GRILLO E LA MEDICINA III
LA CURA DI BELLA
"Facciamo finta di non vederli, ma ci sono gli eretici e li stiamo abbrustolendo, li abbrustoliamo a fuoco lento, quest'ometto ce lo stiamo rosolando piano piano…" tuona Beppe Grillo nel suo spettacolo "Apocalisse Morbida" mostrando la foto (vedi) di un anziano, rispettabilissimo signore in camice bianco: il professor Luigi Di Bella, l'ideatore di una cura contro il cancro che alla fine degli anni 90 ebbe a godere in Italia di una tumultuosa celebrità (http://www.youtube.com/watch?v=BBAnLrhhYP4). Secondo Grillo, Di Bella venne ostacolato in tutti di modi dall'establishment (professori universitari, ordine dei medici, "big Pharma" ecc) che vide in lui una minaccia ai suoi interessi materiali.
Quello dello scienziato disinteressato e lasciato solo a combattere per il bene dell'umanità è un paradigma ben noto e si presta troppo a essere spettacolarizzato perché Grillo vi potesse rinunciare. Probabilmente Grillo credette davvero che Di Bella avesse trovato il modo di sconfiggere questa terribile malattia in barba ai laboratori milionari americani ed è scusabile: dopo tutto Grillo non è un medico, non si era mai occupato di sanità fino ad allora, né, tanto meno, era un paziente le cui capacità di giudizio sono annebbiate dalla malattia. E' invece stupefacente che ci siano cascati in massa giornalisti, politici, amministratori regionali, intellettuali, persone insomma in cui un certo discernimento dovrebbe essere d'obbligo e che comunque hanno facile accesso al parere di esperti. Fu quello uno spettacolo che svelò la perdurante arretratezza culturale del nostro paese.
Cosa era la cura Di Bella contro i tumori, perché essa avesse fin dall'inizio pochissime probabilità di funzionare, e come fu dimostrato (tra l'altro male) che, infatti, non funzionava ne parla diffusamente il blog Medbunker (http://medbunker.blogspot.it/p/dossier-di-bella.html). Qui vorrei solo occuparmi di due aspetti della controversia su cui non ho trovato menzione nei commenti apparsi dopo che l'illusione si era chiaramente rivelata illusione: (1) perché si ingannò Di Bella e (2) perché sarebbe bastato un po' di comune buon senso per arrivare subito alla verità risparmiando sofferenze ai pazienti, sprechi all'erario e figuracce alla cosiddetta classe dirigente.
1. Perché si sbagliò Di Bella
Luigi Di Bella (1912-2003) era tutt'altro che un ciarlatano. Era laureato in medicina, aveva preso la libera docenza e insegnava fisiologia all'Università di Modena. Possedeva anche una certa esperienza clinica avendo tra l'altro servito durante la guerra come medico militare in Albania. Ora, la fisiologia, cui Di Bella principalmente si dedicò, è un ramo della medicina che lascia poco spazio a fantasie ingannevoli, lì tutto o quasi è provato e verificabile: la stimolazione del vago rallenta il battito cardiaco, l'adrenalina dilata la pupilla, lo sforzo fisico affretta la respirazione, e così via per centinaia e centinaia di situazioni. Tutti effetti osservabili non solo nell'uomo ma anche riproducibili negli animali da esperimento servendosi spesso di attrezzature elementari. Insomma una preparazione culturale strettamente sperimentale. Nè Di Bella voleva far soldi con la sua supposta scoperta: tutti concordano nel dire che l'uomo era disinteressato, tra l'altro non si faceva pagare dai pazienti. Probabilmente era anche mosso da ambizione personale ma soprattutto voleva "far bene" come si diceva una volta. Allora perché si sbagliò in modo così grossolano?
Di Bella si sbagliò perché, occupandosi a tempo pieno d'una scienza di base quale la fisiologia, gli era sfuggita la rivoluzione introdotta negli anni cinquanta dagli studi clinici randomizzati e controllati: i "randomized controlled trials" o RCT. Questo indispensabile metodo di verifica consiste essenzialmente nel confrontare una ipotesi clinica (tipica: funziona la cura X?) con un controllo. In medicina infatti è facilissimo attribuire efficacia a una cura che non ne ha. Lo fanno non solo (comprensibilmente) i pazienti ma anche i medici. Tipica fonte di errore è il decorso naturale della malattia: quasi tutte le malattie, per nostra grande fortuna, tendono a guarire da sè, e siccome la guarigione spontanea segue l'inizio di una terapia vien fatto naturale di attribuire a quest'ultima il merito di un miglioramento o della guarigione. Di peso pari a questa fallacia, detta del "post hoc ergo propter hoc", è il miglioramento indotto dall'effetto placebo: il solo fatto di essere curato induce nel paziente una aspettativa di miglioramento che è di per sè in vario modo benefica (http://medicinaeillusioni.blogspot.it/2013/05/stimolare-lautoguarigione-e-effetto_22.html) anche se la cura è totalmente inefficace. Queste due potenti fonti di errore assieme ad altre minori - prima fra queste la fuorviante propensione dei ricercatori ad avere risultati positivi - vengono neutralizzate negli RCT correttamente eseguiti i quali fanno sì che l'effetto osservato risulta solo dall'efficacia reale della cura in esame.
Di Bella operò invece come spesso si faceva una volta, cioè fondandosi esclusivamente sulla teoria. In biblioteca si informò sulle sostanze che potevano avere una azione anticancerogena, ne scelse alcune con criteri suoi: vitamine (A, B e C), retinoidi (composti chimici correlati alla vitamina A), bromocriptina (un antagonista di un mediatore nervoso) due ormoni (la somatostatina e la melatonina), chemioterapici antitumorali quale la ciclofosfamide. Poi ne fissò arbitrariamente le dosi (bassissima per la ciclofosfamide) e, sempre a tavolino, ideò un complicato sistema di somministrazione. His fretus, vale a dire su fondamenti non tanto migliori di quelli di don Ferrante sulle cause della peste, si mise a curare i malati facendogli interrompere le terapie standard cui erano sottoposti, primi tra tutti i chemioterapici.
I quali pazienti migliorarono. Alcuni per l'effetto placebo, altri per il sollievo seguito alla interruzione dei fastidiosi chemioterapici con relativi effetti collaterali, altri ancora grazie proprio alla azione protratta dei chemioterapici assunti in precedenza, molti per tutte queste ragioni assieme. Di fronte a una risposta così univoca e in apparenza incoraggiante fu naturale che Di Bella si illudesse di aver risolto il problema.
Sarebbe bastato un piccolo RTC pilota per trarlo d'inganno. Di Bella avrebbe dovuto farsi confezionare in farmacia pillole di solo zucchero, ciascuna aventi lo stesso aspetto dei vari farmaci che impiegava, e alternare nei pazienti questo trattamento fasullo a quello "vero" secondo uno schema casuale in modo da costituire un gruppo di controllo. Naturalmente senza informare i pazienti cui consegnava le false medicine che si trattava solo di zucchero. Per maggior indipendenza di giudizio avrebbe anche dovuto celare a se stesso, ricorrendo all'aiuto di un collega, l'identità di chi riceveva le medicine "vere" e chi le false. Due piccoli gruppi di pazienti sarebbero stati sufficienti: tolti i sigilli Di Bella si sarebbe accorto che i soggetti trattati con lo zucchero miglioravano esattamente quanto quelli che prendevano la sua mirabolante cura.
Ma Di Bella ignorava l'esistenza dei RCT, lacuna in lui perdonabile poiché da anni e anni faceva il fisiologo a tempo pieno e la fisiologia non si occupa di malattie. Però non si consigliò con qualche clinico dell'università dove lavorava su come verificare la sua cura - e questo fu imperdonabile. Perché non c'è bisogno di tirare in ballo il filosofo della scienza Popper per capire che un vero scienziato deve nutrire un salutare scetticismo sui risultati delle sue ricerche tanto più quando, come in questo caso, ingannare se stessi comporta l'inganno di molti. Di Bella invece si incaponì nell'errore commettendone molti altri che ometto: un comportamento comune nella storia della scienza o meglio in quella degli errori scientifici che per natura tendono a perpetuarsi e moltiplicarsi per strada.
2. Perché sarebbe bastato un po' di buon senso per evitare l'errore collettivo
Facile a dirsi. La famosa somatostatina, un componente essenziale della cura Di Bella, è nota fin dal 1972 e fin dagli anni ottanta ne conosciamo la marginale attività antitumorale, e questo vale anche per la melatonina. Del pari sono note l'azione genericamente antitumorale di varie vitamine. Ora la ricerca sul cancro ha finanziamenti per miliardi di dollari, può portare a una decina e più di premi Nobel, vi sono impegnati alcuni tra i migliori cervelli del mondo. Non sembra logico che se la somatostatina fosse davvero una panacea contro i tumori la comunità scientifica se ne sarebbe accorta da un pezzo? E che se la combinazione arbitraria di sostanze ad azione vagamente antitumorale fosse stata una idea scientificamente valida non ne sarebbe avvenuta da tempo la sperimentazione clinica? Invece niente di tutto ciò. Né i medici dei paesi più progrediti approfittarono dell'idea di Di Bella per curare i propri malati: segno che consideravano questa cura al pari delle tante terapie antitumorali senza fondamenti plausibili e quindi aventi una probabilità di giovare praticamente nulla.
Si tratta di poche e semplici considerazioni che avrebbero dovuto indurre allo scetticismo o per lo meno alla cautela. Considerazioni che invece non vennero in mente ai più né, stranamente, fu tenuto conto che nel merito di materie scientifiche - e la medicina è scienza applicata - l'intromissione di poteri estranei come politica e magistratura non risolve i problemi ma li complica. Solo nel nostro paese, come dice lo storico della scienza Enrico Bellone, "poteva verificarsi la sequenza di eventi politici, giudiziari e mediatici connessi alla terapia Di Bella, con meditabondi pensatori che invocavano sulle gazzette il diritto democratico alla libertà di cura."
Dopo la sua presa di posizione a "Apocalisse Morbida" Grillo non ha più parlato della cura Di Bella e non sappiamo cosa ne pensi adesso.
Addendum. Dal caso Di Bella non sembra che abbiamo imparato gran che. Lo dimostra il recente decreto del parlamento che approva la sperimentazione sull'impiego di cellule staminali nelle malattie degenerative secondo il cosiddetto metodo Stamina. Metodo che, come un tempo la cura Di Bella, non possiede accettabili presupposti scientifici perché possa funzionare. Anzi, le cose stanno ancora peggio: Di Bella almeno aveva reso pubblico il suo metodo, qui non si sa nemmeno cosa precisamente si dovrebbe iniettare nei pazienti. Infatti fino ad oggi (25.6.13) l'ideatore di questa cura, lo psicologo Davide Vannoni , non ha fornito all'Istituto Superiore di Sanità la descrizione del suo metodo. Ciò è incredibile: tenere oggi riservato un modo per curare i malati come se fosse un prodotto commerciale da cui trarre profitto: siamo agli antipodi della medicina di Pasteur e di Koch. E la sperimentazione costerà: 3 milioni, pare. Soldi buttati perché con premesse del genere quale risultato ci si può ragionevolmente attendere se non materiale per nuove controversie? Purtroppo, come dice il Manzoni (Promessi Sposi, cap. XXVIII) "anche in tempi di maggiori ristrettezze i denari pubblici si trovano sempre, per impiegarli a sproposito".
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