EBOLA IN CASA: LA PESTE NEL MEDIOEVO
L’Ebola, così leggiamo, si trasmette per contatto diretto e, fortunatamente, non per via aerea come la comune influenza il che fa sì che la sua diffusione può essere arrestata con normali misure igieniche. Per fortuna, ho detto, anzi, per somma fortuna poiché è facilmente immaginabile il disastro provocato da un virus letale capace di trasformare qualsiasi locale pubblico in una “fontana di Broad Street (1)”.
Evento tuttavia possibile dato che i virus tendono a mutare, e quanto più a lungo questa malattia sussiste in qualche area geografica tanto aumentano le probabilità di mutazioni “non sinonime” che cambiano caratteristiche e comportamenti del microrganismo. Queste mutazioni sono soggette alla selezione naturale la quale promuove i tratti genetici che assicurano più di altri la sopravvivenza e la propagazione del DNA. Nel caso di una mutazione non sinonima che conferisca al virus la facoltà di infettare per via aerea, e quindi di diffondere il proprio DNA con una capacità molto maggiore di quella del virus originale, dopo un certo periodo di tempo tutti o quasi i virus della malattia diverrebbero trasmissibili per questa via.
Una calamità sanitaria di proporzioni comparabili a questa, per buona sorte solo ipotetica, è già avvenuta nel medioevo uccidendo più della metà della popolazione europea. Si tratta della pandemia di peste del trecento che va sotto il nome di “Peste Nera” e che noi italiani conosciamo dalla descrizione che ne fa il Boccaccio all'inizio del Decamerone e il Manzoni che nei Promessi Sposi ne narra la ricomparsa in Italia tre secoli dopo.
A differenza di quelle di oggi le epidemie del passato avevano una componente che le rendeva terrificanti in modo particolare: il mistero impenetrabile in cui il flagello era involto. Della peste si ignorava tutto: l'origine della malattia, la sua natura, come ripararsene, come curarla, quale fosse il messaggio che, certo, Dio le aveva affidato – un lato importantissimo in tempi permeati di religiosità. Era un flagello senza precedenti, una “infirmitas inaudita”. Scrive il Petrarca, testimone della calamità: "In quali annali si lesse mai di case così vuote, di città abbandonate, di campagne deserte, di campi pieni di cadaveri, di una orrenda e devastata solitudine per tutto il mondo? Consulta gli storici: tacciono; interroga i medici: stupiscono; chiedi ai filosofi: alzano le spalle, corrugano la fronte e col dito sulle labbra impongono il silenzio. Potete credere a tutto ciò, o posteri?” Ci crediamo senz'altro.
La scienza medica dell'epoca (se scienza può chiamarsi) si ingegnava a spiegare e curare il morbo con il paradigma già allora millenario degli "umori" e dei "miasmi", ereditato da Ippocrate e Galeno. Come spiega lo storico Carlo Cipolla nel suo libro "Miasmi e umori", si pensava che la peste fosse causata da una corruzione dell'aria seguita da odori velenosi e "appiccicosi" i quali trasmettevano la malattia per inalazione e contatto. Così pensava tra gli altri Gentile da Foligno autore del "Paradigma del soffio pestifero", la bibbia dell'infettivologia dell'epoca. La cura consisteva nel ristabilire l'equilibrio dei quattro umori fondamentali dell'organismo (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) messo a soqquadro dal male.
Questa dunque era l'opinione accettata dalla maggior parte degli studiosi. Che però si dividevano sulle cause dei miasmi. Questi potevano essere esalati da corpi in putrefazione o da acqua stagnante, sprigionati dai terremoti (proprio all'inizio del 1348, anno della peste, un terremo devastò parte dell'Italia nord orientale), dall'eruzione di vulcani, oppure risultare da una infelice congiunzione astrale: le "stelle maligne", topos della letteratura classica. Il re di Francia, Filippo VI di Valois, chiese lumi alla facoltà medica dell'università di Parigi che si riunì nell'ottobre del 1348. Risposta: la congiunzione di Saturno, Marte e Giove occorsa alle 13 del 20 marzo 1345 aveva guastato l'atmosfera e appestato il mondo. La teoria delle stelle pestifere era ancora viva e vegeta durante la peste di Milano tre secolo dopo (don Ferrante, personaggio dei Promessi Sposi, ne dà la colpa alla "fatale congiunzione di Saturno con Giove"). Per inciso, questa credenza aveva un corollario calamitoso per i suoi adepti: la negazione del contagio e, di conseguenza, la letale mancanza di precauzioni contro l’unica cosa che pur in confuso era capita correttamente, cioè che la peste si trasmetteva dalle persone malate e dalle loro cose. Ipotesi più fantasiose furono lanciate e accolte anche perché non c'erano i mezzi per refutarle in quei tempi superstiziosi e irrazionali: la peste era portata da ranocchi, rospi o serpenti piovuti dal cielo, da pratiche amorose con donne vecchie, da miscredenti che avvelenavano i pozzi ecc.
Del pari varie e, ai nostri occhi, stravaganti erano le maniere per difendersi dal contagio. A Avignone papa Clemente VI teneva nel cortile del palazzo un gran fuoco per "purificare l'aria". Egli possedeva anche un anello con smeraldo che volto a mezzogiorno neutralizzava i veleni, volto a occidente preveniva il contagio. Non tutti avevano un anello di smeraldo ma anche chi era povero poteva difendersi: bastava addormentarsi sul fianco destro come assicuravano alcuni esperti. Consigliabile fuggire dalle bassure, specie se acquitrinose, dalle coste, e rifugiarsi in montagna. Bene non lavarsi salvo la faccia e i piedi. Perché? L'acqua apre i pori della pelle rendendo il corpo più permeabile ai miasmi. Ricca di consigli era la scienza dell'alimentazione: ottimo mangiare ogni mattina due fichi freschi con ruta e nocciole. Utili anche rabarbaro, cipolle, aglio, porri. Spezie raccomandate erano mirra, zafferano, pepe; ma attenti: per essere efficaci andavano ingerite a sera. Intanto l'umile lattuga era causa d'una faida scientifica: Gentile da Foligno la consigliava, l'università di Parigi era contraria. Meglio non mangiar dolci. Circolavano anche strani pasticcini confezionati da praticoni con dozzine d'ingredienti tra cui l'immancabile carne di serpente. Provvedimenti d'altro genere come i roghi di appartenenti a minoranze religiose che illuminarono alcune città europee risultarono parimenti inefficaci.
Perché l'Onnipotente aveva inviato la peste al mondo? La punizione d'un Dio irritato per le malefatte umane – la "giusta ira di Dio" come dice il Boccaccio – era l'ipotesi condivisa dalla maggioranza ma più ci si ragionava sopra più le cose s'imbrogliavano. Per esempio, come mai bambini innocenti morivano quanto gli adulti? Perché, chiede il Petrarca, Dio ha castigato noi e non i nostri padri, del pari colpevoli? La peste colpì con furia speciale Avignone suggerendo che il trasferimento del papato in Francia avvenuto tre decenni prima era dispiaciuto in altissimo loco. Tre quarti degli avignonesi morirono tra cui un centinaio di vescovi, e 358 domenicani come ci informa un puntiglioso cronista. Benissimo. Ma perché prendersela ugualmente con i senesi? Dopotutto i poveretti stavano costruendo una enorme cattedrale a Maria Assunta in Cielo. Tanti ne morirono che tutto in città si fermò, perfino l'appropriatissimo ufficio dell'estrema unzione. I soli a rimanere attivi furono cani e porci che banchettavano per le strade con i cadaveri lì abbandonati. La cattedrale che doveva superare in dimensioni quella di Firenze non si fece più e il transetto già costruito divenne la navata principale del duomo che vediamo oggi. Pentimento e preghiere si rivelavano inutili. A Orvieto 50 riti religiosi furono aggiunti a quelli previsti dal calendario municipale. Dopo cinque mesi la metà degli orvietani era morta di peste. Col senno del poi sappiamo che ogni assembramento favoriva la diffusione del morbo: la solenne processione espiatoria che portava per Milano il corpo di San Carlo riportata dal Manzoni nei Promessi Sposi fu seguita da un impennarsi della morbosità troppo subitaneo per non vedervi un nesso di causa–effetto(2).
La scoperta dei batteri avvenuta nella seconda metà del diciannovesimo secolo ha rivoluzionato la medicina spiegando la causa delle malattie infettive. Oggi sappiamo che la peste è causata da un microbo, la Yersinia pestis, trasmesso all'uomo dal morso delle pulci. Questi insetti succhiano il sangue di animali infetti, abitualmente ratti e topi, accumulando grandi quantità del batterio nel loro apparato digerente. Poi, quando passano a un altro ospite tra cui l'uomo, gli iniettano parte di questi batteri per far posto al sangue che aspirano dal nuovo parassitato.
L'esistenza dei germi era inaccertabile nel medioevo (l'aveva solo ipotizzata nel cinquecento il medico-astronomo Girolamo Fracastoro) ma ratti, topi e pulci erano noti e ci si può chiedere perché il nesso pulci-peste fosse sfuggito in un tempo in cui pur non mancavano menti acute. Il punto è che l'igiene era allora disastrosa e la presenza di pulci e topi era un fatto normale anche in assenza della malattia. In verità, anche noi moderni siamo un po' perplessi sul perché una situazione comune sia a un tratto divenuta causa di un evento non comune e l'ipotesi prevalente è quella di una moria di roditori, infettati da un batterio giunto dall'Asia, che abbia fatto emigrare le pulci dall'ospite consueto divenuto scarso a quelli occasionali tra cui l'uomo. Nel suo romanzo "La peste", Albert Camus descrive correttamente una moria di ratti cui segue lo scoppio dell'epidemia in una città algerina. Conclude il libro dicendo che, cessata l'epidemia, i batteri s'addormentano "nei mobili, nelle cantine, valigie, fazzoletti, vecchie carte" per risvegliarsi un giorno e causare nuovi disastri. Per fortuna non è così perché questo genere di organismi non forma spore come ad esempio il bacillo del tetano e non sopravvive fuori da un organismo animale. In realtà, tra un'epidemia e l'altra, il microbo della peste si perpetua lontano dai centri abitati servendosi dei roditori selvatici tra cui i ratti di campagna che s'infettano tra loro.
Il termine di "bubbonica" dato alla peste deriva dei gangli linfatici ingorgati dai batteri. I bubboni interessavano specialmente i gangli dell'inguine dato che le gambe erano punte più spesso di altre parti del corpo e i germi giungevano a questi gangli attraverso i vasi linfatici. Il "sozzo bubbone d'un livido paonazzo" cui il don Rodrigo dei Promessi Sposi dei dà "un'occhiata paurosa" è all'ascella, segno d'una puntura al braccio. Superate le stazioni ghiandolari, il batterio invadeva l'organismo provocando un terribile corteo di sintomi a causa delle tossine che produceva. Talvolta penetrava nei polmoni causandovi emorragie massive e aprendo una scorciatoia che la morte si affrettava a imboccare. I batteri si moltiplicavano liberamente nel sangue creando quello stato che ora chiamiamo setticemia e provocavano la morte dopo alcuni giorni. Morte che poteva intervenire ancor prima in seguito a peste polmonare contratta per via aerea da un malato. Di questa morte rapida fa menzione anche il Boccaccio nella prima giornata del Decamerone parlando di persone che Esculapio, il dio della medicina in persona, avrebbe giudicato sanissime le quali "la mattina desinarono co' loro parenti […] poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono coi loro passati!"
Di peste polmonare morì, supposto che fosse esistito, anche il Griso il quale aveva scosso, cercandovi i soldi, i panni di Don Rodrigo malato inalando così i batteri che il giorno dopo lo fulminarono mentre "stava gozzovigliando in una bettola". Di passata si può notare come il Manzoni, nonostante non avesse compiuto studi scientifici, abbia trattato il problema della peste di Milano e dei suoi aspetti medici con occhi moderni senza compiere errori di giudizio. Esistito in carne e ossa, a differenza del Griso, era invece Paganino del Bizzozzero, "caro ed eccellente" amico di Petrarca, morto il mattino del 23 maggio 1349. La sera prima era andato a trovare il poeta ed aveva conversato a lungo con lui. Che fosse stata peste e non, ad esempio, un infarto lo suggerisce la morte dell'intera famiglia di Paganino avvenuta nei tre giorni che seguirono.
Continuando a divagare, si può dire che la peste ha avuto un ruolo notevole nella letteratura italiana. Infatti proprio di peste morì nell'aprile del 1348 Laura, la donna amata dal Petrarca che su questa passione aveva basato la sua poetica. La morte di Laura cambiò il carattere di una pur eccellente raccolta di poesie amorose convertendola in un profondo documento umano. Nella nostra letteratura poche sono le situazioni capaci di destare nel lettore una commozione paragonabile all'immagine di Laura che dopo la morte, in sogno o nel pensiero, appare al poeta, gli parla e lo conforta. Per inciso, Petrarca doveva essere stato informato sugli ultimi giorni dell'amata poiché, come scrive nei Trionfi, essa "arse ed alse in poche notti", mostrò cioè i sintomi delle gravi malattie infettive con punte febbre molto elevata alternata a brusche cadute della temperatura e brividi di freddo.
E' interessante notare quanto il paradigma miasmi–umori sia stato duro a morire. Come nota Carlo Cipolla, ancora nell'epoca della regina Vittoria Edwin Chadwick e altri suoi contemporanei che tanta parte ebbero nel promuovere la salute pubblica europea continuavano a credere nell'origine miasmatica delle malattie e cercarono di prevenire malattie infettive quali il colera con la rimozione dei rifiuti, pulizia delle strade, fognature ecc. allo scopo di abolire le fonti di fetore: lo stesso tipo di misure adottate due secoli prima in Toscana dagli ufficiali sanitari che pensavano di impedire il contagio della peste di Milano mettendo al bando dalle città le sorgenti di odori nauseabondi tra cui gli allevamenti di bachi da seta.
A differenza di scienze nel frattempo enormemente più progredite quali fisica e chimica e delle tecniche loro attinenti, alla medicina clinica mancava una nozione necessaria alla sua trasformazione in scienza sperimentale: l'esistenza dei batteri, il "nemico invisibile" secondo la denominazione di Cipolla, come causa di malattia.
I microbi, come tutti sanno, sono piccolissimi e non si vedono a occhio nudo ma si possono rendere osservabili con l'ingrandimento prodotto da strumenti ottici quali i microscopi. La sola visibilità però non basta, occorre anche che il sistema ottico dei microscopi sia, oltre che potente, di qualità tale da permettere l'apprezzamento di particolari (risoluzione) in modo da far distinguere un microbo da un altro. Ora, il microscopio consente queste funzioni fino a oggetti di dimensioni pari a 1/4-1/2 di micrometri (millesimi di millimetro) e i batteri hanno in genere un diametro maggiore o una lunghezza di 1-2 micrometri (1.5 quello della peste, 3 quello della tubercolosi, 2.5 quello del colera). Siamo quindi poco lontani dal limite ottico del percettibile. Inoltre i batteri hanno quasi lo stesso indice di rifrazione dell'acqua e al microscopio ottico sono trasparenti. Sicché i comuni microscopi sono quasi inutili per campioni non preparati: i microbi devono prima essere fissati e colorati per renderli palesi e per accentuarne le caratteristiche morfologiche. I microbi poi sono difficili a riconoscere: un occhio non esperto non li sa differenziare da granelli di polvere o da altre sostanze estranee. Difficoltà che sono quasi una piccolezza al confronto di quelle incontrate nello stabilire un nesso causa-effetto tra un determinato batterio e una determinata malattia: ci sono volute le menti analitiche di Louis Pasteur e di Robert Koch per venirne a capo.
Tutto ciò rende comprensibile perché sono occorsi più di due secoli per passare dalla pura accertabilità dei batteri, teoricamente già possibile nella seconda metà del seicento grazie al rudimentale ma potente microscopio dell'olandese Anton Leeuwenhoek, al loro riconoscimento come causa di malattia alla fine del diciannovesimo secolo. Fa anche capire perché in questo lungo intervallo il paradigma dei miasmi e degli umori abbia resistito: in medicna non v'erano altri e chi ne seguiva i precetti si sentiva giustificato dalla tradizione. Anche così ci si può chiedere come il salasso, la terapia chiave del paradigma, sia sopravvissuto quanto il paradigma stesso. Possibile che in tutto questo tempo i medici, oltre a non notare l'inefficacia dell'intervento, non abbiano avvertito il controsenso di togliere indiscriminatamente il sangue a tutti i pazienti, anche a quelli indeboliti dalla malattia e perfino ai traumatizzati (3)?
Ad accecare i medici, oltre a una accreditata consuetudine, contribuivano fattori di inganno attivi anche oggi. Uno era il "post hoc ergo propter hoc": le malattie, per grande fortuna dei pazienti (ed anche dei medici), tendono a guarire da sé ed al salasso era attribuito il buon esito cui soleva portare il decorso naturale della malattia. Detto altrimenti, i malati guarivano nonostante i salassi. L'abbaglio era rinforzato dal "confirmation bias": i medici tendevano a ricordare i malati che dopo i salassi erano guariti e a dimenticare quelli che erano morti. C'era inoltre, come c'è nei medici di oggi, l'inclinazione a fare qualcosa solo per farla, "ut aliquid fieri videatur": il malato e i familiari vogliono alleviare la loro ansia e una misura drammatica come il cavar sangue aveva un effetto tranquillizzante. All'utilità del salasso credeva anche il Manzoni che, come ho detto, si ingannava difficilmente specie in questioni in cui entrava il gioco il buon senso. In una lettera a Eustachio Degola, il sacerdote che Manzoni aveva scelto a guida spirituale della famiglia, scrive così per conto della moglie Enrichetta: "Rispondo io alla preziosa vostra lettera perché un po' di debolezza, effetto di un salasso avuto ieri l'altro, ne impedisce mia moglie. Essa ebbe i giorni passati a soffrire alcuni incomodi cagionati da troppa abbondanza di sangue, al che il salasso rimediò, ed ora sta molto meglio".
Enrichetta era malata di tubercolosi e morì appena quarantenne nel 1833.
1. La fontana di Broad Street fu individuata dal medico inglese John Snow come veicolo dell'infezione colerica che aveva colpito Londra nel 1854. Snow, scettico sulla teoria dei miasmi, vide che troppo numerosi erano i malati abitanti vicino a quella fontana per non sospettarne l'acqua come veicolo di infezione. Snow esaminò al microscopio l'acqua della fontana senza vederne i batteri certamente presenti il che mostra quanto siano state determinanti le tecniche della microbiologia elaborate decenni dopo. Le figure nel testo è una illustrazione dell'epoca.
2. Uomini di fede si adoperarono per razionalizzare quello che ai loro occhi era un controsenso: possibile che un atto di devozione fosse causa di evento infausto? Nel suo libro "Contro un nemico invisibile" Carlo Cipolla riporta la giustificazione del canonico Maucroix di Reims: "Depuis les processions le mal contagieux augmente fort notablement, Dieu voulant faire connaître aux hommes qu'il n'aime point les devotions inconsiderées et qu'il le faur prier avec sagesse." In altre parole, le processioni non erano infauste di per sé ma solo quelle mal concepite e eseguite.
3. Un esempio letterario che ci dice quanto fosse diffusa la pratica: al protagonista dei "Dolori del giovane Werther" di Goethe fu cavato sangue da un medico nonostante che il giovane avesse già abbondantemente sanguinato per la ferita che lui stesso si era procurato.
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