"


Nel vecchio film "Il Monello" Chaplin fa il vetraio e ripara le finestre che il figlioletto ha poco prima preso a sassate. E' utile il lavoro di Chaplin? Sì alla prima perché si vive male in una casa con le finestre rotte, no in definitiva perché generato da una attività in fondo dannosa.


C'è un aspetto che in questo senso accomuna l'attività di Chaplin vetraio con… chi pratica la cura con le erbe o fitoterapia, un  antichissimo metodo di cura molto diffuso ancora oggi. Secondo una indagine condotta dall'ISTAT nei mesi di settembre e dicembre 1999 la fitoterapia era utilizzata da una non trascurabile fetta della popolazione (4.8%) come unico trattamento o in combinazione - spesso con rimedi omeopatici.

Prima di illustrare il perché di questa strana connessione vediamo cos'è la fitoterapia. Che è l'impiego di estratti vegetali non purificati o solo parzialmente purificati invece - come sarebbe la regola della medicina moderna - dei loro ingredienti attivi isolati. Secondo l'ipotesi a sostegno di questa pratica i vari componenti delle piante accentuano il valore curativo del principio attivo in esse contenuto. Sinergismo largamente non dimostrato, tra l'altro il caso opposto, l'antagonismo cioè, non può essere escluso. Si tratta in definitiva di una "protofarmacologia" che non ha più ragion d'essere. Un esempio. Negli anni cinquanta si usava ancora qualche estratto vegetale come quello della digitale nello scompenso di cuore. Ben sapendo la variabilità dell'estratto, ogni soluzione madre veniva di volta in volta titolata per determinare la dose giusta da somministrare. Un gran lavoro che divenne superfluo quando furono disponibili i principi attivi di sintesi.

Debole dal punto di vista scientifico, il fondamento della fitoterapia ha una per noi lusinghiera base culturale il cui nucleo è il concetto di una natura amica dell'uomo considerato lo scopo della creazione. Lo dice il Libro della Genesi ed è condiviso da antichi filosofi. Nel "De Natura Deorum" Cicerone illustra l'idea che gli animali sono stati creati a nostro uso e consumo citando il greco Crisippo (280-207) secondo cui i maiali sono pezzi di carne fatti apposta per le dispense degli uomini e dotati di anima perché non imputridiscano (a quell'epoca non c'erano frigoriferi). Fallace quanto diffuso corollario di questa visione è che tutto ciò che è "naturale" non può essere che buono per l'uomo.

La scienza ha mostrato che il nostro posto nella natura è assai più modesto e adesso crediamo che animali e piante sono oggi come sono per opera della selezione naturale. Nel mondo vegetale una delle tattiche innate di sopravvivenza è l'elaborazione di sostanze irritanti e tossiche per tenere lontani erbivori, parassiti, batteri. E' difficile che queste sostanze indubbiamente "naturali" siano benefiche ed è solo un caso se le piante producono qualcosa di utile alla nostra salute. Il salice continua a elaborare nella sua corteccia l'acido salicilico per scopi propri, certo non per aiutarci a alleviare i nostri dolori articolari. La natura ignora l'uomo al pari di tutto il resto: "ella non vede" come dice Leopardi nella "Ginestra". 

Un altro problema degli estratti vegetali è l'estrema variabilità dei loro componenti. La maggior parte di queste variazioni sono imprevedibili dipendendo dalle condizioni in cui è la pianta cresciuta: tempo atmosferico, tipo di terreno, uso di fertilizzanti ecc. Questo preclude studi appropriati con gli usuali metodi della farmacologia per la semplice ragione che non si sa esattamente cosa si esamina di volta in volta rendendo i ricercatori incapaci di verificare i risultati di altri.

Non sembra che i fitoterapeuti si rendano conto di questa formidabile obiezione, anzi talvolta vantano le ragioni su cui l'obiezione è fondata. In un recente video  http://www.erbatisana.it/ultime/fitoterapia-m-grandi un noto sostenitore della fitoterapia, il professor Maurizio Grandi, elogia poeticamente l'unicità del fitocomplesso paragonandolo a un calice di vino pregiato ove "non c'è un prodotto" ma "centinaia di migliaia [di sostanze] che ancora non conosciamo". Quel vino, continua l'esperto, "ha un bouquet determinato da sostanze traccia che la tecnologia non è neanche in grado di identificare…" e che, tra l'altro, determina il valore (e il prezzo) del vino.

A parte il fatto che oggi è possibile identificare anche singole molecole, questo è un errore simile a quello dello scolaretto che marina la scuola e poi si mette nel sacco da sè pasticciando nella giustificazione la scrittura della mamma. Ma mentre lo sbaglio del piccolo falsario fa tenerezza, l’altro, in bocca a un ricercatore, lascia almeno perplessi. Perché la riproducibilità indipendente è un principio basilare della scienza e la medicina è scienza fino a prova contraria. A parte la regola elementare per cui non si prescrivono medicine che non conosciamo bene.

Una prova tra le tante di questa difficoltà la fornisce l'uso degli estratti di  una pianta erbacea, l'Echinacea (vedi foto), nel comune raffreddore. Secondo un accurato (randomizzato, doppio cieco ecc) studio sugli Annals of Internal Medicine (2010;153:769–77) l'Echinacea è inefficace, come del resto ogni altro rimedio, contro questa ricorrente seccatura. 



"Finis Echinaceae" nella cura raffreddore? Neanche per sogno. Infatti sono subito sorte obiezioni da parte di irritati fitoterapeuti e da autorevoli organismi tra cui la "German Echinacea Commission" e il "Canada's Natural Products Directorate" i quali tra l'altro obiettavano che le subspecie scelta di Echinacea era inappropriata e/o che la parte della pianta usata non era quella giusta. Tutto da rifare dunque, la variabilità insita in questo tipo di rimedi è così grande da renderne pressoché impossibile la standardizzazione e quindi l'uso.

Il misterioso fitocomplesso ricorda in un certo senso la teoria del reticolo nervoso del nostro Camilllo Golgi e la sua disputa agli inizi del Novecento col neurobiologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal, ambedue premi Nobel della Medicina nel 1906 http://namnezia.wordpress.com/2010/09/06/neuronistas-vs-reticularistas/ (vedi qui il loro ritratto in un francobollo delle poste svedesi): una querelle che illustra il fatale vizio della irriproducibilità in scienza. 



Mentre Ramon y Cajal concepiva le cellule della materia grigia cerebrale come individualità connesse da interfacce discontinue (sinapsi), Golgi credeva nell'esistenza di un gigantesco reticolo in cui tutto era connesso con tutto senza soluzione di continuità. Questione difficile a dirimere a quell'epoca poiché lo spazio interposto tra i terminali delle cellule è così sottile (20 millesimi di micrometro - per intenderci un globulo rosso ha un diametro di 6-8 micrometri) da risultare invisibile ai microscopi di allora. Oltre a una serie di osservazioni che lo portarono alla corretta soluzione, Ramon y Cajal, a differenza di Golgi, aveva capito anche l'aspetto logico-filosofico della questione. Come egli dice nella sua autobiografia, la teoria reticolare non poteva concettualmente stare in piedi perché con l'apparenza di spiegare facilmente tutto non spiegava in realtà niente e quel che peggio impediva ogni ulteriore studio sulle connessioni cerebrali. Esattamente come il fitocomplesso secondo il sunnominato professor Grandi: ineffabile e inconoscibile per definizione e quindi impossibile a essere propriamente utilizzato. Una situazione estranea alla scienza

A questo punto occorre finire spiegando il paragone con Chaplin, vetraio abusivo. Al contrario di altre terapie non convenzionali come omeopatia e agopuntura, inefficaci sì ma di regola innocue, i rimedi vegetali sono "vere" quantunque impure medicine capaci di produrre inconvenienti talvolta gravi. Essi costituiscono un mezzo terapeutico che non ha un posto reale nella medicina moderna ma che, per la loro diffusione, interessano la clinica sia per gli effetti tossici che possono causare sia per le interazioni con altri farmaci la cui azione può essere accresciuta o inattivata dall'estratto vegetale.

Le medicine vegetali sono usate da molti pazienti e prescritte da numerosi operatori sanitari su presupposti in parte ideologici e perciò la dissuasione con mezzi razionali è difficile. Tuttavia, gli effetti collaterali dannosi di queste medicine possono essere evitati da informazioni corrette. In questo compito un valido aiuto può venire da fitoterapeuti ben informati i quali assumono così un ruolo paragonabile a quello di Chaplin nel film "Il Monello" la cui utilità è riparare i danni che la sua attività ha poco prima causato.

PS Gran parte del materiale di questo post è tratto da una mia pubblicazione, coautrice Lucilla Zilletti, apparsa nel 2012 sull'European Journal of Internal Medicine

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