IDEOLOGIE, BIOLOGIA E MEDICINA I
"Il Comitato Centrale del Partito ha esaminato il mio rapporto e l'ha approvato."
Questa frase, giudicata dal biologo Stephen Jay Gould come il passo più raggelante della letteratura scientifica del novecento ("the most chilling passage in the literature of the 20th century"), fu pronunciata dal biologo sovietico Trofim Lysenko nel 1948 al congresso annuale dell'accademia pansovietica di scienza agrarie Lenin. Riassumo molto brevemente la questione.
Trofim Denisovich Lysenko (1898-1976), un perito agrario siberiano che compensava una modesta preparazione professionale con un eccellente intuito politico, aveva una convinzione dogmatica nella trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti e sosteneva che era possibile modificare la natura delle semenze per mezzo di variazioni ambientali artificialmente indotte. L'idea piacque ai marxisti al potere: che i geni individuali non fossero costanti ma influenzabili da fattori esterni si accordava con la teologia del regime. Una importante applicazione pratica di questa teoria era la "vernalizzazione" secondo cui l'esposizione al freddo di alcune semenze ne aumentava la fertilità permettendo due raccolti all'anno. Lysenko diffuse con gran zelo le sue idee che piacquero a Stalin il quale prese ad appoggiarlo pubblicamente ("Bravo compagno Lysenko, bravo!" echeggiò a una conferenza sull'agricoltura l'elogio del despota). Un patronato di tal calibro permise a Lysenko di continuare la sua crociata antiscientifica senza tema di smentite e di mettere in pratica le sue idee sull'agricoltura nazionale.
I risultati? Disastrosi: scarsi raccolti, fame nelle campagne, morti. La natura ha le sue regole: se non ci atteniamo al suo linguaggio, che è quello della scienza, essa "si vendica", o meglio, non si vendica perché ci ignora del tutto ma segue impassibile per la sua strada. E in questo caso la verità è che i caratteri acquisiti non vengono mai ereditati anche se, dice Richard Dawkins, è impossibile dimostrare il contrario come è impossibile dimostrare che le fate non esistono.
Fino al 1945-1950 il "lysenkoismo" fu una delle tante assurdità che vivono e prosperano nell'ambiente protetto dei regimi totalitari: niente di particolare. Interessante invece l'appoggio che esso ebbe da molti intellettuali europei nel dopoguerra. In quel tempo l'Unione Sovietica, vittoriosa sul nazismo, era assai popolare e molti uomini di cultura divenuti marxisti sentirono il dovere difendere una teoria scientifica figlia dell'ideologia che amavano. In questo modo, stimolati da zelo politico, commisero il peccato capitale di affrontare una materia, quale la biologia, affatto indifferente a tutto ciò che riguarda l'uomo, le sue opinioni ancorché sacrosante, i suoi interessi quantunque legittimi, la sua stessa esistenza (la natura "non vede" l'uomo, diceva Leopardi), senza usare l'unico mezzo idoneo per farlo: quello che il neuronanatomo Ramon Y Cajal chiamava "l'attenersi esclusivamente alla irrefutabile verità dei fatti". Avrebbero, mentalmente, dovuto fare come Machiavelli quando a sera si accostava ai classici e smetteva i panni del vivere quotidiano indossando quelli "reali e curiali", adatti al genere della materia che si accingeva a trattare.
Alcuni di questi intellettuali si accorsero subito dell'errore (in verità non ci voleva molto), lo denunciarono e abbandonarono l'ideologia marxista. I francesi furono i primi. Ci fu chi dissentì in modo colorito come il biologo Jean Rostand (figlio del commediografo Edmond – quello del Cyrano) che ammonì a non cadere nel ridicolo negando i cromosomi (Lysenko non ci credeva in quanto, diceva lui, "non si vedono al microscopio") "perché a scoprirli era stato un monaco"*. Il biologo Jaques Monod, già attivo nella resistenza ai tedeschi e più tardi premio Nobel per la medicina, scrisse un articolo sul quotidiano Combat lamentando la "mortale decadenza" di una ideologia che tutelava simili sciocchezze scientifiche. Altrove, come in Italia, riconoscere l'errore fu per molti un processo tradivo e laborioso. Lo storico Cassata nel libro "Le due scienze" (Bollati Boringhieri 2008) riporta alcune palinodie recitate a denti stretti apparse quando era indiscutibile che Lysenko aveva torto e che le sue teorie erano così rozze da essere indifendibili anche a prima vista.
Anni dopo, in Cina, Mao Tse-Tung, forse per non essere da meno del collega oltre-muraglia, credette bene di lasciare l’orma del “creator suo spirito” anche nella medicina del suo paese. Per prima cosa ne semplificò l’insegnamento sentenziando famosamente che “non è affatto necessario studiare troppo”, un precetto generale che dovette procurargli le simpatie di milioni di scolaretti. Poi, passando dalla teoria alla pratica, ordinò di snellire la medicina moderna combinandola con quella tradizionale cinese. I risultati a conforto di una presa di posizione così autorevole non si fecero attendere. Uno dei più noti fu che servendosi dell’agopuntura i medici cinesi, “seguendo i dettami del materialismo dialettico” (così si legge in un opuscolo pubblicato durante la Rivoluzione Culturale), trovarono il modo di soppiantare o quasi l’anestesia occidentale. Prevedibilmente, l’agopuntura fu attaccata da elementi reazionari capeggiati dall’infido Liu Shao-Chi i quali (vedete un po’ cosa si va a pensare!) definivano l’agopuntura “non scientifica” e “senza valore pratico”. La divergenza accademica fu composta imprigionando i critici dopodiché c'è da temere che non pochi sfortunati pazienti di quel paese furono sottoposti a operazioni chirurgiche con l’agopuntura come sola forma di anestesia. Va detto che, a differenza di Stalin il quale credeva sinceramente nelle idee di Lysenko, il dittatore cinese era spinto in gran parte dalla necessità politica di fornire una assistenza sanitaria qualsiasi in un immenso paese dove i medici esperti in medicina occidentale erano molto pochi.
Questi sono esempi estremi, appartenenti a tempi eccezionali e limitati a paesi ove imperavano arbitrio e persecuzione (omettiamo le teorie sulla superiorità di alcuni popoli rispetto ad altri e le terribili conseguenze di esse). Non possono essere generalizzati ma funzionano come una “reductio ad absurdum” dell’idea per cui ideologia e politica dovrebbero far da guida alla scienza o almeno orientarla. E' interessante notare come l'ideologia, pur non inducendo più a errori manifesti, abbia continuato a influenzare alcuni ricercatori cambiandone il modo di concepire la scienza, vista non come un impassibile specchio del reale ma come una entità intimamente connessa con la vita sociale. Due recenti libri (Enrico Bellone: La scienza negata, Codice 2005, e Giorgio Israel: Chi sono i nemici della scienza? Lindau 2008) descrivono l'origine di questa supposta simbiosi per cui "non è possibile separare l'oggetto del nostro atto di conoscenza dalle ragioni del nostro atto". In disaccordo con questa concezione furono anche il biologo genetista Adriano Buzzati Traverso, e il filosofo Paolo Rossi secondo cui la critica sociale della scienza era "una forma di oscurantismo antiscientifico ammantato di pensiero rivoluzionario". Come nota Israel: "Anche il più massiccio degli scioperi generali non modificherà di un millesimo la costante cosmologica di Einstein."
In Italia e in altre nazioni, la querelle raggiunse un apice negli anni sessanta-settanta per perdere d'interesse e declinare progressivamente anche se alcuni intellettuali ideologizzati resisterono più di altri. Tra essi il noto biologo americano Richard Lewontin che nel 1985 pubblicò un libro avente per oggetto la "dialettica della natura" dedicandolo a Friedrich Engels il quale, secondo lui, “got it wrong a lot of the time but got it right where it mattered”.
La scoperta della struttura del DNA ha contribuito grandemente a isolare la biologia da implicazioni estranee. Difficile trovare esempi che mostrino in modo altrettanto eloquente l'indipendenza di questa disciplina quanto il gelido automatismo digitale con cui la molecola del DNA si riproduce e trasmette l'informazione. In biologia il DNA è stato una campana a morte per una quantità di illazioni che il cosiddetto mistero della vita rendeva legittime o per lo meno pensabili. Una di esse è il "vitalismo" secondo cui i fenomeni vitali non sarebbero interamente esplorabili dall'indagine scientifica essendo soggetti a forze soprannaturali variamente denominate – il filosofo Henri Bergson (1854-1941) parlava a questo proposito di un "élan vital", una forza creatrice universale avente influenza anche sulla evoluzione delle forme viventi.
Ma è regola generale che la longevità protratta conferisce alle idee sbagliate la capacità di sopravvivere alle smentite se pur a costo di far loro assumere forme più imprecise e meno ambiziose. Il vitalismo, ad esempio, ormai screditato come teoria scientifica, ha dato luogo a varie fallacie mediche come la naturopatia e la medicina cosiddetta olistica. Di queste fallacie tratterà una seconda parte del post.*"On ne renverse pas une théorie scientifique comme on renverse un gouvernement[...]. Ne tombons pas dans le ridicule de piétiner les chromosomes et de croire que le mendélisme est réactionnaire parce qu'il a été donné par un moine."
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