sabato 27 luglio 2013

CURARSI CON LE ERBE, CHAPLIN E "IL MONELLO"


CURARSI CON LE ERBE, CHAPLIN E "IL MONELLO"


Nel vecchio film "Il Monello" Chaplin fa il vetraio e ripara le finestre che il figlioletto ha poco prima preso a sassate. E' utile il lavoro di Chaplin? Sì alla prima perché si vive male in una casa con le finestre rotte, no in definitiva perché generato da una attività in fondo dannosa.


C'è un aspetto che in questo senso accomuna l'attività di Chaplin vetraio con… chi pratica la cura con le erbe o fitoterapia, un  antichissimo metodo di cura molto diffuso ancora oggi. Secondo una indagine condotta dall'ISTAT nei mesi di settembre e dicembre 1999 la fitoterapia era utilizzata da una non trascurabile fetta della popolazione (4.8%) come unico trattamento o in combinazione - spesso con rimedi omeopatici.

Prima di illustrare il perché di questa strana connessione vediamo cos'è la fitoterapia. Che è l'impiego di estratti vegetali non purificati o solo parzialmente purificati invece - come sarebbe la regola della medicina moderna - dei loro ingredienti attivi isolati. Secondo l'ipotesi a sostegno di questa pratica i vari componenti delle piante accentuano il valore curativo del principio attivo in esse contenuto. Sinergismo largamente non dimostrato, tra l'altro il caso opposto, l'antagonismo cioè, non può essere escluso. Si tratta in definitiva di una "protofarmacologia" che non ha più ragion d'essere. Un esempio. Negli anni cinquanta si usava ancora qualche estratto vegetale come quello della digitale nello scompenso di cuore. Ben sapendo la variabilità dell'estratto, ogni soluzione madre veniva di volta in volta titolata per determinare la dose giusta da somministrare. Un gran lavoro che divenne superfluo quando furono disponibili i principi attivi di sintesi.

Debole dal punto di vista scientifico, il fondamento della fitoterapia ha una per noi lusinghiera base culturale il cui nucleo è il concetto di una natura amica dell'uomo considerato lo scopo della creazione. Lo dice il Libro della Genesi ed è condiviso da antichi filosofi. Nel "De Natura Deorum" Cicerone illustra l'idea che gli animali sono stati creati a nostro uso e consumo citando il greco Crisippo (280-207) secondo cui i maiali sono pezzi di carne fatti apposta per le dispense degli uomini e dotati di anima perché non imputridiscano (a quell'epoca non c'erano frigoriferi). Fallace quanto diffuso corollario di questa visione è che tutto ciò che è "naturale" non può essere che buono per l'uomo.

La scienza ha mostrato che il nostro posto nella natura è assai più modesto e adesso crediamo che animali e piante sono oggi come sono per opera della selezione naturale. Nel mondo vegetale una delle tattiche innate di sopravvivenza è l'elaborazione di sostanze irritanti e tossiche per tenere lontani erbivori, parassiti, batteri. E' difficile che queste sostanze indubbiamente "naturali" siano benefiche ed è solo un caso se le piante producono qualcosa di utile alla nostra salute. Il salice continua a elaborare nella sua corteccia l'acido salicilico per scopi propri, certo non per aiutarci a alleviare i nostri dolori articolari. La natura ignora l'uomo al pari di tutto il resto: "ella non vede" come dice Leopardi nella "Ginestra". 

Un altro problema degli estratti vegetali è l'estrema variabilità dei loro componenti. La maggior parte di queste variazioni sono imprevedibili dipendendo dalle condizioni in cui è la pianta cresciuta: tempo atmosferico, tipo di terreno, uso di fertilizzanti ecc. Questo preclude studi appropriati con gli usuali metodi della farmacologia per la semplice ragione che non si sa esattamente cosa si esamina di volta in volta rendendo i ricercatori incapaci di verificare i risultati di altri.

Non sembra che i fitoterapeuti si rendano conto di questa formidabile obiezione, anzi talvolta vantano le ragioni su cui l'obiezione è fondata. In un recente video  http://www.erbatisana.it/ultime/fitoterapia-m-grandi un noto sostenitore della fitoterapia, il professor Maurizio Grandi, elogia poeticamente l'unicità del fitocomplesso paragonandolo a un calice di vino pregiato ove "non c'è un prodotto" ma "centinaia di migliaia [di sostanze] che ancora non conosciamo". Quel vino, continua l'esperto, "ha un bouquet determinato da sostanze traccia che la tecnologia non è neanche in grado di identificare…" e che, tra l'altro, determina il valore (e il prezzo) del vino.

A parte il fatto che oggi è possibile identificare anche singole molecole, questo è un errore simile a quello dello scolaretto che marina la scuola e poi si mette nel sacco da sè pasticciando nella giustificazione la scrittura della mamma. Ma mentre lo sbaglio del piccolo falsario fa tenerezza, l’altro, in bocca a un ricercatore, lascia almeno perplessi. Perché la riproducibilità indipendente è un principio basilare della scienza e la medicina è scienza fino a prova contraria. A parte la regola elementare per cui non si prescrivono medicine che non conosciamo bene.

Una prova tra le tante di questa difficoltà la fornisce l'uso degli estratti di  una pianta erbacea, l'Echinacea (vedi foto), nel comune raffreddore. Secondo un accurato (randomizzato, doppio cieco ecc) studio sugli Annals of Internal Medicine (2010;153:769–77) l'Echinacea è inefficace, come del resto ogni altro rimedio, contro questa ricorrente seccatura. 



"Finis Echinaceae" nella cura raffreddore? Neanche per sogno. Infatti sono subito sorte obiezioni da parte di irritati fitoterapeuti e da autorevoli organismi tra cui la "German Echinacea Commission" e il "Canada's Natural Products Directorate" i quali tra l'altro obiettavano che le subspecie scelta di Echinacea era inappropriata e/o che la parte della pianta usata non era quella giusta. Tutto da rifare dunque, la variabilità insita in questo tipo di rimedi è così grande da renderne pressoché impossibile la standardizzazione e quindi l'uso.

Il misterioso fitocomplesso ricorda in un certo senso la teoria del reticolo nervoso del nostro Camilllo Golgi e la sua disputa agli inizi del Novecento col neurobiologo spagnolo Santiago Ramon y Cajal, ambedue premi Nobel della Medicina nel 1906 http://namnezia.wordpress.com/2010/09/06/neuronistas-vs-reticularistas/ (vedi qui il loro ritratto in un francobollo delle poste svedesi): una querelle che illustra il fatale vizio della irriproducibilità in scienza. 



Mentre Ramon y Cajal concepiva le cellule della materia grigia cerebrale come individualità connesse da interfacce discontinue (sinapsi), Golgi credeva nell'esistenza di un gigantesco reticolo in cui tutto era connesso con tutto senza soluzione di continuità. Questione difficile a dirimere a quell'epoca poiché lo spazio interposto tra i terminali delle cellule è così sottile (20 millesimi di micrometro - per intenderci un globulo rosso ha un diametro di 6-8 micrometri) da risultare invisibile ai microscopi di allora. Oltre a una serie di osservazioni che lo portarono alla corretta soluzione, Ramon y Cajal, a differenza di Golgi, aveva capito anche l'aspetto logico-filosofico della questione. Come egli dice nella sua autobiografia, la teoria reticolare non poteva concettualmente stare in piedi perché con l'apparenza di spiegare facilmente tutto non spiegava in realtà niente e quel che peggio impediva ogni ulteriore studio sulle connessioni cerebrali. Esattamente come il fitocomplesso secondo il sunnominato professor Grandi: ineffabile e inconoscibile per definizione e quindi impossibile a essere propriamente utilizzato. Una situazione estranea alla scienza

A questo punto occorre finire spiegando il paragone con Chaplin, vetraio abusivo. Al contrario di altre terapie non convenzionali come omeopatia e agopuntura, inefficaci sì ma di regola innocue, i rimedi vegetali sono "vere" quantunque impure medicine capaci di produrre inconvenienti talvolta gravi. Essi costituiscono un mezzo terapeutico che non ha un posto reale nella medicina moderna ma che, per la loro diffusione, interessano la clinica sia per gli effetti tossici che possono causare sia per le interazioni con altri farmaci la cui azione può essere accresciuta o inattivata dall'estratto vegetale.

Le medicine vegetali sono usate da molti pazienti e prescritte da numerosi operatori sanitari su presupposti in parte ideologici e perciò la dissuasione con mezzi razionali è difficile. Tuttavia, gli effetti collaterali dannosi di queste medicine possono essere evitati da informazioni corrette. In questo compito un valido aiuto può venire da fitoterapeuti ben informati i quali assumono così un ruolo paragonabile a quello di Chaplin nel film "Il Monello" la cui utilità è riparare i danni che la sua attività ha poco prima causato.

PS Gran parte del materiale di questo post è tratto da una mia pubblicazione, coautrice Lucilla Zilletti, apparsa nel 2012 sull'European Journal of Internal Medicine

lunedì 22 luglio 2013

"ULTERIORI RICERCHE SONO NECESSARIE" - PER PROVARE CHE GLI ASINI NON VOLANO



"ULTERIORI RICERCHE SONO NECESSARIE" - PER PROVARE CHE GLI ASINI NON VOLANO


Perché il cane non ha abbaiato? si chiede Sherlock Holmes, e lo chiede al dottor Watson. Spiegazione verosimile: l'assassino che si è introdotto in casa della vittima va ricercato tra coloro con cui il cane aveva dimestichezza: amici di famiglia, fattorini, ex domestici ecc. Domanda questa che non si posero i nostri magistrati cerca venti anni fa quando una contessa romana fu uccisa proprio da un ex domestico (http://it.wikipedia.org/wiki/Delitto dell'Olgiata). Il cane della nobildonna era rimasto quieto la mattina dell'omicidio.

L'interrogativo di Sherlock Holmes ha il significato più generale che la mancanza di dati può essere di per sé un dato importante. Vale questo concetto per la ricerca clinica? Sì e no. Qui una differenza non statisticamente significativa, ad esempio tra un gruppo trattato e uno di controllo, è in fondo assenza di dati, simile a quella del cane rimasto silenzioso. Simile ma non uguale: non siamo al rapporto digitale 0-1 del cane che abbaia o no: una situazione che non può dar luogo a errori. Invece, la mancanza di significatività in una ricerca clinica può dissimulare un dato importante non rilevato da un metodo statistico debole (tipico caso: un materiale clinico inadeguato).

Sarebbe quindi erroneo in medicina scartare a priori una differenza troppo piccola per essere statisticamente significativa e non pensarci più. L'esempio classico per trattenerci da questo errore è nel logo della Collaborazione Cochrane, una benemerita iniziativa internazionale, composta da volontari e finanziata solo da donazioni, che valuta obiettivamente la letteratura clinica e formula conclusioni utili ai medici di tutto il mondo. Ne parlo brevemente. 

Negli anni 70 molti ostetrici avevano l'impressione che il cortisone riducesse la mortalità del nascituro in caso di prematurità quantunque i trial clinici dessero risultati al di sotto della significatività statistica. L'effetto però esisteva (era del 30-50%!) e fu accertato da una rivista sistematica in cui gli uomini della Cochrane sommarono i risultati di 7 lavori clinici omogenei arrivando a una convincente significatività. Questa indagine è riassunta nel logo della Cochrane (vedi) che riproduco alla meglio per evitare il kafkiano algoritmo necessario a chiedere il permesso di usare l'originale.
La metà sinistra (rispetto a chi guarda) del cerchio interno è la zona in cui si collocano i trial clinici che mostrano efficacia. Ogni linea orizzontale rappresenta l'errore standard di ogni trial (quanto più corto tanto più preciso il dato). La significatività è raggiunta solo dalle linee orizzontali interamente nella metà sinistra del cerchio (qui la prima dall'alto e la penultima). Il quadratino nero rappresenta la sommatoria dei singoli risultati significativi e no.

Utilissima, e a suo agio per attestare l'efficacia di un intervento terapeutico, la Cochrane, quando deve giudicare una cura che si rivela infruttuosa, incontra le difficoltà connesse con ogni risultato negativo, quelle cioè derivanti dalla insopprimibile possibilità che la cura negata abbia, dopo tutto, una qualche utilità non espressa dai test clinici. Perciò ogni giudizio negativo viene enunciato in modo guardingo, di solito con una fase sul tipo "attualmente non esistono prove ("evidence") che giustifichino l'uso della cura X nella malattia Y."

Talvolta gli esperti Cochrane, dopo aver sostanzialmente negato il valore di una cura, cadono nella tentazione di auspicarne ulteriori studi usando la nota espressione "further research is necessary". Frase vuota anche se talvolta si giustifica parzialmente con l'indicare in che modo l'"ulteriore ricerca" debba essere condotta.

Un caso del genere è avvenuto nella valutazione l'Oscillococcinum, un rimedio omeopatico usato per la prevenzione e la cura della comune influenza. Pur giudicando i risultati delle prove cliniche non convincenti abbastanza per raccomandarne l'uso, la Cochrane auspicava ulteriori ricerche  ("further research") con materiale clinico più ampio (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16855981). 

La frase "further research is necessary/warranted/justified/desirable ecc" (le varianti sono molte), di regola saggiamente evitata dagli esperti Cochrane, è invece semiubiquitaria nei trial clinici che esaminano interventi terapeutici senza ragionevoli possibilità di funzionare. Limitiamo gli esempi all'uso dell'agopuntura in patologie femminili. Eccone quattro.

1. Secondo uno studio pubblicato nel 2006 sull'European Menopausal Journal (http://brendancheung.com/resources/files/Post%20Menopausal%20Hot%20Flashes.pdf) nelle vampate di calore del climaterio l'agopuntura funziona quantunque "further, larger scale studies are needed". 

2. L'agopuntura aumenta anche i successi della IVF (fecondazione in vitro). Questo almeno secondo un lavoro pubblicato nel 2004 su Fertility and Sterility (http://www.acupunctureivf.com.au/pages/research_details.php?research_id=26.) quantunque però "siano necessari studi prospettivi più ampi".

3. L'agopuntura e la moxibustione (una tecnica della medicina tradizionale cinese simile all'agopuntura) avrebbe l'inaspettato effetto di correggere una presentazione viziata del nascituro - anche se (naturalmente) occorrono ulteriori studi in proposito. Così sostiene uno studio  pubblicato nel 2007 sull'American Journal of Chinese Medicine (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubanchmed/17265548).

4. L'agopuntura allevia il dolore da travaglio di parto ma pure qui, ahimè, "there is a need of further research". Così afferma una rivista Cochrane dopo aver analizzato 13 lavori clinici in proposito (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmedhealth/PMH0014884/).

Moltiplicato per centinaia, forse migliaia di volte, questo è il modello che ci offre la letteratura medica sulle medicine non convenzionali o CAM ("complementary alternative medicine/s") come queste vengono chiamate nella letteratura anglosassone. La prima impressione è quella di un ingente, assiduo lavoro di verifica, atto a far chiarezza in un campo incerto e controverso, fonte di ansia per i pazienti e disagio per i medici (non dico tutti). In realtà è un turbinio immobile ove, a getto continuo, appaiono e scompaiono risultati definiti "incoraggianti" ma mai conclusivi e quindi atti a giustificare "ulteriori ricerche".

Una situazione che è destinata a durare. Queste medicine infatti, oltre a mancare di un plausibile meccanismo di azione, non rispettano consolidate leggi scientifiche (tra cui la famosa seconda legge della termodinamica - è il caso dell'omeopatia) la violazione delle quali da parte di qualsiasi progetto fa sì che esso non venga neppure preso in considerazione da ogni ufficio brevetti degno di rispetto.

Sotto questo aspetto le CAM sono paragonabili ai congegni snobbati dagli uffici brevetti e che non funzionano semplicemente perché non possono funzionare. La similitudine però cessa qui poichè è molto più difficile dimostrare che una CAM non funziona di quanto sia farlo per una macchina del moto perpetuo nonostante che ambedue violino le stesse leggi della natura. Infatti, un dato fisico negativo è facilmente accertabile, quello di un trial clinico no, oltre che per le numerose occasioni di errore della biologia, per l'onnipresente alibi delle cure inefficaci per cui "absence of evidence is not evidence of absence".  

Inoltre, vista la mole della produzione clinica riguardante le CAM è naturale che alcuni risultati siano occasionalmente positivi specie in studi meno rigorosi che lascino filtrare l'azione ingannevole del placebo e le altre insidie insite nel metodo clinico. Tutto ciò, assieme alla nota difficoltà di dimostrare l'assenza di un effetto, fa sì che prosegua all'infinito un processo di verifica che non sarebbe neppure dovuto cominciare. Nel frattempo gli asini continuano a non volare e non è che provando e riprovando un bel giorno ne troveremo qualcuno che vola per davvero. 

domenica 14 luglio 2013

BACINO SULLA BUA, "CARGO CULT" E "FATA DEL DENTINO"



BACINO SULLA BUA, "CARGO CULT" E "FATA DEL DENTINO" 


BACINO SULLA BUA

Ce lo dava la mamma o la tata, tutti da bambini ne abbiamo sperimentato l’effetto immediato sul dolore da abrasioni e ammaccature. La amenissima rivista americana “Annals of Improbable Research” ha pubblicato nel 1995 un immaginario studio clinico con tanto di rigorosi controlli che documentava in modo inoppugnabile il valore curativo del bacino sulla bua.

Va aggiunto che questa terapia (dottamente denominata “osculatoria”) è ancora più efficace se viene accompagnata da una cantilena ad hoc come questa in uso in Toscana:

“Bua, bua guarisci,
Il gatto ci ti pisci,
Ci ti pisci la gallina,
Bua guarisci domattina.”


“CARGO CULT” (SCIENZA DA)

Durante la guerra contro il Giappone gli americani crearono nelle isole del Pacifico basi militari che rifornivano con un flusso continuo di aerei cargo. Grande fu quindi il disappunto delle popolazioni locali quando, finita la guerra, smontati gli aeroporti e rimpatriate le guarnigioni, gli aerei smisero di arrivare e con loro il ben di dio che trasportavano.

Per propiziare il ritorno degli aerei, gli abitanti di alcune isole pensarono di costruire nuovi aeroporti che facessero da richiamo ai grandi uccelli meccanici e così fecero approntando piste rudimentali, torri di controllo fatte di legno, antenne radar di bambù ecc. Insomma delle volenterose e passabili imitazioni di aeroporti, magari da lontano indistinguibili da essi, che però non ebbero successo: gli aerei cargo continuarono a non farsi vedere.

Il fisico Feynman cita questo curioso fatto (la cui autenticità non è del tutto certa) per introdurre il concetto di “scienze da cargo cult”, false scienze cioè che seguono le forme esteriori della scienza ma non i principi di essa e quindi destinate all’insuccesso proprio come gli aeroporti posticci che rimasero deserti. 

"FATA DEL DENTINO" (SCIENZA DA)

Nei paesi anglosassoni questa fata “compra” dai bambini il dente di latte appena caduto. Prima di addormentarsi i piccoli mettono il dentino sotto il guanciale e al risveglio trovano al suo posto una moneta. Harriet Hall è una dottoressa americana che ha ideato il concetto di “scienza da fata del dentino” (“tooth fairy science” http://www.skepdic.com/toothfairyscience.html). Quando si studia un fenomeno, dice la Hall, viene considerata una quantità variabile di fattori. Nella supposta monetizzazione del dente di latte si può indagare se la moneta lasciata dalla fata ha maggiore o minor valore in rapporto, per esempio, alle fasi lunari, a seconda se il dentino è avvolto o no in un fazzoletto, se si tratta di un incisivo invece di un molare eccetera. In questo modo si può ottenere una messe di dati con cui fare tabelle, statistiche con differenze significative e no. Tuttavia, quello che alla fine avremo imparato sarà senza valore perchè non abbiamo accertato in primo luogo se la fatina benefica esiste veramente.


COMMENTO

Ci sono rapporti tra queste divertenti pseudoscienze e diverse medicine dubbie quali le medicine non convenzionali (MnC). Prendiamo il "bacino sulla bua". Secondo molti suoi sostenitori l'omeopatia possiede efficacia specifica perché essa funziona anche nei bambini piccoli e negli animali, in soggetti cioè incapaci di concepire l'aspettativa di beneficio responsabile dell'ingannevole effetto placebo.

Lasciamo stare gli animali e limitiamoci ai bambini i quali, pur molto piccoli, rispondono, se non alla medicina in sé, al comportamento e alle aspettative dei genitori tanto da beneficiare anch'essi dell'effetto placebo connesso con qualsiasi cura. Infatti, i genitori che curano i figlioletti con l'omeopatia "credono" in questo intervento e il solo somministrarlo ne allevia l'ansia il che non può non riflettersi favorevolmente sulle condizioni dei piccoli.

Sono numerose le MnC che cercano di darsi una qualche legittimazione scientifica. Troppo grande fu la scossa data al mondo dell'intelletto quando apparve chiaro che le stelle e i pianeti ubbidivano alle leggi di Newton, e che su queste basi si poteva prevedere la posizione dei corpi celesti a distanza di anni e anni come la cometa di Halley che ricompariva esattamente ogni 75 anni. Da allora avere qualche lato in comune con la scienza venne considerato un requisito importante di affidabilità.

La meccanica quantistica si presta bene allo scopo. Questa sezione della fisica ha lati difficilmente comprensibili tanto che, secondo il fisico Feynman, se qualcuno afferma di capirla vuol dire che in effetti non l'ha capita. Le sue regole sono controintuitive mostrando che i fenomeni naturali possono avere comportamenti in apparenza eterodossi per spiegare i quali occorrono paradigmi scientifici nuovi. Alcuni omeopati sono stati lesti a immaginare un parallelo con l’omeopatia, la quale, inesplicabile secondo la medicina attuale, potrebbe essere retta da leggi ancora da scoprire. Difficile prendere posizione su una ipotesi così vaga. 

La fisica quantistica si serve anche di una nomenclatura affatto nuova per esprimere concetti suggestivi quali "entanglement", collasso della funzione onda, rottura della simmetria, principio di indeterminazione. Concetti che trasferiti arbitrariamente all'omeopatia le conferiscono alcuni caratteri esteriori della medicina scientifica: un po' come le piste di atterraggio fasulle, le torri di legno, le antenne radar di bambù davano agli aeroporti del "cargo cult" l'apparenza  di aeroporti veri.

Di recente un omeopata esperto di chimica, Lionel Milgrom,  si è improvvisato fisico e ha cercato di elaborare una giustificazione quantistica dell'omeopatia clinica (http://www.karger.com/Article/Abstract/93662). Sforzo lodevole, ma solo per l'impegno perché bocciato nel merito dai fisici veri uno dei quali ha affermato che le elucubrazioni di Milgrom non erano "neppure sbagliate" (http://forums.randi.org/showthread.php?t=85740). Insuccesso più che prevedibile perché, e mi scuso per il lungo inciso, per poter ragionare correttamente di fisica quantistica occorre conoscere, oltre la matematica del liceo, anche il calcolo differenziale e integrale avanzato, le equazioni differenziali ordinarie e parziali, il calcolo vettoriale, alcune funzioni speciali di matematica fisica, la teoria dei gruppi e altro ancora. Studi che richiedono un impegno di norma decennale. E dopo essersi procurato la cornice necessaria per orientarsi nella meccanica quantistica occorre mettersi a studiarla. Questo per dare un'idea di quanto sia in potenza letale per chi non è del mestiere improvvisare in un campo minato di questa fatta.

Il termine "quantum" è anche usato come etichetta generica per dare agli occhi del grande pubblico un valore aggiunto ad altre pratiche mediche dubbie. Si hanno così l'agopuntura quantistica, la riflessologia quantistica, la naturopatia quantistica ecc. 

E la "scienza da fata del dentino"? Un caso tipico è la grande quantità di lavori che studiano gli ipotetici "meccanismi d'azione dell'agopuntura". Ne sono esempio le numerose indagini di risonanza magnetica funzionale del cervello (fMRI) e quelle sul livello di oppioidi fisiologici e di neurotrasmittori quali la serotonina durante il trattamento con agopuntura (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18711761). Ancora maggiore è la quantità di studi sulle numerose variabili di questo intervento (localizzazione degli agopunti, penetrazione o no degli aghi, uso di altri mezzi di stimolazione quali semplici stecchini di legno appuntito, erbe scaldate come nella moxibustione, corrente elettrica, laser). Va detto per inciso che dell'agopuntura non abbiamo ancora una definizione soddisfacente: in essenza non sappiamo quando questa pratica cessa di essere il punzecchiare a caso e in vario modo la pelle dei pazienti e diventa agopuntura propriamente detta. 

Ma che senso ci può essere a studiare i "meccanismi d'azione" di un intervento quando non siamo per niente sicuri che quell'intervento ha di per sé una qualche attività specifica? Perché quanto più si accumulano i lavori clinici sull'agopuntura tanto più si rafforza la convinzione che abbiamo a che fare con una procedura specialmente atta a provocare un effetto placebo e null'altro. L'agopuntura infatti fallisce secondo il metro di giudizio chiave di ogni prova clinica: il raffronto con i controlli: qualsiasi falsa agopuntura venga escogitata mostra, negli studi di buona qualità, effetti paragonabili a quelli della procedura autentica (http://www.dcscience.net/?p=6060).

Sotto questo aspetto, almeno per ora, gli studi riguardanti il funzionamento dell'agopuntura non sono altro che un vasto capitolo di una "scienza da fata del dentino". Come diceva il moralista e scrittore di scienza Bernard de Fontenelle (1657-1757), è bene assicurarsi che il fatto esiste realmente prima di mettersi a ricercarne la causa ("assurons-nous bien du fait avant de nous inquiéter de la cause").