domenica 19 giugno 2016

RELATIVISMO E MEDICINA



RELATIVISMO E MEDICINA 

L'autore di "Pel di carota", il francese Jules Renard (1864-1910), acerrimo nemico dei luoghi comuni, scriveva nel suo "Journal" che in società gli sarebbe piaciuto trovare un convitato, magari un professore di filosofia, che, all'opposto di quanto si sente dire continuamente, affermasse in tono perentorio: "Tutto è assoluto, niente è relativo!" Il relativismo scientifico non si discosta in essenza dal luogo comune che "tutto è relativo" anche se vi aggiunge un "pure in scienza".

Si tratta di una visione radicale che trae principalmente supporto dal pensiero dell'epistemologo Thomas Kuhn (1922–1996) per cui nelle rivoluzioni scientifiche non cambiano solo le teorie ma anche gli standard con i quali le stesse teorie sono valutate. Questo fa sì che ogni rivoluzione scientifica comporta anche un cambiamento dei metodi di misurazione di modo che la teoria vecchia e quella nuova non solo sono differenti ma anche impossibili a essere comparate tra loro. In altre parole il controllo critico di ogni teoria scientifica ha senso solo all'interno del suo proprio sistema di riferimento. Secondo Kuhn la storia della scienza non rispecchia un continuo progredire delle conoscenze ma una successione di bruschi passaggi da un paradigma a un altro, ogni nuovo paradigma essendo affatto estraneo al precedente. Si avrebbe così un processo ciclico con periodi di scienza "normale" caratterizzati da un consenso di opinioni al termine di ciascuno dei quali esperimenti con risultati discordati porterebbero a un nuovo modo di interpretare la realtà e l'instaurarsi di un nuovo paradigma. La sorprendente conseguenza di questa visione del mondo fisico è che ogni teoria può essere giudicata vera o falsa solo nel contesto del suo paradigma.

Kuhn era un filosofo serio, provvisto di una logica stringente e che tra l'altro di scienza se ne intendeva (aveva un Ph D in fisica a Harvard, che non è poco); il suo libro "La struttura delle rivoluzioni scientifiche" pubblicato nel 1962 è oggi un classico della filosofia e i critici trovano più agevole contestarne le tesi non tanto per quello che sono quanto per le contraddizioni con i fatti che esse cercano di spiegare.

Contraddizioni che appaiono evidenti a un esame non sofisticato della realtà. Una è che la storia della scienza contiene esempi che non si accordano con le tesi di Kuhn. Prendiamo il famoso passaggio dal modello geocentrico di Tolomeo a quello eliocentrico di Copernico/Galileo. Si tratta di sistemi opposti nelle conclusioni ma che condividono appieno i metodi di misurazione. Non siamo di fronte a paradigmi non comunicanti ma semplicemente a due modi di vedere le cose uno dei quali è più vicino al vero dell’altro. Il relativismo inoltre nega l'ovvia esistenza di una verità obiettiva alla quale approssimarsi sempre più come testimonia il continuo succedersi di errori e rettifiche nella storia della scienza. Come osserva l’epistemologo Karl Popper, i più grandi fisici della storia quali Galileo, Keplero, Newton, Einstein, Rutherford, Bohr, Heisenberg commisero continuamente errori, quasi tutti lo ammisero e si corressero imparando da essi (*). 

Grazie a questo ininterrotto lavorio la scienza ha fornito spiegazioni sempre più soddisfacenti della realtà. La teoria della gravitazione universale di Newton era una approssimazione alla verità enormemente migliore delle precedenti a causa del gran numero di conseguenze concrete e interessanti che essa conteneva; pur tuttavia era incompleta perché se chiariva le regole con cui si muovono i corpi celesti era incapace di spiegare come funzionava quello che pareva una attrazione a distanza tra essi. Newton si era reso conto di questo fenomeno incomprensibile con la fisica dell'epoca, lo trovava poco verosimile ma ci prestava fede perché si accordava bene con i suoi calcoli – Galileo no, chiamava l'ipotesi di una attrazione a distanza "fanciullaggine" e questo lo portò a fare uno dei pochi errori della sua carriera attribuendo la causa delle maree al movimento della terra. Sicché quando la meccanica di Newton venne sostituita (ci vollero più di due secoli) dalla teoria della relatività generale che spiega l'apparente attrazione a distanza con la deformazione dello spazio–tempo ci fu un ulteriore, grande progresso. Di nuovo, non c'è nessuna soluzione di continuità tra i due "paradigmi" che ne impedisca il raffronto; la sola differenza è che il paradigma successivo fornisce spiegazioni più esaurienti del precedente. Forse quello che talvolta appare un brusco alternarsi di teorie scientifiche diverse è meglio spiegato dal fisico Planck secondo cui una teoria scientifica non trionfa su un'altra convincendone gli oppositori ma perché questi muoiono e vengono sostituiti dagli adepti della nuova. 

Forse la decisiva ragione per rifiutare il relativismo scientifico è l'incongruenza di considerare ogni idea ugualmente vera all'interno della cornice intellettuale entro cui viene concepita. Ciò è un controsenso che stride con l'indiscutibile realtà del progresso. La scienza non è una religione litigiosa in cui si succedono riforme e controriforme sprovviste in pari misura di qualsiasi valore e senza alcun ritorno pratico per l'umanità: grazie ad essa un uomo di media cultura di oggi conosce la realtà (e si sa regolare secondo essa) meglio di quanto facesse la somma dei saggi viventi tre secoli prima. Un progresso che forse in nessun campo è stato così strepitoso quanto in quello della medicina. Come dice il matematico Norman Levitt:

"Tre secoli fa, medicina "rispettabile" e ciarlataneria si distinguevano appena, un fatto ben testimoniato dalle comiche figure dei medici che popolavano opere e commedie. Ma quello che da allora è avvenuto grazie alla alleanza della medicina con la pratica scientifica e la visione scientifica del mondo è una entità mutante di stupefacente forza e potere che ha tanto distanziato ogni antecedente storico da far sì che chiamare tutto ciò "medicina" è probabilmente un abuso di linguaggio." 

Il relativismo scientifico si è rivelato un nemico della medicina per la zattera di legittimità che pur involontariamente offre a chi propone modi di cura irrazionali. Il fatto che rispettabili filosofi sottoscrivano la tesi per cui in scienza possono esistere paradigmi contrastanti quantunque "veri" ognuno a suo modo è stata una occasione troppo forte perché non ne approfittassero volenterosi di vario genere che vivono ai margini della medicina scientifica. Il filosofo Paul Feyerabend (1922-1992), anche lui assertore dell'incommensurabilità delle teorie scientifiche, pensava addirittura che l'attuale posizione privilegiata della scienza nei piani di studio debba essere abbandonata permettendo l'insegnamento nelle università di qualsiasi visione della realtà come creazionismo, Vodù, astrologia, agopuntura ecc.

Le ordinarie prove cliniche mostrano che l'omeopatia non ha alcuna efficacia specifica? Si dice allora gli stringenti trial clinici oggi in uso non si adattano a questo intervento; per essa si richiedono modi di accertamento confacenti al "paradigma omeopatico" il quali, guarda caso, danno quasi sempre risultati favorevoli essendo inquinati dall'effetto placebo. E l'agopuntura? I suoi fondamenti (fluidi vitali il cui squilibrio causerebbe le malattie ecc dcc) sono detti inesistenti? I difensori dicono che per essa non si possono usare i criteri di valutazione della medicina occidentale. Il fluido vitale Chi e i suoi componenti Yin e Yang, affermano, vanno visti nel contesto di una pratica medica millenaria e considerati secondo i metodi di valutazione propri di essa. Parimenti si richiedono modi di valutazioni speciali adatti al paradigmi della medicina tradizionale cinese riflessologia inclusa, dell'Ayurveda indiana ecc.

In questo contesto vengono spesso introdotti elementi emozionali estranei a un giudizio obiettivo come l'accusa di "eurocentrismo" rivolta alla medicina scientifica e di ristrettezza intellettuale ai suoi adepti. E' quasi naturale che gli sbalorditivi successi della medicina occidentale abbiano destato l'invidia di chi pratica terapie prescientifiche con la conseguente tentazione di ricorrere al conflitto di culture per imbrogliare le carte. Espediente efficace perché essere imputati di discriminazioni su basi geografiche non è bello e mette l'accusato automaticamente sulla difensiva. Si accusa così i medici di vanagloria e presunzione quando rifiutano il buono che le medicine tradizionali offrirebbero. E' la retorica  del "best of two worlds" ignara del fatto che uno dei due mondi non ha nulla di valido da proporre all'altro. Come dice il già citato Levitt, "le conquiste della scienza medica hanno messo gli esperti nella condizione di esaminare, valutare e, abbastanza spesso, condannare le pratiche mediche di altre culture e di altre età. […] Negare ciò significa aprire la porta ad ogni sorta di sofferenze evitabili in questa società e in altre."

In conclusione il relativismo culturale potrà anche funzionare in alcune aree quali la morale e la legale ma non è lecito invocarlo, come viene fatto in medicina, a sostegno di teorie scientifiche decotte. Quanto giustificazioni del genere siano vane lo dice il naturalista Richard Dawkins con questa fulminante considerazione:

"Mostratemi un relativista culturale a 30,000 piedi di distanza e io vi mostrerò un ipocrita… Se state volando a un congresso internazionale di antropologi o critici letterari, il motivo per cui probabilmente arriverete a destinazione – il motivo per cui non precipiterete in un campo arato – è che un gruppo di ingegneri istruiti secondo la scienza occidentale ha fatto le somme come si deve." 




* A questo proposito Popper fa l'esempio del moscone che vuole uscire all’aperto e ottusamente continua a sbattere sul vetro della stessa finestra senza imparare niente dalla esperienza a differenza di Einstein che addirittura cerca gli errori per verificare le sue teorie. 




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