martedì 30 maggio 2017

FALSE MEDICINE E VERE MALATTIE


FALSE MEDICINE E VERE MALATTIE


Sono due entità che per fortuna si incontrano di rado ma quando ciò avviene l'esito è pessimo. L'otite media, ad esempio, è una malattia "vera" e, come tale, capace di complicarsi pericolosamente. Somministrare medicine "false" quali i preparati omeopatici dà l'illusione che qualcosa venga fatto per combattere il male. Ciò ritarda la somministrazione di farmaci efficaci quando ne diviene evidente l'indicazione.

Si sente spesso domandare che male ci sia con le medicine alternative/complementari/integrative ("what's the harm in alternative medicine?"). Anche se fossero inefficaci, questi metodi di cura, si dice, non hanno effetti collaterali, sono graditi ai pazienti, e hanno il beneficio di arrecare un effetto placebo, proprio come le medicine "vere".

Il punto è che le malattie, come ogni fenomeno naturale, hanno regole proprie e sono perfettamente indifferenti alle nostre argomentazioni. A loro non importa se le cure con cui cerchiamo di combatterle sono frutto di sapienza millenaria, se sono riconosciute dall'Organizzazione Mondiale di Sanità, se figurano nei "Livelli essenziali di assistenza" da questa o quella Regione italiana. Le sole misure cui rispondono sono quelle della biochimica e della fisiologia. Così, la penicillina funziona bloccando il meccanismo biochimico che forma la membrana protettiva dei batteri, i farmaci beta–bloccanti curano il glaucoma diminuendo la produzione di umor acqueo da parte del corpo ciliare. Eccetera.

Per quale ragione allora l'omeopatia dovrebbe combattere l'otite dei bambini? Perché così dice Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia, nella suo monumentale opera "L'Organo della medicina razionale": soluzioni ultradiluite in granuli di Arsenicum album, Camomilla, Pulsatilla, Silicea attenuano il dolore e combattono l'infiammazione. Ma questa non è una spiegazione accettabile, anzi non è una spiegazione almeno da Galileo in poi: "Nullius in verba", come dichiara la Royal Society.

Giustificazioni di questo tipo vengono addotte per ogni tipo di medicina complementare. L'agopuntura, si spiega, agisce facilitando il flusso della forza vitale Qi e ristabilendo l'equilibrio tra Yin e Yang. E perché ciò dovrebbe combattere le malattie e produrre altri effetti desiderabili come promuovere la fertilità? Perché così sta scritto nei testi classici di medicina che circolavano in Cina quando a Roma era imperatore Augusto. Ma nessuno sa spiegare come l'agopuntura funzioni dato che l'esistenza del Qi non è verificabile né, tanto meno, se ne può misurare il flusso. Nel linguaggio della scienza, come dice il fisico Robert Park, "Qi has no metric".


Siamo dunque di fronte al nulla e col nulla ovviamente non si può "integrare" niente, medicina compresa. Per di più è un nulla che pretende di essere qualcosa e come tale capace di fare danni alla salute oltre che generare confusione nella testa dei pazienti e, per somma disgrazia, anche in quella di alcuni medici.


domenica 14 maggio 2017

TELEFONI CELLULARI E TUMORI

TELEFONI CELLULARI E TUMORI

Sentenze contraddittorie si sono avute sul ruolo dei vaccini pediatrici come presunta causa di autismo. Qui il ricorso in appello ha corretto errori ma problemi di questo tipo continuano a presentarsi come mostra la sentenza di un giudice del lavoro di Ivrea il quale ha riconosciuto l’uso del telefono cellulare come causa di tumore intracranico condannando l'Inail a corrispondere una rendita vitalizia da malattia professionale a un dipendente di Telecom che al lavoro aveva fatto un uso assiduo dell’apparecchio.

La decisione è opinabile ed è stata anche riportata in modo errato dalla stampa, come "Sentenza storica: riconosciuto il nesso tra uso del cellulare e tumore al cervello" (Unità 27/4, 2017) o "Il cellulare provoca il cancro" (La Stampa 21/4, 2017). Chiariamo le cose: in questo caso non si tratta né di tumore al cervello né di cancro bensì di un neurinoma, un tumore istologicamente benigno della membrana isolante che avvolge un nervo (l’acustico) nel suo decorso entro la cavità cranica. A rendere il tumore pericoloso non è tanto la sua natura (essendo benigno si sviluppa lentamente e non dà metastasi) ma il fatto che esso si accresce entro un contenitore rigido comprimendo le strutture nervose circostanti e compromettendone la funzione. Detto questo, è dubbio che il giudice avesse elementi per riconoscere, come ha fatto con una sentenza, che è stato l'uso del cellulare a cagionare il neurinoma del paziente.

Accertare un nesso di causa–effetto è sempre stato difficile. Il greco Democrito (l’autore della teoria atomica della materia) diceva che avrebbe preferito trovare un vero rapporto del genere che diventare re di Persia mentre il filosofo Hume negava addirittura la causalità. Finezze filosofiche a parte, in medicina vengono continuamente accertate correlazioni causali utilissime per la prevenzione di malattie anche mortali, tra le più note quella tra fumo di sigarette e tumore polmonare riportata dall’inglese Richard Doll nel 1950. Certo, un tumore del polmone può svilupparsi in chi non ha mai fumato ma resta il fatto che chi fuma ha 15–30 volte maggiori probabilità di morire di questa malattia di chi non fuma.

E il telefono cellulare come causa di tumori intracranici? Qui non occorreva Sherlock Holmes per fare il seguente ragionamento e diventare subito scettici in proposito. Negli ultimi 30 anni il numero dei cellulari è aumentato a dismisura, solo negli Stati Uniti le utenze sono passate da 340,000 nel 1985 a 327.5 milioni nel 2014. Se il telefono cellulare provocasse tumori questa patologia sarebbe aumentata di pari passo o per lo meno sarebbe aumentata considerevolmente. Invece no, la letteratura medica qualificata ci dice che il numero di questi tumori è rimasto stazionario negli ultimi venti anni o forse leggermente diminuito. Certo, “absence of evidence is not evidence of absence” (l’assenza di prove non è prova di assenza) ma con un materiale clinico così enorme se ci fosse stato un rapporto tumori-cellulari questo sarebbe venuta fuori. E infatti chi sostiene una correlazione causale ricorre spesso al ripiego di dire che "è ipotizzabile” o "non si può escludere" che la colpa sia del telefonino. Ma con questo metro entriamo in un modo magico di cause e concause dove tutto diviene possibile e si può decidere in qualsiasi modo senza pensarci tanto: una babilonia. Tra l’altro non ci sono indizi che le onde elettromagnetiche usate nelle telecomunicazioni causino tumori: esse non sono ionizzanti e non danneggiano il DNA come fanno le radiazioni elettromagnetiche ad alta frequenza quali i raggi X, nota causa di tumori maligni.

Sull’eventuale rapporto tra cellulari e tumori esiste un monumentale resoconto del National Cancer Institute statunitense aggiornato al 27 maggio 2016 che ha rivisto criticamente tre grandi studi epidemiologici in proposito arrivando alla conclusione di dichiarare improbabile un nesso causale. Si tratta di studi molto ampi in cui sono state valutate molte variabili e, come da aspettarsi in simili casi, hanno mostrato qualche associazione marginale, ad esempio un leggero aumento del rischio di glioma cerebrale nel gruppo di soggetti che faceva un uso smodato del cellulare. 

In proposito c’è anche il giudizio del Comitato Scientifico della Commissione Europea sui nuovi rischi sanitari (“European Commission Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks” la quale ha considerato gli studi epidemiologici in proposito e concluso che l’uso del cellulare non comporta un aumentato rischio di tumori del cervello e di altre regioni della testa e del collo.

Per quel che riguarda il neurinoma del nervo acustico sono stati sollevati sospetti di una correlazione ancorché debole con l’uso del cellulare secondo uno studio dell’Università di Oxford smentita però da un successivo studio della stessa Università nel 2103.

Visita la pressoché totale assenza di dati positivi in materia, desta perplessità la sentenza emessa dal Tribunale del lavoro di Ivrea. Molti mezzi d'informazione hanno sottolineato la novità della sentenza come il quotidiano che ha parlato addirittura di “Sentenza Storica dell’Italia” dato che in nessuna altra nazione era stata ancora presa.

C’è da domandarsi però se con la profonda incertezza che perdura in questo campo possiamo trarre dalla vicenda, come sembra si sottintenda, motivo d’orgoglio nazionale dato che non c’è nessun merito a prendere per primi una decisione probabilmente incauta. Negli Stati Uniti sono in vigore i “criteri Daubert" per cui nei processi può essere riconosciuto come prova un dato avente giustificazione scientifica anche se esso non gode dell’appoggio della maggioranza degli scienziati. Leggo che nel 2010 la Cassazione ha accolto questi criteri nella giurisprudenza italiana. Nel nostro caso però non ci sono prove affidabili, neppure una che non sia poi stata smentita. Semplicemente non si sa. Ora l'ignoto è una nozione esistenziale che ha affascinato navigatori e poeti (Baudelaire anelava di partire per l'ignoto) ma non può verosimilmente servire da sostegno a una sentenza giudiziaria riguardante una questione scientifica.

Qui la sola conclusione logica che sarebbe stato bene prendere è dello stesso tipo del “debole parere” di fra Cristoforo secondo cui “non dovrebbero esserci né sfide, né portatori, né bastonate”: con quello che sappiamo, su cellulari e tumori non dovrebbero esserci decisioni. Almeno per ora.





giovedì 4 maggio 2017

GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO E MOSTRATO


GRILLO E I VACCINI: COSA HA DETTO


Ripropongo, modificato, un vecchio post del 2013 perché contiene informazioni che non vedo riportate nella presente discussione in proposito.

Grillo (G) non è più ma è stato certamente contrario alle vaccinazioni obbligatorie ed ai vaccini in genere. Ai vaccini ha dedicato nel 1998 una puntata del suo spettacolo "Apocalisse Morbida" cominciando con l'affermare che le vaccinazioni obbligatorie sono 10. In realtà sono quattro (poliomielite, difterite, tetano, epatite B). Quello delle vaccinazioni è un soggetto molto complesso, affetto più che altri dalle incertezze della politica sanitaria. Non entriamo in tutto questo e limitiamoci a trattare un aspetto importante che G sviluppa. G sposa una tesi cara al movimenti "antivax" per cui i vaccini contro alcune malattie infettive, segnatamente quelle dell'infanzia, sono al meglio inutili perché queste patologie tendono a estinguersi spontaneamente. Quando essi non sono dannosi ad esempio, come hanno sostenuto alcuni del suo movimento, favorendo nei bambini l'insorgenza di autismo. 

Dopo una fantasiosa, e, va detto, divertente, descrizione del meccanismo della vaccinazione, G si immagina una specie di congiura internazionale tesa per motivi economici a sostenere l'utilità dei vaccini, e a prova di ciò mostra una diapositiva (sotto) il cui contenuto ho ricostruito.



"Questi sono dati ISTAT" afferma G a mo' di certificazione - anche se sembra improbabile che l'Istituto Italiano di Statistica si metta a contare le malattie infettive americane. in alto. Come si vede, continua a un dipresso G, il vaccino contro la difterite è stato introdotto negli USA nel 1930 e la difterite è scomparsa nel 1950. 

Ma non è merito del vaccino però, stabilisce G. Infatti, se guardiamo l'intero grafico (figura successiva) che, secondo G, "non ci hanno fatto vedere", "la difterite stava scomparendo per i cavoli suoi" (consenso e ilarità del pubblico).


Conclusione: il vaccino contro questa malattia è inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce contro un morente difterite.

Prima di assentire e partecipare al buonumore generale, non sarà male esaminare attentamente la seconda diapositiva. G l'ha tratta con ogni probabilità da un grafico compilato a cura dell'americana National Health Federation. Il grafico originale (figura successiva) è assai più complesso perché, oltre la difterite, riguarda morbillo, scarlattina, tifo e pertosse. In esso però vi è rappresentata non la prevalenza (numero di casi) di queste malattie come G sembra intendere per la difterite – e come anche il suo grafico riporta – ma la mortalità ad esse associata (qui il numero di morti per 100,000 casi). Il che è una bella differenza. In epidemiologia prevalenza e mortalità sono parametri indipendenti, ad esempio il morbo di Ebola ha una mortalità molto alta ma esso per fortuna è rarissimo. 



Dal grafico si vede tra l'altro che, delle cinque malattie infettive, la difterite è nel complesso quella con la più alta mortalità, un carattere che consiglia in modo particolare la vaccinazione. Inoltre, secondo quanto G mostra, la vaccinazione antidifterica fu introdotta in USA nel 1930 mentre dal grafico originale risulta che in quell'anno essa era già praticata da 10 anni. Perché questa manomissione? Forse per celare la recrudescenza avvenuta in quegli anni della malattia che evidentemente non se ne andava "per  i cavoli suoi"? Difficile dirlo.

Grazie ai rapidi progressi della medicina avvenuti nel secolo scorso è solo naturale che la mortalità per malattie infettive stesse gradualmente diminuendo anche prima delle vaccinazioni. Questo non vuol dire però che la difterite stava scomparendo in seguito a un suo ravvedimento nei nostri confronti o perché si era commossa leggendo "Mors. Nell'epidemia difterica", la bellissima poesia in cui Carducci piange la perdita del figlioletto morto, appunto, di difterite.

Essa uccideva meno perché i medici erano diventati più abili a curarne le complicazioni mortali. Che poi le malattie infettive non tendano per loro natura alla estinzione e che i vaccini siano decisivi a farle scomparire lo dicono  esperienza e buon senso. L'igiene e le migliorate condizioni di vita non bastano. Prendiamo la poliomielite, una malattia veramente orribile, terrore dei genitori della prima metà del 900 scomparsa in Italia dopo l'introduzione del vaccino. Impossibile non fremere di commozione vedendo la foto della sala d'un antico reparto di pediatria ove stavano allineati alcuni polmoni di acciaio da ognuno dei quali spuntava il visino di un fanciullo col diaframma paralizzato. 

Secondo G il vaccino contro questa malattia sarebbe inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce su un morente. 

Va detto anche che le ricorrenti epidemie di polio non risparmiavano le società più progredite, anzi si aveva l'impressione che colpissero di più i paesi dove l'igiene e le condizioni di vita erano migliori come le nazioni del Nordeuropa e gli Stati Uniti. 

G non pensa così e infatti aggiunge scandendo le parole: "La poliomielite stava scomparendo per i cavoli suoi", e poi (gridando): "Sabin, il grande scienziato, un Di Bella, uno che non ha venduto nulla [cioè non praticava la medicina per lucro] è morto col dubbio sul suo vaccino. Là dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove no, lo stesso."

A parte che nulla suggerisce che Albert Sabin dubitasse della utilità del suo vaccino, ciò è falso: oggi la poliomielite persiste in forma endemica (quando cioè l'infezione si perpetua senza l'intervento di una causa esterna) in Nigeria, Pakistan e Afganistan: proprio nei paesi ove la vaccinazione generalizzata è ostacolata da arretratezza e da religiosi che vedono in essa uno strumento dell'Occidente per turbare i loro paradigmi. Dando retta a G e ai talebani avremmo tutti da perdere, sia, ovviamente, chi vive nelle zone ove la malattia persiste, sia da noi ove essa è ormai roba del passato: in Italia l'ultimo caso di polio è occorso nel 1982.

Come quello del vaiolo, il virus della poliomielite colpisce esclusivamente l'uomo e quindi la sua eliminazione dalla faccia della terra è tecnicamente possibile come, infatti, è avvenuto per il vaiolo, una malattia dichiarata estinta nel 1980 e il cui virus oggi vive solo in qualche laboratorio. E' immaginabile il pericolo che i paesi progrediti correrebbero smettendo di vaccinare e persistendo nel mondo grandi sacche di questa infezione. Questo perché col passare del tempo sarebbero sempre più numerosi i non vaccinati infettabili e con essi la possibilità che tornino a svilupparsi epidemie di polio in popolazioni che le vaccinazioni degli avi avevano reso indenni. La poliomielite non è scarsamente infettiva come, ad esempio, la SARS: la polmonite virale che a intervalli preoccupa tanto l'opinione pubblica. La poliomielite si diffonde rapidamente ed è facile immaginare il rischio di nuove epidemie anche considerando il costante aumento dei viaggi internazionali, migrazioni e con essi le occasioni di contagio. Tra l'altro, i vaccini non sono come farmaci di sintesi producibili quasi senza indugio su scala industriale. Per farli occorre tempo, ad esempio il vaccino per l'influenza stagionale suina richiede da 4 a 6 mesi. C'è quindi anche il rischio di non avere subito i mezzi per arginare improvvise epidemie.

Di passata Grillo accenna anche alla tossicità dei vaccini dovuta al mercurio del Thimerosal, un antisettico contenente mercurio e usato come conservante in alcune preparazioni farmaceutiche. Esso fu introdotto per impedire la crescita di funghi e batteri dopo un terribile incidente avvenuto negli Stati Uniti nel 1928 in cui morirono di difterite 12 su 21 bambini vaccinati da una fiala multiuso infetta. Ora, siccome "è la dose a fare il veleno"  occorre sapere che secondo la Environmental Protection Agency americana non c'è pericolo ad assumere 0.1 microgrammo di mercurio moltiplicato il peso del nostro corpo in chilogrammi (secondo la Food and Drug Administration il limite è 0.4 microgrammi). E il mercurio del Thimerosal usato nelle correnti preparazioni farmaceutiche è inferiore a queste dosi. Timori oltretutto del passato riguardo ai vaccini pediatrici poiché, almeno in Europa e negli Stati Uniti, essi non contengono più questo conservante.


PS. E' notevole che a distanza di secoli si torni ad avere dubbi sull'utilità delle vaccinazioni i cui benefici furono subito compresi dalle menti illuminate (in verità non tutte) del tempo in cui furono introdotte. Ed era anche stato anche capito il meccanismo della protezione da vaccini. Nell'ode scritta nel 1756 "L'innesto del vaiolo" e dedicata al dottor Gianmaria Bicetti fautore di questa pratica, il Parini spiega che il medico:

 "Del regnante velen spontaneo elegge
  Quel ch'è men tristo; e macular ne suole
  La ben amata prole,
  Che, non più recidiva, in salvo torna."


Chi dice che scienza e poesia non possono andare d'accordo?