domenica 13 ottobre 2013

GENERICI: I FARMACI CHE PIACCIONO ALLE AMMINISTRAZIONI, MENO AI MEDICI E POCO AI MALATI


GENERICI: I FARMACI CHE PIACCIONO ALLE AMMINISTRAZIONI, MENO AI MEDICI E POCO AI MALATI 

“Il vantaggio del farmaco generico è uno solo: il risparmio” (GB Bonanno, Ordinario di Farmacologia all’Università di Genova, 24.4.2013) http://www.primocanaledica33.it/singolo_video.php?id=20776&keyw=  .

Da quando è andata in pensione, la signora Giovanna A si tiene la pressione del sangue sotto controllo prendendo giornalmente le compresse XY di una casa farmaceutica svizzera. Giovanna è una ex insegnante, è ben informata e sa tra l'altro che un motivo del generale allungamento della vita è il trattamento dell'ipertensione, il "Silent Killer", oggi ancora causa di tante morti per infarto cardiaco ed emorragia cerebrale. Alla cura attuale Giovanna è arrivata dopo alcuni tentativi tra cui uno disastroso con farmaci beta bloccanti che le causarono un forte attacco di asma.

Anche il signor Enrico B si cura da molti anni, lui per un tumore alla prostata, col preparato ormonale YX di una casa americana. Gli esami  di laboratorio dicono che il tumore non dà segni di crescita ed Enrico pensa che sia merito della compressa che prende ogni giorno, sempre alla stessa ora. Suo nonno e uno zio materno sono morti dello stesso male ma a quei tempi quel farmaco non esisteva.

Bene, arriva un giorno che sia Giovanna che Enrico non trovano più in farmacia la solita medicina ma un "equivalente" di essa: praticamente la stessa cosa, così si sentono dire, ma non "la stessa cosa": un "generico". Anche la confezione non è più la stessa: la scatola è cambiata, le compresse hanno un altro colore, forma e dimensioni. Nel caso di Enrico le nuove pillole sono sciolte in un contenitore mentre nella vecchia confezione erano incorporate in foglietti ciascuna col nome del giorno della settimana il che rendeva impossibile tralasciare o raddoppiare la dose giornaliera, eventi comuni negli anziani smemorati: un'altra sorpresa sgradevole. Per avere la vecchia medicina occorre una nuova ricetta in cui il medico specifichi che il farmaco è "non sostituibile". 

Non è una seccatura da poco. Sia Giovanna che Enrico non vogliono assolutamente cambiare: quella che prendono non è una medicina qualunque, come una pomata cutanea contro il morso di un insetto o un occasionale antidolorifico: è una medicina che essi pensano prolunghi la loro vita. Certo, hanno letto sui giornali che secondo gli esperti i farmaci generici sono equivalenti a quelli di marca, cioè in pratica gli stessi ma diffidano: se per loro le cose vanno bene così perché cambiare? Inoltre può sorgere il sospetto che ci siano in gioco motivi economici estranei all'interesse dei pazienti a molti dei quali viene in mente l'associazione minor prezzo-qualità inferiore. Nel caso del signor Enrico le cose possono essere ancor più complicate perché la sua medicina non è più in giacenza ed è divenuta introvabile perché i grossisti non se ne sono provvisti a sufficienza. Sono compresse costose ma Enrico è pronto a pagarle per intero, comincia allora una angosciosa caccia per le farmacie della città.

Anche i medici diffidano. Molti hanno una percezione confusa del problema e vedono nei generici una ulteriore difficoltà in un lavoro che sta diventando sempre più intricato e rischioso. Prescrivere una medicina infatti comporta sempre un rischio e i medici non vogliono lasciare il sicuro per un medicinale nuovo che per definizione non è un farmaco migliore (più efficace, con meno effetti collaterali o altro) ma che ha il solo vantaggio di essere meno costoso. Alcuni medici hanno ragioni fondate per fidarsi di una particolare casa farmaceutica i cui prodotti non vogliono abbandonare, altri hanno sentito colleghi lagnarsi di effetti collaterali spiacevoli attribuiti a un generico, altri ancora, o i loro pazienti, hanno avuto l'impressione che un generico funzionasse peggio dell'originale che ha sostituito.

Più si considerano i farmaci generici più si ha la sensazione di trovarci di fronte a un edificio alquanto bislacco simile a una grossa casa costruita da un bambino di pochi anni col Lego del fratello maggiore. L'edificio è asimmetrico, pencola da un lato, presenta protuberanze e sovrastrutture senza una funzione precisa e, soprattutto, ha caratteristiche che ne mettono in dubbio l'utilità complessiva.

Metafore a parte, i farmaci generici si possono considerare l'esempio di un fenomeno originato da un proposito lodevole (in questo caso il risparmio di denaro pubblico) il quale però durante la sua attuazione è stato inquinato da interessi non pertinenti che lo hanno ingrandito e complicato allontanandolo dal suo fine primario. Infatti le incertezze e gli inconvenienti legati a questi rimedi si sono moltiplicati in tal misura che se nel frattempo non interviene un processo di semplificazione e razionalizzazione è lecito mettere in dubbio la complessiva utilità dell'iniziativa.

Espongo alcuni fatti che giustificano almeno in parte la diffidenza dei pazienti e le esitazioni dei medici. So che suscitare dubbi e timori è facile, specie in questioni che ci toccano da vicino come quelle concernenti la salute. Tuttavia irritano l'approssimazione e la faciloneria con cui spesso si cerca di persuadere pazienti e operatori sanitari che tutto va bene ed è sotto controllo. Così non è e vorrei mostrarlo menzionando alcuni fatti da cui si può arguire quanto questo campo sia complesso, suscettibile di manipolazioni e irto di occasioni di sbagliare.

FONDAMENTO TEORICO OPINABILE E ALTRE DIFFICOLTA' 

Anche se può essere inappropriato valutare aspetti della medicina impiegando le regole della logica è pur evidente che il fondamento dei farmaci generici è il risultato di un puro assunto pragmatico: la presupposizione che si possa derivare la loro equivalenza terapeutica dalla loro equivalenza farmacocinetica, che si possa cioè arrivare alla equivalenza terapeutica servendosi della sola farmacocinetica. 

A norma di logica elementare, il generico dovrebbe essere efficace quanto il farmaco che sostituisce. Bisognerebbe cioè provarlo in tal senso sui pazienti allo stesso modo in cui è stato provato nella fase II, e III della farmacologia clinica l’originale da cui esso deriva. Tuttavia far ciò comporterebbe per ogni generico l'impiego di un gran numero di volontari e pazienti con costi tali da vanificare il risparmio. Si è deciso allora di rinunciare alla sicura convalida dell'equivalenza clinica e imboccare la scorciatoia della pura farmacocinetica adottando in essenza il seguente ragionamento. 
  1. L’effetto terapeutico è causato dalla interazione farmaco-ricettore cioè dalla azione che il farmaco esercita sulle cellule corporee atte a essere sollecitate da esso.
  2. La concentrazione del farmaco nel sangue è determinata dall’assorbimento e dalla eliminazione di esso.
  3. Studiando la cinetica del generico se ne può derivare l'equivalenza biologica  (bioequivalenza) con l'originale e quindi in pratica l'efficacia. 
Il ragionamento sembra filare ma siamo proprio sicuri che è corretto? Si tratta sempre di un assunto ancora da provare formalmente.

Quali sono i parametri di bioequivalenza usati? Li leggiamo spesso nelle divulgazioni ad uso dei medici e dei pazienti istruiti. Sono: Cmax, cioè la concentrazione massima raggiunta nel plasma dal farmaco, Tmax o tempo in cui è raggiunta la concentrazione plasmatica massima, AUC ("area under the curve") o quantità complessiva nel plasma accertata dopo la somministrazione.
Sembra abbastanza semplice ma in realtà le cose sono più complicate di quanto appaiano alla prima. Facile determinare l'AUC, il Cmax, il Tmax per il preparato originale e per il generico mentre il confronto tra i due tira in ballo la statistica inferenziale con tutte le sue complicazioni. Chiunque si metta a scorrere la letteratura su come viene determinata la bioequivalenza si accorge quanto la procedura sia complessa e, di conseguenza, quanto numerose le occasioni di sbagliare.

Naturalmente non si può pretendere che il generico abbia i tre parametri sopra menzionati identici a quelli dell’originale che intende sostituire. Occorre accettare che differiscano. Ma quanto? Non tanto da influire significativamente sull'azione terapeutica è la risposta. Il punto è che "significativo" e “non significativo” sono bellissime parole ma anche del tutto arbitrarie e su cui può essere di volta in volta non facile mettersi d'accordo.

Nel nostro caso l'ampiezza concessa della diversità che si può avere nelle curve di concentrazione nel sangue dopo l’assunzione del farmaco originale e del generico è ± 20%, in questo caso compresa tra 80-125% (i limiti sono asimmetrici a causa della trasformazione logaritmica dei dati impiegati per la comparazione http://learnpkpd.com/2011/01/24/where-did-the-80-125-bioequivalence-criteria-come-from/). Perchè proprio ±20%? Naturale pensare che alla base di confini così netti e perentori ci sia la decisione di un congresso internazionale, di  qualche lavoro fondato su solida roccia di prove e raffronti. Invece niente di tutto ciò. La ragione è che l'FDA ("Food and Drug Administration" cioè l'agenzia federale che negli Stati Uniti controlla farmaci e prodotti alimentari), in accordo con corrispondenti agenzie di altri paesi, ha deciso che differenze del 20% (cifra tonda leggermente sospetta) non sono clinicamente rilevanti. La consuetudine seguita a questo convenzione è divenuta fondamento, un po' come, secondo Pascal, avviene per giustizia umana che si fonda sulla sola ragione che è seguita.

Dunque una differenza di ±20%. Alla prima sembra molto, anzi troppo, e infatti simili variazioni, se assolute, non sarebbero tollerate da alcun ente normativo. In realtà il complesso meccanismo con cui è calcolata la bioequivalenza restringe notevolmente questo intervallo. Prendiamo uno dei parametri di equivalenza, il Cmax, cioè la concentrazione massima raggiunta nel plasma da generico e originale. Di quanto essi possono differire ce lo dice l'intervallo di confidenza CI (confidence interval), lo spazio cioè entro cui con una certa probabilità si può attendere che cada il rapporto tra i due valori. Bene, "si è convenuto" - così si legge - che due medicinali sono equivalenti quando il CI 90% del rapporto delle loro medie si mantiene entro il già menzionato intervallo 80%-125%.

Osserviamo la figura qui sopra spesso usata per illustrare la bioequivalenza. I segmenti orizzontali sono gli intervalli di confidenza al 90% entro cui ripetendo indefinitamente il raffronto tra la biodisponibilità del generico e quella dell'originale possiamo contare che cada 9 volte su 10 il valore del loro rapporto. A occhio e croce il rapporto non è un gran che, in ben 10% dei casi si eccedono i limiti convenuti. Non è poco specie se il farmaco in questione cura una malattia pericolosa, ad esempio un antibiotico: pochi, penso, salirebbero su una funivia che non arriva a destinazione una volta su dieci. A questo proposito va detto che il limite del 90% è considerato generoso in biologia, il Handbook of Biological Statistics ci dice che "generally 95% CI is used".

Continuando a considerare la figura ci rendiamo anche conto che è ingiustificata la frequente obiezione ai generici fondata sul malinteso per cui "il generico può variare del ± 20%". Ciò sarebbe vero soltanto se CI fosse estremamente piccolo: una situazione eccezionale. In pratica la barra (vedi figura) si prolunga visibilmente a partire dal valore medio a sinistra e a destra ed è quando oltrepassa uno dei due limiti che il generico non è per convenzione considerato bioequivalente. Bene, l'ampiezza della barra è data dal valore critico di "z" (quando i raffronti siano stati 30 o più) moltiplicato per l'errore standard. Per un CI al 90% l'ampiezza della barra è data da 1.65•s/√n cioè z (1.65) moltiplicato l'errore standard cioè la deviazione standard (s) diviso la radice quadrata del numero dei raffronti (n).
  
Nella formula quindi c'è una variabile che può essere modificata a volontà ed è il numero dei raffronti. Aumentandolo diminuisce l'ampiezza del CI. In questo modo un preparato con una biodisponibilità inferiore o superiore mettiamo del 15%, cioè di un bel po', dell'originale può esser fatto rientrare nel famoso intervallo 0.8-1.25 aumentando adeguatamente n. Tuttavia, come mi ha fatto notare un esperto in materia, il numero dei pazienti non può essere accresciuto a piacere poiché il potere del test aumenterebbe oltre il lecito, regola questa osservata da sperimentatori scrupolosi. Che non è sempre il caso – vedi lo scandalo Ranbaxy di cui parlo in seguito. Il rilievo è banale ma mostra che non è difficile manipolare questo tipo di dati.

Le procedure dello studio prevedono che né i volontari partecipanti ai test nè l’operatore sanitario addetto alla somministrazione devono sapere quale dei due farmaci viene somministrato, e questo è bene. Meno bene è che i volontari partecipanti abbiano un’età di almeno 18 e non superiore a 55 anni. Questo perché una simile ampiezza di età non è probabilmente rappresentativa della popolazione cui il farmaco è destinato. Infatti non occorre aver studiato medicina per sapere che è dopo i 55-60 anni che si cominciano a prendere medicine spesso e in quantità consistente, non prima.

PROBLEMI DI BIOEQUIVALENZA. IMPORTANZA DEGLI ECCIPIENTI

Per definizione i farmaci generici hanno gli stessi principi attivi del farmaco originale. Essi però possono variare riguardo ai componenenti inerti o eccipienti che sono capaci di modificare l’assorbimento e la distribuzione del principio attivo. Eccipienti diversi possono determinare fenomeni allergici in soggetti che non avevano avuto questo tipo di problemi quando assumevano il prodotto brevettato. Evento possibile, nel foglietto illustrativo di ogni medicamento è riportata l’avvertenza che il farmaco non deve essere assunto da pazienti allergici al principio attivo o ad uno degli eccipienti. 

Nei generici in forma di compresse possono essere presenti altre sostanze quali disperdenti e "fillers", che costituiscono la massa dei medicamenti contenenti quantità molto basse del principio attivo e che possono influenzare la biodisponibilità del medesimo nei pazienti. Questo può essere un inconveniente importante nel caso di farmaci con stretto indice terapeutico ove una modesta variazione della biodisponibilità può causare inconvenienti relativi all’efficacia o alla tossicità. Uno di questi farmaci è l'anticoagulante warfarin usato in pazienti a rischio di trombosi che richiede frequenti controlli della coagulazione per evitare che nel paziente si raggiungano livelli ematici insufficienti o eccessivi del farmaco. Un'altra categoria a rischio è quella degli antiepilettici che richiedono una determinazione accurata della dose ottimale per ciascun paziente il quale può essere messo a rischio dalla sostituzione con un’altra formulazione.

Problemi di questo tipo sono sorti per l'L-T4, un importante farmaco usato nell'insufficienza tiroidea ove i ripetuti inconvenienti osservati con la sua sostituzione hanno fatto sì che nel 2008 la Endocrine Society americana a richiedesse alla FDA controlli molto più stringenti di bioequivalenza. Cosa interessante: secondo la Endocrine Society la bioequivalenza, così come è correntemente determinata, non è equivalenza terapeutica. 

PROPAGAZIONE DEGLI ERRORI

Il concetto è intuitivo: in molti esperimenti eseguiamo due o più misurazioni distinte.  Dato che a questo mondo di infallibile c'è solo la musica di Mozart, ogni misurazione è soggetta a errori che si aggiungono in vario modo a quelli della misurazione successiva amplificando l'errore finale quando essi si sommano. Nel nostro caso le fonti di errore sono due: quello riguardante le misurazioni del farmaco originale e le misurazioni del generico.

Nell'evenienza peggiore gli errori si sommano. Certo, due errori di segno diverso possono annullarsi ma ciò non toglie niente all'indesiderabile imprevedibilità della situazione. Uno degli esperti da me interpellati mi ha cortesemente scritto che il problema esiste anche se l’errore è assai più piccolo di quello che deriva dalla variabilità biologica, come dire: incertezza più incertezza meno… No so quanto l'argomento sia convincente.

EFFETTO NOCEBO

La nostra è un'epoca in cui la fiducia nelle cosiddette autorità si è ridotta pericolosamente includendo, purtroppo, anche l'autorità scientifica. Accade quindi che le ricorrenti rassicurazioni sui farmaci generici non solo da parte di chi amministra la sanità ma anche da parte di esperti non vengano credute da numerosi pazienti i quali istintivamente applicano ai generici la correlazione minor costo-qualità inferiore. In questo modo a una considerevole fetta di malati vengono tolti i benefici dell' "effetto placebo" a cui possono aggiungersi gli svantaggi del meno noto "effetto nocebo". Mi spiego.

In sintesi l’effetto placebo (EP - vedi il post precedente "Stimolare l'autoguarigione e effetto placebo") è un fenomeno psicobiologico che tra l'altro interferisce notevolmente nella valutazione delle cure mediche. Quali cure? In pratica tutte e lo fa di regola accrescendone l’azione benefica se c’è, o simulandola interamente allorché essa manca. Tenerlo dunque in considerazione è importante quando si esamina qualsiasi terapia, e ancor più se la terapia in questione ha una efficacia incerta. L’EP è in essenza una semplice illusione di miglioramento oggettivo in cui cadono i pazienti, specie se suggestionabili, che risulta dall’aspettativa di un beneficio di regola generata da un medico curante comprensivo e visibilmente competente o anche mediata da ragionamento e dalle convinzioni del paziente stesso. Possono anche esserci effetti  “oggettivi”  (ma qui le cose si fanno incerte) di vario tipo sul sistema endocrino, immunologico, nervoso, cardiovascolare, respiratorio, gastroenterico.

Quando questa aspettativa manca (medico che non ispira fiducia, che magari prescrive la medicina con l'atteggiamento del "ut aliquid fieri videatur", cioè tanto per sembrare di far qualcosa, o, come nel caso in questione, che ordina un rimedio in cui il paziente non crede) non solo vengono meno i vantaggi addizionali dell'EP positivo ma a questa mancanza si possono aggiungere gli svantaggi di un effetto placebo negativo o "effetto nocebo". Se il malato, invece di un miglioramento, si aspetta il peggioramento di un sintomo come il dolore o di una difettosa funzione motoria, l'aggravamento può verificarsi davvero. Tali effetti collaterali indesiderati possono essere importanti nelle terapia neuropsichiatriche ove si può anche avere una diminuita aderenza alla cura: il malato trascura spesso di prendere medicine in cui non crede, oppure, curiosamente, se queste hanno un aspetto inconsueto, ad esempio compresse di altra forma e/o colore. Una omissione pericolosa in alcuni casi, quali i farmaci contro l'epilessia.

Ma lasciamo perdere l'"effetto nocebo" e consideriamo solo il lato umano della questione: penso che sia odioso, specie in un'epoca in cui si fa un gran parlare della "medicina centrata sulla persona", costringere pazienti che non possono pagare sovrapprezzi a usare medicine di cui diffidano e che causano loro apprensione e angoscia. 

ORIGINE DEL FARMACO

L'aumento rapidissimo degli scambi internazionali ha esteso su scala globale la pratica già esistente per cui, una volta scaduto il brevetto, la materia prima dei farmaci può essere prodotta da altre ditte e acquistata da altre ancora per la confezione di generici. In questo modo si ha una situazione analoga a quella di prodotti industriali come televisori in cui alcune componenti provengono da paesi e compagnie diverse da quella che vende il prodotto finito. Alcuni paesi come India e Cina sono da poco divenuti grandi produttori di farmaci il cui brevetto è scaduto e in questi casi i controlli possono essere difficili.

A questo proposito vorrei ricordare (non dico che sia emblematico) lo scandalo Ranbaxy, una grande casa farmaceutica indiana produttrice di generici che il 13 maggio 2013 si è riconosciuta colpevole ed ha acconsentito a pagare una multa di 500 milioni di dollari per aver venduto medicinali adulterati e aver fornito alla FDA americana dati falsi riguardo ai propri prodotti. Le irregolarità accertate all'inizio riguardavano prove di efficacia che la Ranbaxy dava in appalto a una ditta locale, la Vimta, la quale moltiplicava i test con l'aiuto di una fotocopiatrice. Prove di efficacia che non riguardavano pasticche per l'alito ma farmaci retrovirali per la cura dell'AIDS destinati al Sudafrica. Irregolarità che invalidavano altri prodotti della ditta.

La rivista Fortune, ove la preoccupante storia è riportata, fa presente che la ditta indiana fornisce al mercato statunitense un notevole numero (27) di generici aventi importanti indicazioni quali antivirali, antiipertensivi, diuretici, antibiotici tra cui l'amoxicillina, il tradizionale antibiotico che si dà ai bambini piccoli in caso di otite media. Alla Ranbaxy era stato anche affidato il monopolio legale negli Stati Uniti della versione generica del Liptor, una diffusissima medicina atta a diminuire i lipidi nel sangue.

L'articolo, che è pesantemente intitolato "Dirty Medicine" ed è molto dettagliato, ha una sezione chiamata "The dark side of the generic boom" in cui tra l'altro si fa presente un problema facile a intuire e cioè che ispezioni e controlli indipendenti sono molto più difficili e quindi meno sicuri se eseguiti in un paese straniero.

Si tratta di uno scandalo enorme ("the greatest corporate scandal you never heard of") che ha avuto una eco presso l'opinione pubblica minore di quanto meritasse. Il punto è che la realtà dei generici è così complessa da essere difficilmente comprensibile all'opinione pubblica. La quale si indigna altamente per frodi infinitamente minori ma che capisce subito, ad esempio se viene a sapere che una mozzarella etichettata di bufala è in realtà di mucca.

Negli Stati Uniti, ove l'80% dei generici che hanno invaso il mercato è di provenienza estera, c'è il timore che si tratti solo della punta di un iceberg, timore aggravato dalla sensazione che la FDA sia incapace di controllare propriamente questi prodotti. Secondo un ufficio di controllo governativo nel 2009 sono state ispezionate solo l'11% delle case produttrici di medicinali straniere contro il 40% delle nazionali. Inoltre, difficoltà logistiche riducevano la durata dell'ispezione all'estero a una settimana contro sei settimane nel territorio nazionale.

Sorprendentemente la Ranbaxy è sopravvissuta a uno scandalo che può dirsi devastante per una impresa che "runs on the honor system", cioè in cui il comportamento etico è importante quanto la competenza scientifica, e prosegue la sua attività. Di recente il governo indiano è sceso in campo per difendere l'industria farmaceutica del paese sottolineandone la presente serietà dei controlli, dando minor rilievo alle passate irregolarità e attribuendo alla concorrenza accuse interessate. Juvat sperare, tanto più che alcuni prodotti di questa casa farmaceutica sono venduti anche in Italia.

PUBBLICITA’  FACILONA E RASSICURAZIONI A CUOR LEGGERO
    
Esiste una sorta di campagna pubblicitaria in favore dei farmaci generici improntata a un facile ottimismo che può destare il sospetto di essere mossa da interessi commerciali. Infatti non è credibile che un problema così complesso e così importante per molti pazienti venga liquidato, come spesso si apprende, con un tutto va bene che per di più si serve di argomenti dubbi.

Un argomento spesso usato che poi è una fallacia logica (“Argumentum ad populum”) è quello del “così fan tutti", per usare, con cambiamento di genere, la locuzione del librettista Lorenzo Da Ponte. Secondo questa argomentazione i generici sono molto diffusi negli Stati Uniti e in Europa quindi dobbiamo far così anche noi italiani per “non restare indietro”. 

 "…restiamo indietro all'Europa, dove i farmaci non firmati si usano da 35 anni. Da noi solo da 12…" Così in un articolo su Repubblica del 27-4-2012 intitolato "Generici: una inspiegabile ostilità", autore G Pepe, editorialista del supplemento "Salute" di quel giornale. Tra parentesi Pepe ricorre altre volte a questo tipo di ragionamenti ad esempio sostenendo che l'omeopatia è usata in "ospedali pubblici di tutto il mondo con successo contro alcune patologie"; sottinteso: se lo fanno gli altri perché non anche noi?

E non sono solo giornalisti a usare ragionamenti del genere, si guardi il video ove il dottor Antonio Tomassini, presidente della XII Commissione permanente Igiene e Sanità del Senato, ci rassicura così: "se l'86% delle prescrizioni dei farmaci sono per farmaci generici negli Stati Uniti e altrettanto avviene nell'Inghilterra […] c'è da chiedersi perché questi paesi usino tanto farmaci equivalenti e molto di più rispetto all'Italia."  Sicché, di nuovo, "se lo fanno gli altri…"; tra l'altro Tomassini si appoggia qui sulla fallacia dell'incredulità personale. Spero che questa asserzione non sia rappresentativa della competenza del senatore altrimenti varrebbe ancor oggi il giudizio che il Leopardi dava di quello che accadeva nell'età sua: "Sceso il sapiente e salita la turba a un sol confine che il mondo agguaglia."

E' incerto quanto possa esser consolante il fatto che anche in Francia esista questa pubblicità a buon mercato: "Médicaments génériques? Il n'y a que la couleur qui change…", così rassicura l'Assurance-maladies francese.

"Fools rush in where angels fear to tread" (gli sciocchi si precipitano laddove gli angeli temono di metter piede) è un adagio che viene in mente in proposito. E' infatti avventato dire alla gente di fidarsi senz'altro in un campo come questo disseminato di caveat e incertezze. Tra l'altro le rassicurazioni generiche servono poco a generare fiducia, nessuno si preoccupa meno solo a sentirsi solo dire che non deve preoccuparsi. A questo scopo occorre anche specificare le ragioni per cui non bisogna farlo, in questo caso, ad esempio, essere rassicurati con esempi concreti sulla scrupolosità dei controlli in modo che non avvengano casi come quello dei generici indiani.

Su un altro numero di Repubblica che posso rintracciare si legge l'affermazione che "i generici aiutano la ricerca". Questo può essere vero se si pensa che le procedure per determinare la bioequvalenza affinino i metodi della farmacologia. A occhio e croce non si vedono però altri vantaggi in questo senso. Anzi, esiste il palese discapito di convogliare in processi di sterile duplicazione energie che sarebbero meglio spese nella messa a punto di nuovi rimedi o per lo meno nella versione migliorata di quelli già esistenti.

Va detto anche che, per quel che so, i media italiani non hanno menzionato lo scandalo  della casa farmaceutica indiana come hanno fatto l'americana Fortune e l'inglese Daily Telegraph. Perché? Farlo non sarebbe stato allarmismo ma doverosa informazione. 

In Europa l'appoggio ufficiale ai generici non è plebiscitario almeno a giudicare da una comunicazione del 2006 per cui "the Danish Medical Agency does not recommend the introduction of generic prescription". Mi sono informato in proposito presso il Ministero della Salute Danese da cui ho appreso che non si tratta necessariamente di un parere negativo ma di una semplice sospensione di giudizio. La quale sospensione si è però protratta fino ad oggi dato che a tutt’ora quelle autorità sanitarie non si sono pronunciate sulla questione. Segno che in Europa c'è qualcuno che non è sensibile all’argomento del “così fan tutti” e aspetta di vederci chiaro prima di pronunciarsi.

SPRECO E DIVERSIONE DI ENERGIE

Un trito luogo comune dice che “il mondo è bello perchè vario”. Non sempre. La medicina non è la fisica: è una scienza biologica e, come tale, ricca di variabili  scomode che ne complicano la valutazione e l’esercizio. Un palese inconveniente dei generici è quello di immettere nuove variabili - e, con esse, fonti di incertezza - in un settore che ne ha già anche troppe.

E’ lecito avere dubbi sulla utilità complessiva di risparmiare pubblico denaro duplicando farmaci. Il vero progresso nella cura delle malattie consiste in gran parte nella creazione di nuovi rimedi ed è presumibile che questo ramo commerciale della farmacologia distragga risorse dalla ricerca medica che veramente conta. Un cortese esperto in materia da me interpellato via email mi ha fatto notare che le grandi case farmaceutiche (i "Big Pharma" come alcuni le chiamano con un pizzico di denigrazione) concentrano oggi le ricerche sui farmaci più profittevoli, quelli cioè di uso a lungo termine quali antidiabetici, antilipidici, ecc trascurando gli ugualmente necessari studi sui farmaci da impiegare per brevi periodi come gli antibiotici. Critiche giustificate che però non legittimano l'accentuare questa inclinazione incrementando l'orientamento finanziario dalla ricerca.

I farmaci generici sono una realtà così complessa da richiedere agli organi regolatori un notevole impegno normativo, vedi la descrizione della cornice legale cui conformarsi in USA, Canada e Europa. Basta una scorsa alla letteratura per intuire quanto sia grande il lavoro supplementare che i generici richiedono agli organi di vigilanza. Ciononostante esiste la possibilità che vengano immessi nel mercato generici di qualità inferiori agli standard stabiliti.

CONCLUSIONE PLAUSIBILE

I farmaci generici sono divenuti attuali in Italia con la "Spending Review" (a proposito, perché mai non dire "Revisione della Spesa"?). Come ho riportato all'inizio, secondo il farmacologo professor Bonanno “Il vantaggio del farmaco generico è uno solo: il risparmio”. Alla luce delle incertezze e degli inconvenienti sopra riportati occorre tuttavia chiedersi:

   1. E’ il vantaggio economico giustificato nonostante gli inconvenienti? 
   2. E’ il vantaggio economico reale oppure vanificato da spese aggiuntive?
   3. Si poteva risparmiare sui farmaci in modo migliore?

Sono domande fondamentali cui bisognerebbe dar risposta prima di ampliare ancora questo settore della farmacopea. Verosimilmente, le priorità della medicina sono quelle dettate dai benefici autentici che si possono apportare ai malati. I quali, naturalmente, sono più interessati a disporre di nuovi rimedi in aree quali i tumori maligni e le malattie metaboliche ove i progressi sono ancora lenti. Penso che sia nell'avanzamento decisivo in questi campi che, alla fine, risiedono i veri risparmi sanitari ed è lì che dovrebbe esser concentrata l'attenzione dei ricercatori e delle amministrazioni sanitarie.

lunedì 23 settembre 2013

"MEDICINA BASATA SULL'EVIDENZA". PROBLEMI DI "EVIDENZA"


"MEDICINA BASATA SULL'EVIDENZA". PROBLEMI DI "EVIDENZA"

Si legge spesso di terapie cosiddette complementari quali l'agopuntura o la medicina tradizionale cinese che, pur avendo fondamenti scientifici dubbi, sono utili e legittime poiché hanno passato il test della "medicina basata sull'evidenza". Questa locuzione, apparsa all'inizio degli anni novanta nella letteratura medica italiana, è la traduzione abborracciata dell'inglese "evidence-based medicine" o EBM ove però "evidence" significa non evidenza ma prova. Una corretta traduzione italiana sarebbe "medicina basata sulle prove di efficacia" ma per scopi pratici uso qui l'abbreviazione di lingua inglese EBM.

La EBM consiste, secondo il pensiero del suo ideatore, il medico canadese Dave Sackett, "nell’uso coscienzioso, esplicito e giudizioso delle migliori prove disponibili per prendere decisioni sull’assistenza del singolo paziente". Si tratta in definitiva di uno strumento divenuto da Galileo in poi così ovvio che sembra inutile ricordare: infatti chi può essere contro qualcosa che è "evidence-based"? In realtà esso ha l'importante funzione di sottolineare che nella pratica medica intuizione e esperienza personale spesso non sono sufficienti a far prendere la decisione migliore. Una regola ancor più valida ai tempi non lontani della "medicina basata sull'eminenza" (secondo il termine di Edzard Ernst), ove a contare era il giudizio del Direttore e l'orientamento della "scuola". 

Dunque "evidence", in italiano prove (resisto a non usare il comodo ma inappropriato vocabolo "evidenze" che, ahimè, sta straripando nel lessico medico - l'ho sentito usare in TV anche dalla professoressa Cattaneo da poco senatrice). Prove da cercarsi dove? Nella letteratura medica di buona qualità, cioè quella fatta di lavori clinici randomizzati, controllati e, quando è possibile, a doppio cieco: gli RCT ("randomized controlled trials"). O, ancor meglio, nelle meta-analisi ben fatte in cui si esaminano criticamente le pubblicazioni su un argomento talvolta controverso e si giunge a una conclusione/raccomandazione. E a proposito di meta-analisi affidabili è obbligatorio ricordare quelle a cura della organizzazione Cochrane (http://www.cochrane.org/), una fondazione non profit cui collaborano specialisti nelle diverse aree della medicina.

Tutto bene dunque? Non proprio perché la EBM si è prestata senza volerlo a dare un indebito appoggio a terapie dal fondamento scientifico incerto e di dubbia utilità tra cui oltre le già ricordate agopuntura e medicina tradizionale cinese figurano l'omeopatia, il Reiki e altre ancora. Infatti la EBM, col privilegiare le prove di efficacia, mette implicitamente in secondo piano la fondatezza scientifica degli interventi diventando così inadeguata a valutare ipotesi poco plausibili. Talchè, in teoria, la EBM potrebbe avallare anche un rimedio degli stregoni africani come il "Tamburo Terapeutico del Congo" se qualche lavoro clinico formalmente ben fatto ne documentasse accidentalmente l'efficacia in qualche patologia. E siccome i risultati clinici favorevoli solo per accidente, o per errore sistematico, o per "bias di pubblicazione" (vedi poi) sono frequenti nella letteratura medica, chi sostiene una cura improbabile ha sempre a disposizione qualche risultato positivo da contrapporre alle critiche ottenendo così il beneficio del dubbio e il via libera a ulteriori ricerche. In questo modo la EBM, senza volerlo, fa sì che idee sbagliate assumano la dignità di una legittimazione imminente o per lo meno possibile al pari di buone idee non ancora convalidate dalla ricerca.

A complicare il problema sta la nota regola che "absence of evidence is not evidence of absence" (vedi il mio precedente post "Ulteriori prove sono necessarie…") per cui, in principio, non si può escludere un fatto anche se di esso mancano le prove. Di conseguenza le riviste mediche, comprese le Cochrane, non concludono mai che un trattamento è inefficace anche nei casi più ovvi; non vi leggeremo mai sentenze definitive come "le caramelle di miele non curano le lesioni del menisco", ma che "allo stato attuale delle conoscenze non esistono prove ("evidence") che le caramelle al miele abbiano un effetto favorevole sulle lesioni del menisco". Per ora no ma in futuro chissà è l'ammissibile corollario.

Se è ragionevole che le meta-analisi  evitino le esclusioni categoriche attenendosi a una cautela in uso anche nella vita comune ("non si sa mai quel che ci può capitare, i casi sono tanti!" dice Geppetto a Pinocchio mettendo in serbo le bucce della frutta) appare meno giustificata la frequente chiosa di auspicare ulteriori ricerche quando è chiaro che queste potranno solo dare altri i risultati negativi data l'incongruenza del loro oggetto. A questa tentazione non sfuggono neppure le riviste Cochrane, una delle quali, ad esempio, auspicava nuovi studi sull'omeopatico Oscillococcinum nella prevenzione dell'influenza purché fosse usato un materiale clinico più ampio http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10796675.

Un problema addizionale delle meta-analisi riguardanti le medicine complementari può essere l'orientamento di chi le redige. Di regola, e ovviamente, le riviste sistematiche sono affidate a esperti in materia: una rassegna sulla chirurgia del glaucoma sarà affidata a un oculista specializzato in questo settore, il punto sulla cura dell'enfisema a uno pneumologo ecc, cioè a medici che praticano la medicina basata sulla scienza. Ma le medicine complementari non si basano interamente sulla scienza (alcune per niente) e come tali sono controverse. Chi le sostiene, e magari ne trae profitto praticandole e/o insegnandole, avverte le inevitabili critiche e può sviluppare un atteggiamento difensivo che allontana dall'imparzialità di giudizio. In questi casi una rivista sistematica piuttosto che a "esperti" in materia andrebbe affidata a chi si occupa di una disciplina indipendente qual è la metodologia clinica, ed è quindi immune dalle conseguenze pratiche che possono derivare dalle conclusioni che trae. 

Prendiamo una recente rassegna Cochrane che valuta l'impiego dell'agopuntura nella profilassi dell'emicrania (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19160193). Dei sei autori, uno era impiegato dalla British Medical Acupuncture Society, tre esercitavano l'agopuntura come libera professione ed avevano, assieme ad altri due, ricevuto da società di agopuntura rimborsi spese per partecipare a congressi e/o compensi per conferenze sull'agopuntura. Tutte condizioni che non favorivano l'imparzialità dei compilatori dato che un giudizio negativo avrebbe influenzato  negativamente la loro attività clinica e didattica.

Le conclusioni di questa rassegna ("infatti" verrebbe da aggiungere) sono che l'agopuntura ha un'azione favorevole nel prevenire l'emicrania almeno quanto farmaci attualmente in uso. Si può considerare la rassegna affidabile quanto le altre curate da Cochrane e accettarne l'esito? Non tanto perché gli autori si smentiscono da soli quando vi riconoscono che l'agopuntura simulata ha la stessa efficacia dell'agopuntura "vera" ("there is no difference for an effect of 'true' acupuncture over sham intervention") senza rendersi conto di equiparare l'agopuntura al placebo e render così invalida la conclusione di efficacia. Infatti una azione terapeutica ottenuta in questo modo è per definizione placebo e non c'è tanto da girarci attorno.

Quella di sorvolare sull'aspetto scientifico di base è forse l'obiezione principale da fare alla EBM. Ce ne sono altre, una importante è che la EBM può essere influenzata dal bias di pubblicazione cioè la tendenza dei ricercatori e delle riviste mediche di pubblicare solo dati positivi. In questo modo la EBM viene a fondare il proprio giudizio su un materiale che inclina indebitamente a una visione "ottimistica" dei risultati. Ben Goldacre, un medico inglese esperto in metodologia clinica, ha individuato tra i primi questo problema riportando l'esempio che di 74 ricerche cliniche sottoposte al vaglio della FDA americana solo 40 sono state pubblicate di cui 37 avevano un risultato positivo mentre delle 34 non pubblicate ben 33 erano negative.

Un merito della EBM è stato quello di aver stimolato l'interesse di quanti si occupano di problemi sanitari sui meccanismi della conoscenza scientifica. Si è così avuta una messe di lavori tesi a individuare i modi più adatti per giungere alle corrette decisioni diagnostiche e terapeutiche. Sono stati scomodati i maggiori filosofi della scienza e svariate pubblicazione in questo campo menzionano Popper, Kuhn e Feyerabend. Tutte cose utili alla cultura della classe medica sebbene di incerta utilità per il progresso della medicina. Il premio Nobel per la fisica Steven Weinberg affermava di non conoscere nessuno che abbia contribuito al progresso della fisica nel periodo postbellico le cui ricerche sono state aiutate significativamente dal lavoro di filosofi. Allo stesso modo Wittgenstein, che di scienza se ne intendeva, dubitava fortemente che i suoi scritti filosofici riuscissero utili a qualche ricercatore. Esiste piuttosto il pericolo (in parte avverato, temo) che la EBM si converta in una nuova ideologia medica, e che in virtù del suo approccio interdisciplinare offra l'occasione di chiacchiere e controversie improduttive in un'epoca come la nostra più di altre "vaga di ciance e di virtù nemica" come Leopardi chiamava l'età in cui visse.

lunedì 2 settembre 2013

LA MEDICINA DEL VANILOQUIO



LA MEDICINA DEL VANILOQUIO


Sembra fatta. Dopo lunghe discussioni l'Ordine Nazionale dei Medici ha stabilito che secondo il nuovo codice deontologico in preparazione il paziente non si chiamerà più "paziente" ma "persona assistita" (Corsera 21-8-2013). Perché? Ce lo dice Amedeo Bianco, l'attuale presidente dell'Ordine oltreché senatore della Repubblica: il termine, afferma Bianco, "trasmette il significato immediato di chi ha il diritto a ricevere cure e assistenza senza passività". Cosa cambierà realmente? Nulla.

Certo, esistono modi irriguardosi di rivolgersi ai pazienti e di parlarne, spesso frutto di abitudine o insensibilità. Uno di essi è identificare il malato con la malattia che lo affligge e descriverlo come "un caso di…", una locuzione che se usata da un assistente durante la visita ai reparti mandava regolarmente in bestia Tinsley Harrison, il clinico americano coordinatore delle prime edizioni dei "Principles of Internal Medicine", la Bibbia della clinica. Individuare questi modi nel nuovo codice deontologico e sconsigliarli può essere utile mentre non serve complicare il lessico con terminologie ingombranti.

Rileggendo la spiegazione di Bianco si intuisce lo spirito dei tempi che la ispira. In quel "ricevere cure senza passività" sta un concetto di conio recente, quello dell'"empowerment" per cui al paziente viene conferita una maggiore autorità nelle decisioni che riguardano la propria salute. Un principio ottimo di cui però non si sente il bisogno dato che esso è totalmente secondario a una cosa che nella vera medicina c'è già: la corretta informazione del paziente. Informando bene il paziente lo si coinvolge automaticamente nella  scelta della condotta da seguire. 

Faccio un esempio in un settore che conosco bene. Prendiamo un ottantenne che si è accorto di vedere meno in un occhio tanto da non poter più leggere il giornale se dipendesse solo da quell'occhio. La causa è una opacità nella parte posteriore del cristallino che dimezza l'acutezza visiva. L'altro occhio è essenzialmente OK e il paziente non ha alcuna difficoltà con l'acutezza visiva globale né con il campo visivo che è indenne in ambo gli occhi

Tecnicamente esistono le indicazioni per una operazione di cataratta, ma conviene davvero al paziente farsi operare? I rischi dell'intervento sono minimi, però ci sono. Al sommo della sfortuna c'è l'eventualità di una infezione intraoperatoria con relativa endoftalmite che di regola comporta la perdita della vista. C'è poi il fatto che nei primi anni dopo un intervento di cataratta aumenta sensibilmente il rischio di distacco di retina; ci sono anche dati per cui l'operazione può peggiorare una patologia della macula retinica allo stato iniziale. Esistono infine i rischi connessi con lo stesso intervento: si tratta di un ottantenne e un'operazione, anche se piccola e in anestesia locale, è sempre una operazione.

Al paziente la scelta. In un caso del genere la decisione è di rimandare; può darsi invece che il paziente, specie se in buone condizioni generali e ancora attivo, veda nell'abbassamento della vista di un occhio una menomazione intollerabile e decida per l'intervento. Allora si opera. In questo caso, e chissà in quanti altri, non c'è nessuna passività da parte del paziente, basta che esso abbia ricevuto una informazione esauriente e, anche, calibrata alla sua cultura. Io (e i colleghi che conosco) ho sempre fatto così senza rendermi conto di generare l' "empowerment" del paziente: un po' come monsieur Jourdain del Borghese Gentiluomo di Molière che si accorse di aver parlato in prosa per quarant'anni senza saperlo.

Penso che imporre il termine "persona assistita" al posto di "paziente" risponda all'illusione tutta italiana di poter cambiare le cose cambiando le parole. Ma non è col vocabolario che si migliora la medicina e si fa l'interesse dei malati. Per questo fine il metodo più sicuro è far sì che la competenza dei medici sia sempre migliore. E a questo scopo, se si vuol proprio agire sulla comunicazione, una via è rendere obbligatoria per i medici una ottima conoscenza dell'inglese.  Intendiamoci, non voglio dire che chi non sa l'inglese non è un buon medico, voglio dire che sapendolo sarebbe ancora migliore. Questo perchè ormai l'inglese per chi si occupa di scienza (e la medicina è scienza applicata) è come il latino per gli intellettuali del medioevo: bisogna saperlo bene. Una delle tante ragioni è che per aggiornarsi adeguatamente occorre andare alle fonti originali le quali sono sempre in inglese. Un fatto a sostegno di questa opportunità: non vedo in rete che del già menzionato "Principles of Internal Medicine", manuale quasi obbligato per chi fa il nostro mestiere, esistono la traduzione tedesca, francese, olandese né in lingue scandinave, cioè nelle lingue delle nazioni scientificamente più avanzate del continente. Segno che i medici di quei paesi non hanno bisogno di traduzioni dall'inglese e non devono attenderle per tenersi aggiornati. Imitare i più bravi (non dico in tutto) funziona fin da quando andavamo a scuola.

Un recente settore dove abbonda la fantasia linguistica, e a cui il concetto di "empowerment" appartiene, è quello della "Medicina centrata sulla persona", vedi http://www.intempo-online.com/medicine-non-convenzionali/143-medicina-centrata-sulla-persona.html autore il dottor Roberti di Sarsina (RdS). Ma perché istituire una medicina speciale "centrata sulla persona"? La ragione, si sostiene, è che la medicina attuale si interessa solo alla malattia trascurando il malato nella sua interezza di corpo e di mente. Questa però è una fallacia logica (detta dello "straw man") in cui si critica qualcosa facendone una rappresentazione banalizzata e distorta. Infatti la vera medicina pone già il malato in tutti suoi aspetti al centro dell'attenzione sicché non c'è alcun bisogno di nuove medicine quando semplicemente basta seguire con diligenza le regole di quella che c'è già. Richiamare i medici a queste regole se si pensa che siano disattese è la soluzione naturale. 

Ho citato l'articolo di RdS anche perché in esso si trovano esempi di vaniloquio simili a quello di "persona assistita". Eccone uno. Occorre, vi si legge, rivolgere l'attenzione "alle capacità di auto-guarigione, al risveglio delle potenzialità individuali che sostengono ed amplificano i benefici del trattamento". Bellissime parole ma come? La vaghezza funziona benissimo in poesia, al liceo ci hanno spiegato il miracolo della vaghezza leopardiana, ma in medicina se si vuol affermare un effetto bisogna specificare come ottenerlo. RdS accenna solo a un modo: quello di sfruttare le potenzialità della "medicina integrata" la quale si avvale di medicine non convenzionali (MnC) quali agopuntura e omeopatia.
  
"Medicina integrata" dunque. Ecco un altro neologismo che alla prima suona bene. Ma ha un significato? Perché non c'è bisogno di sfogliare il grande dizionario del Battaglia per sapere che integrare significa aggiungere qualcosa a qualcos'altro che quel qualcos'altro non ha. E non si può "integrare" la medicina con le MnC dato che queste non hanno una attività specifica e producono solo un effetto placebo. Ma l'effetto placebo lo suscita legittimamente anche la medicina autentica, non occorre nessuna medicina ancillare per crearlo. Quindi il termine "medicina integrata" è in essenza vaniloquio, paragonabile al quello di "indagine conoscitiva", termine che si sente spesso nei notiziari televisivi: è sufficiente dire "indagine" come è sufficiente dire semplicemente "medicina".

Ho parlato della fallacia logica chiamata dello "straw man" insita nelle ragioni della "medicina centrata sulla persona". Chi propone questa medicina cade spesso in un'altra fallacia, quella "della conclusione irrilevante". Torniamo all'articolo di RdS (non ho niente contro questo collega ma il suo articolo è paradigma delle contraddizioni insite nei temi che tratto). Dopo aver proposto l'integrazione con le MnC ci aspetteremmo riferimenti scientifici sulla efficacia specifica di questi interventi. Invece RdS tace su questo punto essenziale e passa (competentemente) a descrivere varie normative vigenti sulle MnC: in che modo esse vengono definite dall'americano "National Center for Complementary Alternative Medicine" (NCCAM) e dall'Organizzazione Mondiale della Sanita' (OMS), come l'OMS le classifica, quali sono le decisioni in proposito dell'UNESCO e dell'Unione Europea, quali le linee guida decise dalla conferenza Stato-Regioni del 2009 e altro.

Dov'è la fallacia logica in questo passaggio? Secondo me c'è ed è sottile perché implicita: sta nel far intendere che se autorevoli organi regolatori hanno legiferato in vario modo nel campo delle MnC significa che questi interventi hanno superato il necessario vaglio delle prove cliniche cioè degli studi randomizzati e controllati o RCT. Ad esempio, se nel 2009 il Consiglio Nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici italiana ha approvato linee guida per la formazione dei medici in MnC (una sorta di specializzazione) vuol dire che esso ha giudicato questi interventi efficaci. E quali sono questi interventi? Eccoli: Agopuntura, Medicina Ayurvedica, Medicina Tradizionale Cinese, Omeopatia, Medicina Antroposofica, Omotossicologia, Fitoterapia. Dei quali però, ad eccezione della fitoterapia, non esiste a oggi alcuna prova valida di efficacia specifica.

Il punto è che gli organismi regolatori sono in buona parte politici e quindi sensibili a situazioni di fatto. Che in questo caso è la grande quantità di pazienti che si affidano alle MnC e di coloro, medici e no, traggono un profitto esercitandole. C'è poi l'esigenza di tutelare i pazienti ponendo regole e limitazioni a misure terapeutiche non sempre innocue. Da queste necessità diverse è nata una situazione confusa in cui interventi irrazionali e, naturalmente, inefficaci hanno avuto l'implicito avallo di molte amministrazioni e perfino di alcune facoltà mediche. La linea giusta (ma difficile) da seguire era di richiedere preliminarmente per queste cure il rigoroso vaglio della scienza. La via più agevole era quella che poi è stata seguita: mettere un ordine almeno amministrativo in un campo che diventava sempre più incerto e malsicuro. Come sosteneva il moralista Chamfort (1741-1794) "Il est plus facile de légaliser certaines choses que de les légitimer".

Una situazione confusa e contraddittoria quindi, di cui è specchio un linguaggio fumoso con termini e espressioni che nella medicina basata sulla scienza non hanno diritto di cittadinanza. Oltre ai già citati "empowerment" e "medicina integrata" abbiamo (ometto le virgolette): olismo, allopatia, entanglement quantistico, modulazione, energie vitali, squilibrio energetico, deficit energetico e chissà quanti ancora. Un pastrocchio da cui sembra difficile uscire.

Tentare comunque è possibile e un primo passo può esser fatto proprio ripulendo il linguaggio medico. Il filosofo Ludwig Wittgenstein sosteneva che molti problemi filosofici si perpetuano a causa di fraintendimenti dovuti al linguaggio e possono essere risolti solo facendo attenzione al reale significato delle parole che si impiegano. Chissà che la regola non valga anche per la medicina. Proviamo, tanto per cominciare, a smettere di usare e proporre termini ed espressioni inutili o senza un significato preciso solo perché suonano bene.

martedì 13 agosto 2013

CORRISPONDENZE FASULLE E CREDULITA' AUTENTICA


  • CORRISPONDENZE FASULLE E CREDULITA' AUTENTICA
  • Alla fine del post il perché di questa buffa figura.


  • "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne sogni la tua filosofia" è il celebre ammonimento che Amleto rivolge al fedele amico. La stessa cosa si potrebbe dire per quel mondo che è il corpo umano, almeno a sentire chi vede in esso più collegamenti e correlazioni di quanti ne abbia accertati l'anatomia e la fisiologia. Per esempio, in varie aree nell'iride oculare sarebbero rappresentati tutti gli organi interni come mostra la figura sottostante che ho ripreso da un articolo  di S Novella http://theness.com/neurologicablog/index.php/iridology-update/, il bravissimo animatore del movimento "Science Based Medicine".


  • Ce lo dice l'iridogia per cui le malattie dei singoli organi corporei si manifestano con macchie, accumuli di pigmento, atrofie, scolorimenti dell'iride nei punti corrispondenti agli organi stessi. Una tecnica diagnostica che, se corretta, potrebbe far risparmiare fior di soldi in radiografie, TAC, ecografie ecc.
  • Nè un Orazio moderno avrebbe sospettato che i nostri organi sono rappresentati anche sulle piante dei piedi. Lo afferma la riflessologia plantare, per cui il massaggio di punti specifici del piede migliora la circolazione del sangue e la funzione degli organi ad essi collegati. Le mappe della riflessologia sono molto particolareggiate essendovi rappresentate anche umili strutture come le tonsille e l'appendice intestinale. 
  • Queste complessità impallidiscono però di fronte a quelle all'agopuntura secondo cui ogni minima area cutanea sarebbe in relazione con qualche struttura profonda del corpo http://www.chiro.org/acupuncture/ABSTRACTS/Acupuncture_Points.pdf .
  • L'agopuntura, come noto, è una disciplina antichissima originata 1000 e più anni avanti Cristo e in tutto questo tempo i cinesi hanno avuto modo di esplorare minuziosamente il corpo umano non lasciando un millimetro quadrato di pelle senza la sua brava corrispondenza interna.  Quanti siano realmente i cosiddetti agopunti non è dato sapere anche perché esistono diverse scuole di agopuntura spesso in disaccordo tra loro, si parla comunque di 2000. Il manuale di agopuntura della Hoepli li riduce a 361 punti "classici" che, comunque, è un numero rispettabile.
  • Ma com'è che i vari punti dell'iride, della pianta del piede, della superficie corporea sono in qualche modo collegati ciascuno con un organo? Esiste una rete di nervi sottilissimi che a mo' di fili telegrafici assicura un qualche scambio di comunicazioni? La risposta è no, simili entità anatomiche semplicemente non ci sono, se ci fossero le avremmo vedute col microscopio elettronico che ingrandisce fino a un milione di volte. 
  • Allora come si spiegano tutte queste connessioni? L'iridologia origina dall'osservazione di un ragazzo ungherese Ignatz Peczely che notò (riassumo) una macchia nell'occhio di una civetta che si era fratturata una zampina, macchia che venne gradualmente sostituita da una cicatrice biancastra. Peczely dedusse che la zampina era rappresentata in un punto dell'iride dell'animale. Partendo da ciò Peczely, che poi divenne medico, elaborò tutte le corrispondenze iride-corpo disegnando mappe dell'iride che probabilmente erano prodotte dalla sua immaginazione e da quella efficace forma di autoinganno chiamato "bias di conferma" per cui viene notato solo quello che si accorda con una teoria precostituita. Difficile saperlo, tra l'altro Peczely annotava le sue osservazioni  in ungherese che non è il massimo in fatto di intelligibilità. 
  • E in che modo sono state dedotte le varie corrispondenze pianta del piede-organi? Qui non ci soccorrono neppure reperti occasionali come quello di Peczely. I riflessologi preferiscono sorvolare soffermandosi invece sui benefici ottenuti con questa tecnica in varie malattie. Certo, farsi massaggiare i piedi è piacevole e rilassante, tutti l'abbiamo provato. Ma da questo ad ottenere effetti come migliorare la circolazione sanguigna dell'organo X comprimendo il punto Y del piede è un bel salto, e infatti le poche ricerche cliniche attendibili sull'argomento non dimostrano alcuna azione specifica di questo intervento https://www.mja.com.au/journal/2009/191/5/reflexology-effective-intervention-systematic-review-randomised-controlled-trials
  • Lo stesso all'incirca può dirsi dell'agopuntura ma qui le cose sono molto più complesse perché entrano in ballo entità  importate dalla geografia come i meridiani corporei e poi misteriosi fluidi vitali chiamati Qi, Yin e Yang. Assai più complicate e talvolta ancor più impensabili sono le corrispondenze funzionali ad esempio il punto BL67 localizzato all'angolo esterno del quinto dito del piede la cui stimolazione correggerebbe una viziata presentazione del nascituro al momento del parto. E qual è la base scientifica di questo imponente edificio? Non c'è, il fondamento dell'agopuntura è di altra natura: culturale, storico, filosofico. La scienza, come la intendiamo da Galileo in poi, non ci fa neppure capolino.
  • Sorvoliamo sul problema se sia lecito o no sottoporre i malati a cure basate solo su ipotesi oppure, come nel caso dell'agopuntura, solo su tradizione e autorità. Certo è che chi abbandona la medicina basata sulla scienza percorre una via incerta che lo espone a errori anche ridicoli. E qui conviene spiegare il perché della buffa figura iniziale passando per il Decamerone:
  • “L’altra si è una pietra la quale noi altri lapidarj appelliamo elitropia, pietra di troppo gran virtù, per ciò che qualunque persona la porta sopra di sè, mentre la tiene, non è da nessun altra persona veduto...” fa credere il buontempone Maso assieme ai pittori Bruno e Buffalmacco all’ingenuo Calandrino.
  • Non da meno dei burloni del Boccaccio, l’embriologo britannico McLachlan si è inventato, forse in una delle domeniche piovose così frequenti nel suo paese, una corrispondenza anatomica tra parti del corpo umano e... le natiche. Dopodichè ha inviato la sua “scoperta” al comitato organizzatore della Conferenza Internazionale di Medicina Integrata a quell'epoca in programma a Gerusalemme nell’ottobre del 2010. Lo studio era illustrato con un deretano presumibilmente femminile su cui erano disegnate le varie parti corporee ivi rappresentate (vedi figura iniziale e nota 1). Queste inattese correlazioni, aggiungeva McLachlan, potevano essere utilizzate a scopi diagnostici e curativi proprio come fanno la riflessologia e l’auricolopuntura (una variante dell'agopuntura per cui tutto il corpo è rappresentato nel padiglione dell'orecchio).
  • Invece di farci sopra una bella risata, il comitato scientifico  (“scientifico”, avete letto bene) prese sul serio il contributo accettandone la presentazione al convegno cui McLachlan saggiamente non partecipò rivelando infine lo scherzo con una lettera al British Medical Journal (BMJ) (http://www.bmj.com/content/341/bmj.c6979?sid=399ff70a-c25d-45f9-a875-67d8f83b4ddf), lettera da cui ho derivato la figura.
  • Facile estrarre il sugo da questa storia che è la credulità degli organizzatori forse resi insensibili all’assurdo dai numerosi contributi inverosimili che avevano ricevuto (uno di essi riguardava un “approccio cabalistico-omeopatico per integrare il significato delle manifestazioni corpo-mente”).
  • Più difficile a capire è invece l’accoglienza che i lettori del BMJ hanno riservato allo scherzo. Infatti, circa la metà delle lettere sull’argomento inviate alla rivista medica disapprovava il comportamento di McLachlan e quasi scusava la cantonata del comitato scientifico israeliano. E’ interessante notare che l’analoga burla del fisico Alan Sokal (vedi nota 2)  perpetrata quindici anni prima ai danni di una rivista sociologica non suscitò alcun biasimo, un segno del sopravvento che ha preso il “politically correct” per cui non sta bene farsi beffe di un’idea sciocca.
  • Forse il significato più profondo di questo episodio è fornito dall’autore stesso il quale, dopo aver rivelato lo scherzo, concludeva: “La cosiddetta medicina integrata non dovrebbe essere usata come un modo per introdurre di contrabbando pratiche alternative entro la medicina razionale abbassando il livello del pensiero critico. Non accorgersi di una burla  così palese è un segnale poco incoraggiante.”
  • Nota 1. Nella figura iniziale si vedono immagini di organi (piede, gamba, mano, faccia). Le immagini sono grottesche perché le dimensioni delle loro varie parti è direttamente  proporzionale alla quantità di cellule nervose cerebrali (sensitive e motrici) loro corrispondenti. E' per questo che, ad esempio, la mano, deputata a movimenti complessi e quindi bisognosa di una ricchissima innervazione motoria, è raffigurata assai più grande del piede.
  • Nota 2. Nel 1996 il fisico Alan Sokal inviò alla rinomata rivista “Social Text” un articolo pseudoscientifico dal titolo (“Trasgredire le frontiere: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica”) in cui imitava il vaniloquio di certe pubblicazioni “New Age”. La redazione della rivista cadde nel tranello pubblicando il lavoro senza accorgersi delle palesi sciocchezze di cui era disseminato.