sabato 17 ottobre 2015

IDEALISMO E MEDICINA (ITALIANA)


IDEALISMO E MEDICINA (ITALIANA)    

   Nel 1923 il filosofo Giovanni Gentile, allora ministro dell'Istruzione, varò una riforma ideologizzata e elitaria della scuola superiore che ebbe nei decenni seguenti cattive conseguenze per la cultura scientifica del nostro paese. Gentile professava l'idealismo, una riedizione della vecchia metafisica che celandosi entro un nebbione semantico era tornata a farsi prendere sul serio. Il tedesco Hegel (1770–1830) è l'idealista più noto e la sua filosofia dominò il pensiero dell'ottocento per giungere fino a noi anche grazie a un delta di epigoni. Secondo Hegel lo spirito è il costituente principale della realtà. Nell'universo, sosteneva, tutto può essere capito in termini d'una Mente assoluta (la maiuscola è nei manuali) la quale si è via via perfezionata in un essere trascendente e raziocinante che comprende tutta la realtà. Buona parte dell'idealismo hegeliano è volto a documentare lo sforzo di questa mente smisurata a realizzarsi in forme sempre più razionali e intelligibili. Così per quel che riguarda la creazione si sarebbe passati dal caos iniziale al mondo fisico-chimico, da questo a quello biologico-animale per finire con l'uomo, coronamento di tutto il processo. Anche la storia secondo Hegel si svolge secondo uno schema provvidenziale.
   In politica le conseguenze d'un simile modo di pensare furono deleterie specie in Germania perché molti tedeschi videro lo spirito della storia procedere sul cavallo di Guglielmo II (così diceva a lezione il professor Eugenio Garin) o nella Mercedes di Hitler. In questo modo l'idealismo prestò un supporto trascendente a due personaggi che non avevano alcun bisogno di essere incoraggiati. Qui però ci interessa la pretesa dell'idealismo che tutto nell'universo può essere compreso nei termini della "Mente assoluta". Come dice Gentile, l’universo diventa immanente nel pensiero che lo pensa e in esso si esaurisce senza residui di sorta. Corollario di questa visione è che si può ricostruire la realtà esterna con la sola forza dell'intelletto. 
   Un simile modo di pensare, orgoglioso quanto fallace, piaceva anche in Italia. L'uomo adora d'esser posto al centro dell'universo – il miraggio antropocentrico, come lo chiamava Monod. Fu quindi senza grandi resistenze che Gentile permeò d'idealismo ogni ramo dell'istruzione superiore. Per le discipline biomediche le conseguenze furono infauste(1).
   Perché? La ragione principale è l'approccio cognitivo sbagliato che l'idealismo suggeriva. Infatti l'idealismo suppone un assetto precostituito o per lo meno "in fieri" del mondo. Ora la realtà biologica non riflette alcun disegno né segue modelli prevedibili ma risulta dall'interminabile armeggìo dell'evoluzione sotto lo stimolo della selezione naturale(2). Ne consegue che è impossibile comprendere a fondo, come l'idealismo vorrebbe, le entità biologiche e i fenomeni connessi. L'approccio corretto è che oltre certi limiti occorre accettare le imponderabili conseguenze del caso. Lo scienziato "idealista" parte invece in una direzione sbagliata perché cerca di decifrare la natura servendosi dell'ordine immaginario che le attribuisce. Un errore, anche se in un certo modo onorevole: come dice Manzoni, "un intento sistematico può far travedere anche i più nobili ingegni"(3). Ma in scienza esiste solo la verità dei fatti. 
   Quand'era ministro, Gentile tenne un discorso sulla moralità della scienza della quale negava il valore formativo perché, inducendo i giovani a una visione realistica della natura, ne deprimeva lo spirito anziché esaltarlo. Infatti la sua riforma privilegiava in ogni senso gli studi classici a scapito degli scientifici. Nei licei matematica e fisica furono affidate allo stesso insegnante con un orario inferiore a quello prima destinato alla sola matematica. Pensandolo adatto alla futura classe dirigente, venne istituito l'iter classico-umanistico contrapposto all'indirizzo tecnico creato "ad usum gentarellae". La maturità classica divenne la sola che dava accesso a tutte le facoltà universitarie.
   Gentile divideva con l'ancor più influente collega idealista Benedetto Croce la mediocre opinione delle discipline scientifiche. Secondo Croce le scienze naturali e matematiche non accrescono il nostro sapere perché conducono solo alla formazione di "pseudoconcetti", concetti empirici mancanti di universalità. Non riporto qui gli argomenti su cui si basa questa affermazione ma è facile intuirne l'incoraggiamento alle tendenze antiscientifiche dell'epoca. Inoltre, poiché secondo l'idealismo l'universo è immanente nel pensiero, non c'è bisogno che lo scienziato vada di persona a vedere come stanno le cose. Inutile così accumulare osservazioni, fare esperimenti – e infatti la riforma Gentile riduceva del trenta per cento le dotazioni ai laboratori scientifici. Meglio (e più comodo) ritirarsi nello studio e cavarsi dalla testa la realtà dei fenomeni naturali. Hegel era un campione di questo modo di far scienza. Come ci ricorda il matematico Roberto Vacca(4), nel 1801 il filosofo dimostrò con argomenti messi insieme a tavolino che non potevano esistere pianeti con una orbita intermedia tra Marte e Giove. A distanza di mesi fu scoperto il pianetino Cerere orbitante proprio tra questi due corpi celesti.  
   Chi può negare il grande ingegno di Goethe? Tuttavia anche lui fece uno sbaglio dopo l'altro quando cercò di spiegare la visione dei colori partendo da presupposti filosofici invece che basandosi sull'osservazione diretta. Goethe non ammetteva per principio che quanto si presenta semplice all'occhio umano (la luce bianca) fosse il risultato di componenti diverse (i colori dell'arcobaleno). Egli pensava invece che i colori derivassero da varie combinazioni di luce e oscurità, e si accanì a lungo in quest'errore argomentando contro le "unwähre und captiöse" concezioni di Newton il quale, almeno in fisica, aveva sempre ragione. Eppure nel Faust, Goethe fa dire a Mefistofele: "Disprezza intelletto e scienza e sarai mio per sempre."
   I risultati di questo modo di pensare influirono negativamente su chi si formava nei decenni successivi alla riforma Gentile ove alcune generazioni, tra cui la mia, cioè di chi fece studi universitari attorno agli anni 1940-1980, furono particolarmente colpite. Nei licei venne trascurata la dimostrazione di fenomeni fisici e chimici. Storte e alambicchi finirono in soffitta e così le collezioni di animali impagliati. Invece di portare gli alunni fuori città e allo zoo i professori di scienze si diedero a insegnare grandiosi sistemi di classificazione botanica e zoologica. Agli esami di maturità si presentavano studenti che sapevano benissimo cosa erano le monocotiledoni e i perissodattili ma erano incapaci di distinguere una quercia da un tasso, un fringuello da un tordo. Questo sarà stato anche in accordo con la letteratura classica che pullula di non meglio definiti "arbori" e "augelli" ma la maggior parte di noi studenti lasciò la scuola con una notevole sordità per la natura.
   Un danno addizionale della riforma fu quello di punire le lingue straniere per dar più posto alla filosofia e al latino-greco. I critici di Gentile parlavano di "latino prezzemolo" perché questo idioma fu inserito in tutti i tipi di scuola. Nei tre anni di liceo classico, fatta naturalmente eccezione per l'italiano, non venne insegnata alcuna lingua vivente. L'ignoranza dell'inglese, lingua vitale per l'aggiornamento professionale, ha condannato per decenni molti medici italiani a leggere testi in traduzioni non sempre fedeli. Una situazione che sembra in parte perdurare: ancor oggi vengono tradotti in italiano i "Harrison's Principles of Internal Medicines" (attualmente la Bibbia della medicina) segno che c'è un considerevole pubblico di operatori sanitari che non si trova a proprio agio con questa lingua. Del libro è disponibile la diciottesima edizione (ma in inglese è già apparsa la diciannovesima). Peccato, perché per i medici oggi l'inglese è come il latino per i dotti del medioevo, una lingua di cui la non perfetta conoscenza era impensabile. Ne è tra molti altri, testimone il vasto epistolario del Petrarca. Il poeta, aveva amici in tutta Europa con cui corrispondeva in latino classico. Durante le ambascerie fuori d'Italia di cui era talvolta incaricato il latino era la lingua parlata. Se ne trova un esempio divertente nella lettera XXI 1 delle "Familiares" ove il poeta narra l'accoglienza in perfetto latino fattagli dal vescovo di Praga il quale tra l'altro gli disse mostrando un notevole senso di autoironia: "Compatior tibi amice qui ad barbaros venisti".
   La ricerca medica ebbe specialmente a soffrire da questo modo di pensare. Come poche altre, essa si basa sulla diretta osservazione di fatti e per lei vale  in special modo la massima di Galileo secondo cui "ciò che i nostri sensi ne dimostrano devesi anteporre a ogni discorso, ancorché ci paresse assai fondato". Invece le cattedre di medicina furono occupate da professori idealisti che evitavano il laboratorio come il diavolo l'acqua benedetta.
   Un mio antico insegnante era l'incarnazione del professore idealista. Anche se ebbe sugli allievi una influenza negativa lo ricordo quasi con simpatia perché, oltre a essere un buon clinico, lavorava sodo e credeva di far bene. Leggeva molto. Siccome non sapeva l'inglese si faceva tradurre le riviste dagli assistenti. In laboratorio non metteva mai piede, considerava infatti quelli che agitano provette e leggono spettrofotometri "iloti" della scienza. Lui invece e i suoi pari erano le aquile che volgevano lo sguardo sul materiale accumulato dalla formiche operaie e vi leggevano l'ordito sapiente della natura.
   Ho già detto dove stava l'errore di queste brave persone. Se vogliamo capire come funziona il corpo umano e le malattie che lo affliggono non dobbiamo cercarvi un disegno che non esiste, provare a ricostruire nelle patologie una logica che manca. Delle malattie occorre invece studiare i vari aspetti (genetici, biochimici, epidemiologici ecc) e descriverle come appaiono in realtà. Solo così potremo sorprendere gli elementi che ci diano la chiave per prevenirle e curarle. E, notate bene, questo lato è in genere inaccessibile al ragionamento a priori. Per esempio, prima dell'era batteriologica chi avrebbe mai potuto capire col solo pensiero che la peste viene trasmessa delle pulci? Non era più plausibile incolpare, come faceva don Ferrante, una particolare congiuntura astrale?
   Le lezioni di questo professore erano un miscuglio di fatti e di immaginazione in cui ogni patologia, comprese quelle ancora non ben capite, veniva spiegata alla perfezione. Molti i vocaboli dotti, molti i prefissi in iper, micro, pseudo, megalo ecc che tradivano le simpatie classiche dell'uomo. Si trattava d'una visione della medicina di cui era spesso inutile cercar riscontro nei libri di testo standard ma che conveniva imparare se si voleva passare all'esame. 
   Non si deve però credere che fossero balordaggini lampanti. Al contrario, tutto era ben concatenato e alla prima credibile: una costruzione ingegnosa che veniva tirata su in cinquanta minuti di lezione. Si vedeva che era frutto di molto lavoro e anche d'una intelligenza brillante, roba non da tutti come dimostrarono le cattive imitazioni che ne fecero gli epigoni. Però era impossibile sceverarvi il vero dal falso, il dato di laboratorio da quello inventato o, meglio, "intuìto" perché secondo la ragione "doveva essere così". In verità alcuni di noi studenti, nonostante l'immaturità, capivano che qualcosa non andava e mostravano scetticismo.  
   Ma molti ci credettero, contrassero il vizio demiurgico e la qualità della loro produzione scientifica ne ebbe poi a soffrire. Non che per questo la loro carriera accademica rimase svantaggiata perché di cattedratici idealisti erano piene le commissioni giudicatrici dei concorsi.
   Nessuna meraviglia dunque che queste inclinazioni culturali associate alla cronica mancanza di mezzi degli istituti clinici e preclinici abbiano sfavorito la ricerca con il risultato che i migliori di noi, o almeno quelli che volevano far ricerca sul serio e non temevano di scomodarsi, se ne andarono all'estero.
   L'elenco dei premi Nobel documenta una conseguenza appariscente di questo avverso stato di cose. Dei 195 uomini e donne finora premiati con il Nobel per la medicina quattro sono italiani (già non un granché: otto di questi premi sono andati alla piccola Svizzera). Di questi solo uno, dico uno (Camillo Golgi) ha avuto il premio per ricerche compiute in Italia; gli altri tre cioè Luria, Levi Montalcini e Dulbecco(5) sono stati premiati per scoperte fatte interamente negli Stati Uniti. Una vistosa peculiarità dato che in Europa i Nobel per la medicina sono andati per la massima parte a ricercatori che hanno meritato il premio per ricerche fatte in patria (ad esempio 15 su 1 in Germania). Sembra inevitabile concludere che le nostre facoltà universitarie di medicina sono un luogo inadatto alla ricerca medica.
   La chimera dello scienziato "idealista" che arriva a grandi scoperte con la sola intuizione sembra ancora diffusa nel nostro paese e condivisa da molti intellettuali. Ne è un classico esempio la cura contro i tumori del professor Di Bella che tanto clamore destò alla fine del secolo scorso. Si tratta di una "scoperta medica" fatta a tavolino, senza basi sperimentali e come tale destinata al fallimento. Fallimento che non stupì chi aveva una accettabile preparazione scientifica e quindi capiva come oggi si fa ricerca. Preparazione che evidentemente non avevano le moltissime persone "altrimenti colte" che ci cascarono.
   Non so se e quanto in Italia si stia correggendo questo stato di cose. La recente querelle sul "metodo Vannoni", un caso in cui è stata tollerata/promossa da persone qualificate la sperimentazione clinica d'un miscuglio artigianale di cui non si sapeva esattamente la composizione induce al pessimismo. Sembra sempre più urgente migliorare l'istruzione scientifica nel nostro paese e, aggiungo, cominciare a finanziare decentemente la ricerca di base, oggi il più importante fattore di progresso(6). 

   1. Per i danni dell'idealismo nella sua variante storicista alla cultura vedi il libro di Carlo Cassola: La lezione della storia, Rizzoli 1978, capitolo I. Secondo Cassola "lo storicismo è nefasto perché incoraggia la pigrizia mentale, la cultura non avendo più lo scopo di indagare la realtà ma di fare critica di sé stessa. La cultura diventa quindi puramente cartacea: si esercita sui libri anziché sulle cose." Basta leggere le pagine culturali dei quotidiani per constatare che questo modo di pensare non è scomparso.
   2. L'occhio umano, ad esempio, non e affatto quel modello di "disegno superiore" spesso citato da chi sostiene la presenza di un piano intelligente dietro la struttura degli organismi viventi. Tanto per cominciare la struttura della retina è poco funzionale essendo i fotorecettori volti verso il lato opposto della luce e sepolti sotto strati di neuroni e fibre nervose. Ancora, le proprietà ottiche dell'organo sono mediocri anche in mancanza di vizi di rifrazione. Nel suo trattato di ottica fisiologica il grande Von Helmholtz dichiarò che si sarebbe rifiutato di comprare uno strumento ottico con simili manchevolezze.
   3. Storia della Colonna Infame, capitolo VI, capoverso 33.
   4. Roberto Vacca: Anche tu matematico, Garzanti 1980, p 149.
   5. Non ho contato i Nobel per la medicina conferiti a Daniel Bovet e a Mario Capecchi. Bovet, nato in Francia e naturalizzato italiano, ebbe il premio per ricerche fatte nel suo paese d'origine. Mario Capecchi era nato in Italia ma si era trasferito negli Stati Uniti a soli 7 anni.
   6. Esiste il pericolo di ridurci a essere, per usare una espressione del filosofo della scienza Enrico Bellone,  "una espressione turistica del mondo civile".

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