giovedì 4 maggio 2017

GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO E MOSTRATO


GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO


Ripropongo, modificato, un vecchio post del 2013 perché contiene informazioni che non vedo riportate nella presente discussione in proposito.

Grillo (G) non è più ma è stato certamente contrario alle vaccinazioni obbligatorie ed ai vaccini in genere. Ai vaccini ha dedicato nel 1998 una puntata del suo spettacolo "Apocalisse Morbida" cominciando con l'affermare che le vaccinazioni obbligatorie sono 10. In realtà sono quattro (poliomielite, difterite, tetano, epatite B). Quello delle vaccinazioni è un soggetto molto complesso, affetto più che altri dalle incertezze della politica sanitaria. Non entriamo in tutto questo e limitiamoci a trattare un aspetto importante che G sviluppa. G sposa una tesi cara al movimenti "antivax" per cui i vaccini contro alcune malattie infettive, segnatamente quelle dell'infanzia, sono al meglio inutili perché queste patologie tendono a estinguersi spontaneamente. Quando essi non sono dannosi ad esempio, come hanno sostenuto alcuni del suo movimento, favorendo nei bambini l'insorgenza di autismo. 

Dopo una fantasiosa, e, va detto, divertente, descrizione del meccanismo della vaccinazione, G si immagina una specie di congiura internazionale tesa per motivi economici a sostenere l'utilità dei vaccini, e a prova di ciò mostra una diapositiva (sotto) il cui contenuto ho ricostruito.



"Questi sono dati ISTAT" afferma G a mo' di certificazione - anche se sembra improbabile che l'Istituto Italiano di Statistica si metta a contare le malattie infettive americane. in alto. Come si vede, continua a un dipresso G, il vaccino contro la difterite è stato introdotto negli USA nel 1930 e la difterite è scomparsa nel 1950. 

Ma non è merito del vaccino però, stabilisce G. Infatti, se guardiamo l'intero grafico (figura successiva) che, secondo G, "non ci hanno fatto vedere", "la difterite stava scomparendo per i cavoli suoi" (consenso e ilarità del pubblico).


Conclusione: il vaccino contro questa malattia è inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce contro un morente difterite.

Prima di assentire e partecipare al buonumore generale, non sarà male esaminare attentamente la seconda diapositiva. G l'ha tratta con ogni probabilità da un grafico compilato a cura dell'americana National Health Federation. Il grafico originale (figura successiva) è assai più complesso perché, oltre la difterite, riguarda morbillo, scarlattina, tifo e pertosse. In esso però vi è rappresentata non la prevalenza (numero di casi) di queste malattie come G sembra intendere per la difterite – e come anche il suo grafico riporta – ma la mortalità ad esse associata (qui il numero di morti per 100,000 casi). Il che è una bella differenza. In epidemiologia prevalenza e mortalità sono parametri indipendenti, ad esempio il morbo di Ebola ha una mortalità molto alta ma esso per fortuna è rarissimo. 



Dal grafico si vede tra l'altro che, delle cinque malattie infettive, la difterite è nel complesso quella con la più alta mortalità, un carattere che consiglia in modo particolare la vaccinazione. Inoltre, secondo quanto G mostra, la vaccinazione antidifterica fu introdotta in USA nel 1930 mentre dal grafico originale risulta che in quell'anno essa era già praticata da 10 anni. Perché questa manomissione? Forse per celare la recrudescenza avvenuta in quegli anni della malattia che evidentemente non se ne andava "per  i cavoli suoi"? Difficile dirlo.

Grazie ai rapidi progressi della medicina avvenuti nel secolo scorso è solo naturale che la mortalità per malattie infettive stesse gradualmente diminuendo anche prima delle vaccinazioni. Questo non vuol dire però che la difterite stava scomparendo in seguito a un suo ravvedimento nei nostri confronti o perché si era commossa leggendo "Mors. Nell'epidemia difterica", la bellissima poesia in cui Carducci piange la perdita del figlioletto morto, appunto, di difterite.

Essa uccideva meno perché i medici erano diventati più abili a curarne le complicazioni mortali. Che poi le malattie infettive non tendano per loro natura alla estinzione e che i vaccini siano decisivi a farle scomparire lo dicono  esperienza e buon senso. L'igiene e le migliorate condizioni di vita non bastano. Prendiamo la poliomielite, una malattia veramente orribile, terrore dei genitori della prima metà del 900 scomparsa in Italia dopo l'introduzione del vaccino. Impossibile non fremere di commozione vedendo la foto della sala d'un antico reparto di pediatria ove stavano allineati alcuni polmoni di acciaio da ognuno dei quali spuntava il visino di un fanciullo col diaframma paralizzato. 

Secondo G il vaccino contro questa malattia sarebbe inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce su un morente. 

Va detto anche che le ricorrenti epidemie di polio non risparmiavano le società più progredite, anzi si aveva l'impressione che colpissero di più i paesi dove l'igiene e le condizioni di vita erano migliori come le nazioni del Nordeuropa e gli Stati Uniti. 

G non pensa così e infatti aggiunge scandendo le parole: "La poliomielite stava scomparendo per i cavoli suoi", e poi (gridando): "Sabin, il grande scienziato, un Di Bella, uno che non ha venduto nulla [cioè non praticava la medicina per lucro] è morto col dubbio sul suo vaccino. Là dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove no, lo stesso."

A parte che nulla suggerisce che Albert Sabin dubitasse della utilità del suo vaccino, ciò è falso: oggi la poliomielite persiste in forma endemica (quando cioè l'infezione si perpetua senza l'intervento di una causa esterna) in Nigeria, Pakistan e Afganistan: proprio nei paesi ove la vaccinazione generalizzata è ostacolata da arretratezza e da religiosi che vedono in essa uno strumento dell'Occidente per turbare i loro paradigmi. Dando retta a G e ai talebani avremmo tutti da perdere, sia, ovviamente, chi vive nelle zone ove la malattia persiste, sia da noi ove essa è ormai roba del passato: in Italia l'ultimo caso di polio è occorso nel 1982.

Come quello del vaiolo, il virus della poliomielite colpisce esclusivamente l'uomo e quindi la sua eliminazione dalla faccia della terra è tecnicamente possibile come, infatti, è avvenuto per il vaiolo, una malattia dichiarata estinta nel 1980 e il cui virus oggi vive solo in qualche laboratorio. E' immaginabile il pericolo che i paesi progrediti correrebbero smettendo di vaccinare e persistendo nel mondo grandi sacche di questa infezione. Questo perché col passare del tempo sarebbero sempre più numerosi i non vaccinati infettabili e con essi la possibilità che tornino a svilupparsi epidemie di polio in popolazioni che le vaccinazioni degli avi avevano reso indenni. La poliomielite non è scarsamente infettiva come, ad esempio, la SARS: la polmonite virale che a intervalli preoccupa tanto l'opinione pubblica. La poliomielite si diffonde rapidamente ed è facile immaginare il rischio di nuove epidemie anche considerando il costante aumento dei viaggi internazionali, migrazioni e con essi le occasioni di contagio. Tra l'altro, i vaccini non sono come farmaci di sintesi producibili quasi senza indugio su scala industriale. Per farli occorre tempo, ad esempio il vaccino per l'influenza stagionale suina richiede da 4 a 6 mesi. C'è quindi anche il rischio di non avere subito i mezzi per arginare improvvise epidemie.

Di passata Grillo accenna anche alla tossicità dei vaccini dovuta al mercurio del Thimerosal, un antisettico contenente mercurio e usato come conservante in alcune preparazioni farmaceutiche. Esso fu introdotto per impedire la crescita di funghi e batteri dopo un terribile incidente avvenuto negli Stati Uniti nel 1928 in cui morirono di difterite 12 su 21 bambini vaccinati da una fiala multiuso infetta. Ora, siccome "è la dose a fare il veleno"  occorre sapere che secondo la Environmental Protection Agency americana non c'è pericolo ad assumere 0.1 microgrammo di mercurio moltiplicato il peso del nostro corpo in chilogrammi (secondo la Food and Drug Administration il limite è 0.4 microgrammi). E il mercurio del Thimerosal usato nelle correnti preparazioni farmaceutiche è inferiore a queste dosi. Timori oltretutto del passato riguardo ai vaccini pediatrici poiché, almeno in Europa e negli Stati Uniti, essi non contengono più questo conservante.


PS. E' notevole che a distanza di secoli si torni ad avere dubbi sull'utilità delle vaccinazioni i cui benefici furono subito compresi dalle menti illuminate (in verità non tutte) del tempo in cui furono introdotte. Ed era anche stato anche capito il meccanismo della protezione da vaccini. Nell'ode scritta nel 1756 "L'innesto del vaiolo" e dedicata al dottor Gianmaria Bicetti fautore di questa pratica, il Parini spiega che il medico:

 "Del regnante velen spontaneo elegge
  Quel ch'è men tristo; e macular ne suole
  La ben amata prole,
  Che, non più recidiva, in salvo torna."


Chi dice che scienza e poesia non possono andare d'accordo?




domenica 19 febbraio 2017

"Chi disprezza l'omeopatia offende milioni di persone"

"Chi disprezza l'omeopatia offende milioni di persone"

Questo il titolo dell'ultimo post del blog "Noi e Voi" di Repubblica. 
Quindi da ora in poi non si può sconsigliare una cura inefficace nel timore di mancare di rispetto ai pazienti che ne fanno uso specie se essi sono numerosi.

Strano modo di argomentare, perché allora non "Chi dice che la Befana non esiste offende milioni di bambini sotto i sei anni"?

lunedì 12 dicembre 2016

POPPER, FALSIFICABILITA' E AGOPUNTURA



POPPER, FALSIFICABILITA' E AGOPUNTURA

Copio il primo paragrafo da un vecchio post.


Un amico dell'astronomo Carl Sagan sosteneva di avere un drago nel garage. Sagan andò a vedere. Il drago non c’era.
“Dov’è il drago?” chiese Sagan. E l’amico: “È qui, ma mi ero scordato di dirti che è invisibile.”
Sagan propose di spargere farina sul pavimento per rilevarne le impronte.
“Buona idea, disse l’amico, ma il drago è sospeso per aria e non lascia tracce.”
“Perché non constatarne l’esistenza con un sensore di calore a infrarossi?” chiese Sagan.
“Buona idea, ma è un drago che non emette calore.”
“Perché allora non servirsi di una vernice a spruzzo per rivelarlo?”
"Buona idea, ma il drago è incorporeo e la vernice non gli si attacca.”
E così via. Ma allora, pensa Sagan, che differenza c’è tra un drago invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco senza calore ecc. e nessun drago?

Col togliere al drago ogni proprietà accertabile con i sensi, l'amico di Sagan ha reso la sua testimonianza impossibile a verificare o, usando la terminologia del filosofo della scienza Karl Poppe, ”infalsificabile": una pecca imperdonabile come vedremo tra poco. Popper è uno dei pochi filosofi che gli scienziati hanno trovato utile leggere quali il naturalista Richard Dawkins, lo statistico Nassim Taleb, l'immunologo premio Nobel Peter Medawar. E infatti Popper sembra scrivere non tanto per i filosofi di professione quanto per chi fa ricerca o, più generalmente, per persone alle prese col mondo reale. Una caratteristica che lo rende amabile è la chiarezza dello suo stile, inoltre il suo tedesco è così piano che anche chi ha una modesta conoscenza di questa lingua può leggerne i libri in originale. Con il suo approccio, Popper ha il merito di aver disincagliato la logica della conoscenza scientifica dalle secche in cui era finita due secoli prima ad opera del filosofo empirico David Hume. Ecco come in estrema sintesi.

Hume aveva notato che acquisire conoscenze nel campo delle scienze naturali con il metodo tradizionale di accumulare osservazioni concordanti e derivare da esse regole e leggi generali (induzione) è un processo logicamente viziato perché presuppone la regolarità della natura, anch'essa una induzione sulla quale ovviamente non può essere basata una seconda. Esempio comune: affermare che il sole continuerà a sorgere al mattino perché così ha fatto innumerevoli volte in passato. Naturalmente ciò avverrà, ma solo in base alla logica non possiamo affermarlo perché si dovrebbe anche indurre che nel modo fisico le cose continueranno a procedere come in passato. Va detto che il metodo scientifico ha continuato a funzionare benissimo anche dopo la pecca rivelata da Hume: il filosofo morì nel 1776 e da allora la nostra esistenza è cambiata indescrivibilmente in meglio grazie a un metodo (quello scientifico) per struttura difettoso.

La novità di Popper non è l'aver trovato il modo di giustificare il metodo induttivo cui, al pari di Hume, si dichiara contrario. Sta invece nell’aver intuito che la "verità" ricavata dalla ricerca scientifica è sempre una verità "minore" in quanto per definizione provvisoria. Alla verità assoluta ci possiamo avvicinare sempre più per tentativi ed errori ma mai pervenire interamente. Citata spesso come esempio di ciò è la teoria della gravitazione universale di Newton per più di due secoli ritenuta onnicomprensiva ma che poi si è rivelata una caso particolare della relatività generale di Einstein. Per Popper dunque esisterebbero solo due tipi di teorie/ipotesi scientifiche:

1. Quelle che sono state esaminate, trovate false e scartate.

2. Quelle che finora hanno superato ogni tentativo di mostrarle false, ma che potrebbero essere “falsificate” in futuro.

In questa concezione la falsificabilità fa da linea di demarcazione tra scienza sperimentale e non scienza tanto da essere entrata nelle comuni definizioni di scienza intesa come "impegno all'impiego della razionalità, osservazione empirica, testabilità e falsificabilità" (J Coyne: Faith versus Facts, Penguin 2015 p 198). Senza questo attributo una teoria non può definirsi scientifica come, ad esempio, pretende di essere la psicanalisi. Da giovane Popper considerò questa disciplina (viveva allora nella Vienna di Freud) e ne notò la straordinaria capacità di autolegittimarsi: ogni nuovo caso clinico non faceva che convalidarla. Era questa una caratteristica che la accomunava al marxismo i cui adepti non potevano aprire un giornale senza trovarvi conferme alla loro interpretazione della storia. Le due teorie non erano però falsificabili: la psicanalisi non indicava alcun comportamento umano capace di contraddire i suoi dettami mentre il marxismo, il quale si vantava di essere scienza perché capace di fare previsioni storiche, razionalizzava sistematicamente le profezie che sbagliava(1).

Col tempo Popper si accorse che le continue conferme anziché una forza erano una debolezza: quello che veramente contava erano le convalide di previsioni ove la teoria mette a rischio se stessa. Un errore comune dei ricercatori è quello di adoperarsi a provare la propria teoria: un procedimento che porta facilmente a autoingannarsi; invece chi fa ricerca dovrebbe provare a smentire in tutti i modi la teoria che propone e, se non ci riesce, dare ad essa il titolo di verità pur provvisoria. Tra l’altro i ricercatori seri sono favorevoli alle critiche anche le più severe perché vedono nel loro superamento il mezzo di convalida più attendibile.

L’infalsificabilità è una caratteristica di quasi tutte le medicine  non convenzionali specie quelle che si definiscono tradizionali o "basate sulla antica saggezza”, prima fra tutte l’agopuntura ove di falsificabile  non c'è niente salvo forse la riluttanza dei suoi adepti a renderla tale. Infatti, al pari degli attributi dell'inesistente drago di Sagan, che differenza c’è tra il fluido vitale Qi  dell’agopuntura con relativi Yin e Yang, i meridiani corporei in cui il fluido dovrebbe scorrere, i punti strategici in cui infiggere gli aghi e nessun Qi, nessun Yin, Yang, nessun punto cutaneo da preferire? Cose che non possono essere verificate, affermazioni immuni da confutazioni, sono veridicamente prive di valore ed è invero straordinario che siano tanti a credere in un intervento terapeutico i cui fondamenti non sono in alcun modo accertabili né misurabili. L’esistenza di questi fluidi vitali, assieme a quella dei meridiani corporei e degli agopunti, è confinata in testi di medicina orientale scritti in epoca prescientifica e si sa bene in che stato si trovava allora la salute pubblica. 

Ma l’agopuntura funziona (in special modo allevia il dolore): lo affermano non pochi medici e la pratica è raccomandata da organismi internazionali quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, a quanto si legge, ne riconosce l’utilità in non meno di 62 condizioni cliniche. Ci si può allora chiedere se non sia opportuno avere un approccio limitato alla efficacia di questo intervento a prescindere dai suoi dubbi fondamenti. Dopotutto per anni e anni ci siamo serviti di medicamenti senza sapere il loro modo di funzionare, esempio classico l'aspirina il cui il meccanismo d'azione divenne noto settanta anni dopo l'entrata in uso di questo farmaco.

Il fatto è che se gli ipotetici fondamenti dell'agopuntura sono inaccertabili con metodi scientifici non lo è la sua vantata azione clinica: per questo scopo ci sono i test clinici randomizzati e controllati (RTC). Si tratta un mezzo di verifica estremamente affidabile perché elimina dalla stima dell'azione terapeutica ogni interferenza capace di indurre a errore, specie quella dell'effetto placebo cioè l'attenuazione dei sintomi dovuta all'aspettativa di miglioramento che ogni paziente nutre all'inizio di una cura. Ebbene, stando a un grandissimo numero di lavori clinici l'agopuntura non ha prodotto nei pazienti effetti benefici oltre quelli del placebo. Risale al marzo di questo anno il giudizio negativo del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) britannico sull'impiego dell'agopuntura nel dolore della zona lombare, forse la più frequente indicazione di questo intervento. Particolarmente grave è anche il dato che tanto maggiore è la qualità degli studi clinici sull'agopuntura tanto minore risulta l'effetto curativo al netto del placebo. Infatti se l'agopuntura avesse davvero una azione specifica questa diverrebbe sempre più evidente quanto migliore il metodo di esame. 

Una squalifica bella e buona che ha causato un disagio crescente nei cultori di questo intervento alcuni dei quali si sono serviti di ripieghi per sfuggire alle verifiche dei RCT. Popper ha notato che chi non vuole abbandonare una teoria invalidata da controprove cerca di salvarla in vari modi come reinterpretando ad hoc la teoria stessa oppure aggiungendo ipotesi ausiliari. Una operazione del genere ha però il prezzo di abbassare livello scientifico della teoria in questione. Nel caso dell'agopuntura si è ricorso a metodi di verifica meno stringenti di quelli prescritti dai RCT ad esempio trascurando il requisito del doppio cieco (2) e dando valore di prova ad aneddoti e all'esperienza clinica personale.

Va detto che tra le medicine discutibili l'agopuntura, con la sua aura esoterica e le sue cerimonie, è efficacissima nel generare un effetto placebo ed è naturale che i pazienti si credano realmente migliorati dopo un ciclo di cure. Resta il fatto che questo intervento, oltre a essere irrazionale, è privo di qualsiasi efficacia specifica e si traduce in un inganno, pur commesso con le migliori intenzioni, dei pazienti. Probabilmente sono presenti anche interessi al di fuori della scienza nel tenere in vita questa pratica. Ipotesi: in tempi di contenzioso sanitario alcuni medici possono trovare confortevole praticare un intervento definito complementare e di fatto sprovvisto di effetti collaterali. 


1. Qualcosa di simile può dirsi per l’astrologia basata sulla osservazione delle stelle unita ai dati biografici di singole persone le cui previsioni sono espresse così vagamente da non essere esposte ad alcun rischio di smentita.
2. Con questa tecnica né le persone oggetto dell'esperimento (volontari sani, pazienti) né gli sperimentatori sanno chi riceve un particolare trattamento. In questo modo si elimina l'interferenza dell'effetto placebo e si preserva lo sperimentatore da ogni tipo di bias. 

domenica 19 giugno 2016

RELATIVISMO E MEDICINA



RELATIVISMO E MEDICINA 

L'autore di "Pel di carota", il francese Jules Renard (1864-1910), acerrimo nemico dei luoghi comuni, scriveva nel suo "Journal" che in società gli sarebbe piaciuto trovare un convitato, magari un professore di filosofia, che, all'opposto di quanto si sente dire continuamente, affermasse in tono perentorio: "Tutto è assoluto, niente è relativo!" Il relativismo scientifico non si discosta in essenza dal luogo comune che "tutto è relativo" anche se vi aggiunge un "pure in scienza".

Si tratta di una visione radicale che trae principalmente supporto dal pensiero dell'epistemologo Thomas Kuhn (1922–1996) per cui nelle rivoluzioni scientifiche non cambiano solo le teorie ma anche gli standard con i quali le stesse teorie sono valutate. Questo fa sì che ogni rivoluzione scientifica comporta anche un cambiamento dei metodi di misurazione di modo che la teoria vecchia e quella nuova non solo sono differenti ma anche impossibili a essere comparate tra loro. In altre parole il controllo critico di ogni teoria scientifica ha senso solo all'interno del suo proprio sistema di riferimento. Secondo Kuhn la storia della scienza non rispecchia un continuo progredire delle conoscenze ma una successione di bruschi passaggi da un paradigma a un altro, ogni nuovo paradigma essendo affatto estraneo al precedente. Si avrebbe così un processo ciclico con periodi di scienza "normale" caratterizzati da un consenso di opinioni al termine di ciascuno dei quali esperimenti con risultati discordati porterebbero a un nuovo modo di interpretare la realtà e l'instaurarsi di un nuovo paradigma. La sorprendente conseguenza di questa visione del mondo fisico è che ogni teoria può essere giudicata vera o falsa solo nel contesto del suo paradigma.

Kuhn era un filosofo serio, provvisto di una logica stringente e che tra l'altro di scienza se ne intendeva (aveva un Ph D in fisica a Harvard, che non è poco); il suo libro "La struttura delle rivoluzioni scientifiche" pubblicato nel 1962 è oggi un classico della filosofia e i critici trovano più agevole contestarne le tesi non tanto per quello che sono quanto per le contraddizioni con i fatti che esse cercano di spiegare.

Contraddizioni che appaiono evidenti a un esame non sofisticato della realtà. Una è che la storia della scienza contiene esempi che non si accordano con le tesi di Kuhn. Prendiamo il famoso passaggio dal modello geocentrico di Tolomeo a quello eliocentrico di Copernico/Galileo. Si tratta di sistemi opposti nelle conclusioni ma che condividono appieno i metodi di misurazione. Non siamo di fronte a paradigmi non comunicanti ma semplicemente a due modi di vedere le cose uno dei quali è più vicino al vero dell’altro. Il relativismo inoltre nega l'ovvia esistenza di una verità obiettiva alla quale approssimarsi sempre più come testimonia il continuo succedersi di errori e rettifiche nella storia della scienza. Come osserva l’epistemologo Karl Popper, i più grandi fisici della storia quali Galileo, Keplero, Newton, Einstein, Rutherford, Bohr, Heisenberg commisero continuamente errori, quasi tutti lo ammisero e si corressero imparando da essi (*). 

Grazie a questo ininterrotto lavorio la scienza ha fornito spiegazioni sempre più soddisfacenti della realtà. La teoria della gravitazione universale di Newton era una approssimazione alla verità enormemente migliore delle precedenti a causa del gran numero di conseguenze concrete e interessanti che essa conteneva; pur tuttavia era incompleta perché se chiariva le regole con cui si muovono i corpi celesti era incapace di spiegare come funzionava quello che pareva una attrazione a distanza tra essi. Newton si era reso conto di questo fenomeno incomprensibile con la fisica dell'epoca, lo trovava poco verosimile ma ci prestava fede perché si accordava bene con i suoi calcoli – Galileo no, chiamava l'ipotesi di una attrazione a distanza "fanciullaggine" e questo lo portò a fare uno dei pochi errori della sua carriera attribuendo la causa delle maree al movimento della terra. Sicché quando la meccanica di Newton venne sostituita (ci vollero più di due secoli) dalla teoria della relatività generale che spiega l'apparente attrazione a distanza con la deformazione dello spazio–tempo ci fu un ulteriore, grande progresso. Di nuovo, non c'è nessuna soluzione di continuità tra i due "paradigmi" che ne impedisca il raffronto; la sola differenza è che il paradigma successivo fornisce spiegazioni più esaurienti del precedente. Forse quello che talvolta appare un brusco alternarsi di teorie scientifiche diverse è meglio spiegato dal fisico Planck secondo cui una teoria scientifica non trionfa su un'altra convincendone gli oppositori ma perché questi muoiono e vengono sostituiti dagli adepti della nuova. 

Forse la decisiva ragione per rifiutare il relativismo scientifico è l'incongruenza di considerare ogni idea ugualmente vera all'interno della cornice intellettuale entro cui viene concepita. Ciò è un controsenso che stride con l'indiscutibile realtà del progresso. La scienza non è una religione litigiosa in cui si succedono riforme e controriforme sprovviste in pari misura di qualsiasi valore e senza alcun ritorno pratico per l'umanità: grazie ad essa un uomo di media cultura di oggi conosce la realtà (e si sa regolare secondo essa) meglio di quanto facesse la somma dei saggi viventi tre secoli prima. Un progresso che forse in nessun campo è stato così strepitoso quanto in quello della medicina. Come dice il matematico Norman Levitt:

"Tre secoli fa, medicina "rispettabile" e ciarlataneria si distinguevano appena, un fatto ben testimoniato dalle comiche figure dei medici che popolavano opere e commedie. Ma quello che da allora è avvenuto grazie alla alleanza della medicina con la pratica scientifica e la visione scientifica del mondo è una entità mutante di stupefacente forza e potere che ha tanto distanziato ogni antecedente storico da far sì che chiamare tutto ciò "medicina" è probabilmente un abuso di linguaggio." 

Il relativismo scientifico si è rivelato un nemico della medicina per la zattera di legittimità che pur involontariamente offre a chi propone modi di cura irrazionali. Il fatto che rispettabili filosofi sottoscrivano la tesi per cui in scienza possono esistere paradigmi contrastanti quantunque "veri" ognuno a suo modo è stata una occasione troppo forte perché non ne approfittassero volenterosi di vario genere che vivono ai margini della medicina scientifica. Il filosofo Paul Feyerabend (1922-1992), anche lui assertore dell'incommensurabilità delle teorie scientifiche, pensava addirittura che l'attuale posizione privilegiata della scienza nei piani di studio debba essere abbandonata permettendo l'insegnamento nelle università di qualsiasi visione della realtà come creazionismo, Vodù, astrologia, agopuntura ecc.

Le ordinarie prove cliniche mostrano che l'omeopatia non ha alcuna efficacia specifica? Si dice allora gli stringenti trial clinici oggi in uso non si adattano a questo intervento; per essa si richiedono modi di accertamento confacenti al "paradigma omeopatico" il quali, guarda caso, danno quasi sempre risultati favorevoli essendo inquinati dall'effetto placebo. E l'agopuntura? I suoi fondamenti (fluidi vitali il cui squilibrio causerebbe le malattie ecc dcc) sono detti inesistenti? I difensori dicono che per essa non si possono usare i criteri di valutazione della medicina occidentale. Il fluido vitale Chi e i suoi componenti Yin e Yang, affermano, vanno visti nel contesto di una pratica medica millenaria e considerati secondo i metodi di valutazione propri di essa. Parimenti si richiedono modi di valutazioni speciali adatti al paradigmi della medicina tradizionale cinese riflessologia inclusa, dell'Ayurveda indiana ecc.

In questo contesto vengono spesso introdotti elementi emozionali estranei a un giudizio obiettivo come l'accusa di "eurocentrismo" rivolta alla medicina scientifica e di ristrettezza intellettuale ai suoi adepti. E' quasi naturale che gli sbalorditivi successi della medicina occidentale abbiano destato l'invidia di chi pratica terapie prescientifiche con la conseguente tentazione di ricorrere al conflitto di culture per imbrogliare le carte. Espediente efficace perché essere imputati di discriminazioni su basi geografiche non è bello e mette l'accusato automaticamente sulla difensiva. Si accusa così i medici di vanagloria e presunzione quando rifiutano il buono che le medicine tradizionali offrirebbero. E' la retorica  del "best of two worlds" ignara del fatto che uno dei due mondi non ha nulla di valido da proporre all'altro. Come dice il già citato Levitt, "le conquiste della scienza medica hanno messo gli esperti nella condizione di esaminare, valutare e, abbastanza spesso, condannare le pratiche mediche di altre culture e di altre età. […] Negare ciò significa aprire la porta ad ogni sorta di sofferenze evitabili in questa società e in altre."

In conclusione il relativismo culturale potrà anche funzionare in alcune aree quali la morale e la legale ma non è lecito invocarlo, come viene fatto in medicina, a sostegno di teorie scientifiche decotte. Quanto giustificazioni del genere siano vane lo dice il naturalista Richard Dawkins con questa fulminante considerazione:

"Mostratemi un relativista culturale a 30,000 piedi di distanza e io vi mostrerò un ipocrita… Se state volando a un congresso internazionale di antropologi o critici letterari, il motivo per cui probabilmente arriverete a destinazione – il motivo per cui non precipiterete in un campo arato – è che un gruppo di ingegneri istruiti secondo la scienza occidentale ha fatto le somme come si deve." 




* A questo proposito Popper fa l'esempio del moscone che vuole uscire all’aperto e ottusamente continua a sbattere sul vetro della stessa finestra senza imparare niente dalla esperienza a differenza di Einstein che addirittura cerca gli errori per verificare le sue teorie.