venerdì 28 giugno 2013

GRILLO E LA MEDICINA III. LA CURA DI BELLA


GRILLO E LA MEDICINA III

LA CURA DI BELLA

"Facciamo finta di non vederli, ma ci sono gli eretici e li stiamo abbrustolendo, li abbrustoliamo a fuoco lento, quest'ometto ce lo stiamo rosolando piano piano…" tuona Beppe Grillo nel suo spettacolo "Apocalisse Morbida" mostrando la foto (vedi) di un anziano, rispettabilissimo signore in camice bianco: il professor Luigi Di Bella, l'ideatore di una cura contro il cancro che alla fine degli anni 90 ebbe a godere in Italia di una tumultuosa celebrità (http://www.youtube.com/watch?v=BBAnLrhhYP4). Secondo Grillo, Di Bella venne ostacolato in tutti di modi dall'establishment (professori universitari, ordine dei medici, "big Pharma" ecc) che vide in lui una minaccia ai suoi interessi materiali. 

Quello dello scienziato disinteressato e lasciato solo a combattere per il bene dell'umanità è un paradigma ben noto e si presta troppo a essere spettacolarizzato perché Grillo vi potesse rinunciare. Probabilmente Grillo credette davvero che Di Bella avesse trovato il modo di sconfiggere questa terribile malattia in barba ai laboratori milionari americani ed è scusabile: dopo tutto Grillo non è un medico, non si era mai occupato di sanità fino ad allora, né, tanto meno, era un paziente le cui capacità di giudizio sono annebbiate dalla malattia. E' invece stupefacente che ci siano cascati in massa giornalisti, politici, amministratori regionali, intellettuali, persone insomma in cui un certo discernimento dovrebbe essere d'obbligo e che comunque hanno facile accesso al parere di esperti. Fu quello uno spettacolo che svelò la perdurante arretratezza culturale del nostro paese.

Cosa era la cura Di Bella contro i tumori, perché essa avesse fin dall'inizio pochissime probabilità di funzionare, e come fu dimostrato (tra l'altro male) che, infatti, non funzionava ne parla diffusamente il blog Medbunker (http://medbunker.blogspot.it/p/dossier-di-bella.html). Qui vorrei  solo occuparmi di due aspetti della controversia su cui non ho trovato menzione nei commenti apparsi dopo che l'illusione si era chiaramente rivelata illusione: (1) perché si ingannò Di Bella e (2) perché sarebbe bastato un po' di comune buon senso per arrivare subito alla verità risparmiando sofferenze ai pazienti, sprechi all'erario e figuracce alla cosiddetta classe dirigente.

1. Perché si sbagliò Di Bella 

Luigi Di Bella (1912-2003) era tutt'altro che un ciarlatano. Era laureato in medicina, aveva preso la libera docenza e insegnava fisiologia all'Università di Modena. Possedeva anche una certa esperienza clinica avendo tra l'altro servito durante la guerra come medico militare in Albania. Ora, la fisiologia, cui Di Bella principalmente si dedicò, è un ramo della medicina che lascia poco spazio a fantasie ingannevoli, lì tutto o quasi è provato e verificabile: la stimolazione del vago rallenta il battito cardiaco, l'adrenalina dilata la pupilla, lo sforzo fisico affretta la respirazione, e così via per centinaia e centinaia di situazioni. Tutti effetti osservabili non solo nell'uomo ma anche riproducibili negli animali da esperimento servendosi spesso di attrezzature elementari. Insomma una preparazione culturale strettamente sperimentale. Nè Di Bella voleva far soldi con la sua supposta scoperta: tutti concordano nel dire che l'uomo era disinteressato, tra l'altro non si faceva pagare dai pazienti. Probabilmente era anche mosso da ambizione personale ma soprattutto voleva "far bene" come si diceva una volta. Allora perché si sbagliò in modo così grossolano?

Di Bella si sbagliò perché, occupandosi a tempo pieno d'una scienza di base quale la fisiologia, gli era sfuggita la rivoluzione introdotta negli anni cinquanta dagli studi clinici randomizzati e controllati: i "randomized controlled trials" o RCT. Questo indispensabile metodo di verifica consiste essenzialmente nel confrontare una ipotesi clinica (tipica: funziona la cura X?) con un controllo. In medicina infatti è facilissimo attribuire efficacia a una cura che non ne ha. Lo fanno non solo (comprensibilmente) i pazienti ma anche i medici. Tipica fonte di errore è il decorso naturale della malattia: quasi tutte le malattie, per nostra grande fortuna, tendono a guarire da sè, e siccome la guarigione spontanea segue l'inizio di una terapia vien fatto naturale di attribuire a quest'ultima il merito di un miglioramento o della guarigione. Di peso pari a questa fallacia, detta del "post hoc ergo propter hoc", è il miglioramento indotto dall'effetto placebo: il solo fatto di essere curato induce nel paziente una aspettativa di miglioramento che è di per sè in vario modo benefica (http://medicinaeillusioni.blogspot.it/2013/05/stimolare-lautoguarigione-e-effetto_22.html) anche se la cura è totalmente inefficace. Queste due potenti fonti di errore assieme ad altre minori - prima fra queste la fuorviante propensione dei ricercatori ad avere risultati positivi - vengono neutralizzate negli RCT correttamente eseguiti i quali fanno sì che l'effetto osservato risulta solo dall'efficacia reale della cura in esame.

Di Bella operò invece come spesso si faceva una volta, cioè fondandosi esclusivamente sulla teoria. In biblioteca si informò sulle sostanze che potevano avere una azione anticancerogena, ne scelse alcune con criteri suoi: vitamine (A, B e C), retinoidi (composti chimici correlati alla vitamina A), bromocriptina (un antagonista di un mediatore nervoso) due ormoni (la somatostatina e la melatonina), chemioterapici antitumorali quale la ciclofosfamide. Poi ne fissò arbitrariamente le dosi (bassissima per la ciclofosfamide) e, sempre a tavolino, ideò un complicato sistema di somministrazione. His fretus, vale a dire su fondamenti non tanto migliori di quelli di don Ferrante sulle cause della peste, si mise a curare i malati facendogli interrompere le terapie standard cui erano sottoposti, primi tra tutti i chemioterapici.

I quali pazienti migliorarono. Alcuni per l'effetto placebo, altri per il sollievo seguito alla interruzione dei fastidiosi chemioterapici con relativi effetti collaterali, altri ancora grazie proprio alla azione protratta dei chemioterapici assunti in precedenza, molti per tutte queste ragioni assieme. Di fronte a una risposta così univoca e in apparenza incoraggiante fu naturale che Di Bella si illudesse di aver risolto il problema. 

Sarebbe bastato un piccolo RTC pilota per trarlo d'inganno. Di Bella avrebbe dovuto farsi confezionare in farmacia pillole di solo zucchero, ciascuna aventi lo stesso aspetto dei vari farmaci che impiegava, e alternare nei pazienti questo trattamento fasullo a quello "vero" secondo uno schema casuale in modo da costituire un gruppo di controllo. Naturalmente senza informare i pazienti cui consegnava le false medicine che si trattava solo di zucchero. Per maggior indipendenza di giudizio avrebbe anche dovuto celare a se stesso, ricorrendo all'aiuto di un collega, l'identità di chi riceveva le medicine "vere" e chi le false. Due piccoli gruppi di pazienti sarebbero stati sufficienti: tolti i sigilli Di Bella si sarebbe accorto che i soggetti trattati con lo zucchero miglioravano esattamente quanto quelli che prendevano la sua mirabolante cura. 

Ma Di Bella ignorava l'esistenza dei RCT, lacuna in lui perdonabile poiché da anni e anni faceva il fisiologo a tempo pieno e la fisiologia non si occupa di malattie. Però non si consigliò con qualche clinico dell'università dove lavorava su come verificare la sua cura - e questo fu imperdonabile. Perché non c'è bisogno di tirare in ballo il filosofo della scienza Popper per capire che un vero scienziato deve nutrire un salutare scetticismo sui risultati delle sue ricerche tanto più quando, come in questo caso, ingannare se stessi comporta l'inganno di molti. Di Bella invece si incaponì nell'errore commettendone molti altri che ometto: un comportamento comune nella storia della scienza o meglio in quella degli errori scientifici che per natura tendono a perpetuarsi e moltiplicarsi per strada.

2. Perché sarebbe bastato un po' di buon senso per evitare l'errore collettivo

Facile a dirsi. La famosa somatostatina, un componente essenziale della cura Di Bella, è nota fin dal 1972 e fin dagli anni ottanta ne conosciamo la marginale attività antitumorale, e questo vale anche per la melatonina. Del pari sono note l'azione genericamente antitumorale di varie vitamine. Ora la ricerca sul cancro ha finanziamenti per miliardi di dollari, può portare a una decina e più di premi Nobel, vi sono impegnati alcuni tra i migliori cervelli del mondo. Non sembra logico che se la somatostatina fosse davvero una panacea contro i tumori la comunità scientifica se ne sarebbe accorta da un pezzo? E che se la combinazione arbitraria di sostanze ad azione vagamente antitumorale fosse stata una idea scientificamente valida non ne sarebbe avvenuta da tempo la sperimentazione clinica? Invece niente di tutto ciò. Né i medici dei paesi più progrediti approfittarono dell'idea di Di Bella per curare i propri malati: segno che consideravano questa cura al pari delle tante terapie antitumorali senza fondamenti plausibili e quindi aventi una probabilità di giovare praticamente nulla. 

Si tratta di poche e semplici considerazioni che avrebbero dovuto indurre allo scetticismo o per lo meno alla cautela. Considerazioni che invece non vennero in mente ai più né, stranamente, fu tenuto conto che nel merito di materie scientifiche - e la medicina è scienza applicata - l'intromissione di poteri estranei come politica e magistratura non risolve i problemi ma li complica. Solo nel nostro paese, come dice lo storico della scienza Enrico Bellone, "poteva verificarsi la sequenza di eventi politici, giudiziari e mediatici connessi alla terapia Di Bella, con meditabondi pensatori che invocavano sulle gazzette il diritto democratico alla libertà di cura."

Dopo la sua presa di posizione a "Apocalisse Morbida" Grillo non ha più parlato della cura Di Bella e non sappiamo cosa ne pensi adesso.


Addendum. Dal caso Di Bella non sembra che abbiamo imparato gran che. Lo dimostra il recente decreto del parlamento che approva la sperimentazione sull'impiego di cellule staminali nelle malattie degenerative secondo il cosiddetto metodo Stamina. Metodo che, come un tempo la cura Di Bella, non possiede accettabili presupposti scientifici perché possa funzionare. Anzi, le cose stanno ancora peggio: Di Bella almeno aveva reso pubblico il suo metodo, qui non si sa nemmeno cosa precisamente si dovrebbe iniettare nei pazienti. Infatti fino ad oggi (25.6.13) l'ideatore di questa cura, lo psicologo Davide Vannoni , non ha fornito all'Istituto Superiore di Sanità la descrizione del suo metodo. Ciò è incredibile: tenere oggi riservato un modo per curare i malati come se fosse un prodotto commerciale da cui trarre profitto: siamo agli antipodi della medicina di Pasteur e di Koch. E la sperimentazione costerà: 3 milioni, pare. Soldi buttati perché con premesse del genere quale risultato ci si può ragionevolmente attendere se non materiale per nuove controversie? Purtroppo, come dice il Manzoni (Promessi Sposi, cap. XXVIII) "anche in tempi di maggiori ristrettezze i denari pubblici si trovano sempre, per impiegarli a sproposito".

giovedì 20 giugno 2013


GRILLO E LA MEDICINA

II. I VACCINI

G è contrario alle vaccinazioni obbligatorie ed ai vaccini in genere. Anche di ciò parla nel suo spettacolo "Apocalisse Morbida" www.youtube.com/watch?v=J7zwTtzh9c4.N cominciando con l'affermare che le vaccinazioni obbligatorie sono 10. In realtà sono quattro (poliomielite, difterite, tetano, epatite B). Quello delle vaccinazioni è un soggetto molto complesso affetto più che altri dalle incertezze della politica sanitaria. Non entriamo in tutto questo e limitiamoci a trattare un aspetto importante che G sviluppa. G sposa una tesi cara al movimenti "antivax" per cui i vaccini contro alcune malattie infettive, segnatamente quelle dell'infanzia, sono al meglio inutili perchè queste patologie tendono a estinguersi spontaneamente. Quando essi non sono dannosi ad esempio, come sostengono molti adepti del movimento, favorendo nei bambini l'insorgenza di autismo.  

Dopo una fantasiosa, e, va detto, divertente, descrizione del meccanismo della vaccinazione, G si immagina una specie di congiura internazionale tesa per motivi economici a sostenere l'utilità dei vaccini e a prova di ciò mostra una diapositiva (sotto) il cui contenuto ho ricostruito.

"Questi sono dati ISTAT" afferma G a mo' di certificazione - anche se sembra improbabile che l'Istituto Italiano di Statistica si metta a contare le malattie infettive americane. Come si vede, continua a un dipresso G, il vaccino contro la difterite è stato introdotto negli USA nel 1930 e la difterite è scomparsa nel 1950. 



Ma non è merito del vaccino però, stabilisce G. Infatti, se guardiamo l'intero grafico (figura successiva) che, secondo G, "non ci hanno fatto vedere", "la difterite stava scomparendo per i cavoli suoi" (consenso e ilarità del pubblico). Conclusione: il vaccino contro questa malattia è inutile, una specie  di Maramaldo che infierisce contro un morente. 



difterite - e come anche il suo grafico riporta - ma la mortalità ad esse associata (qui il numero di morti per 100,000 casi). Il che è una bella differenza. In epidemiologia prevalenza e mortalità sono parametri indipendenti, ad esempio il morbo di Ebola ha una mortalità molto alta ma esso per fortuna è rarissimo.

Prima di assentire e partecipare al buonumore generale, non sarà male esaminare attentamente la  seconda diapositiva. G l'ha tratta con ogni probabilità da un grafico compilato a cura dell'americana National Health Federation. Il grafico originale (figura successiva) è assai più complesso perché, oltre la difterite, riguarda morbillo, scarlattina, tifo e pertosse. In esso però vi è rappresentata non la prevalenza (numero di casi) di queste malattie come G sembra intendere per la difterite - e come anche il suo grafico riporta - ma la mortalità ad esse associata (qui il numero di morti per 100,000 casi). Il che è una bella differenza. In epidemiologia prevalenza e mortalità sono parametri indipendenti, ad esempio il morbo di Ebola ha una mortalità molto alta ma esso per fortuna è rarissimo.  



Dal grafico si vede tra l'altro che, delle cinque malattie infettive, la difterite è nel complesso quella con la più alta mortalità, un carattere che consiglia in particolar modo la vaccinazione. Inoltre, secondo quanto G mostra, la vaccinazione antidifterica fu introdotta in USA nel 1930 mentre dal grafico originale risulta che in quell'anno essa era già praticata da 10 anni. Perchè questa manomissione? Forse per celare la recrudescenza avvenuta in quegli anni della malattia che evidentemente non se ne andava "per  i cavoli suoi"? Difficile dirlo.

Grazie ai rapidi progressi della medicina avvenuti nel secolo scorso è solo naturale che la mortalità per malattie infettive stesse gradualmente diminuendo anche prima delle vaccinazioni. Questo non vuol dire però che la difterite stava scomparendo in seguito a un suo ravvedimento nei nostri confronti o perché si era commossa leggendo "Mors Nell'epidemia difterica", la bellissima poesia in cui Carducci piange la perdita del figlioletto morto, appunto, di difterite. 

Essa uccideva meno perchè i medici erano diventati più abili a curarne le complicazioni mortali. Che poi le malattie infettive non tendano per loro natura alla estinzione e che i vaccini aiutino fortemente a farle scomparire lo dicono buon senso e esperienza. L'igiene e le migliorate condizioni di vita non bastano a fugarle. Prendiamo la poliomielite, una malattia veramente orribile, terrore dei genitori della prima metà del 900. Impossibile non fremere di commozione vedendo la foto della sala d'un antico reparto di pediatria ove stavano allineati decine di polmoni di acciaio da ognuno dei quali spuntava il visino di un fanciullo col diaframma paralizzato, vedi                                   https://www.google.it/search?q=iron+lung+photo+polyo&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ei=qlDiUbK7LYHL4AT46oCoBQ&ved=0CDIQsAQ&biw=1040&bih=673.

Va detto anche che le ricorrenti epidemie di polio non risparmiavano le società più progredite, anzi si aveva l'impressione che colpissero di più i paesi dove l'igiene e le condizioni di vita erano migliori come le nazioni del Nordeuropa e gli Stati Uniti. 

G non pensa così e infatti aggiunge scandendo le parole: "La poliomielite stava scomparendo per i cavoli suoi", e poi (gridando): "Sabin, il grande scienziato, un Di Bella, uno che non ha venduto nulla [cioè non praticava la medicina per lucro] è morto col dubbio sul suo vaccino. Là dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove no, lo stesso."

A parte che nulla suggerisce che Albert Sabin dubitasse della utilità del suo vaccino, ciò è falso: oggi la poliomielite persiste in forma endemica (quando cioè l'infezione si perpetua senza l'intervento di una causa esterna) in Nigeria, Pakistan e Afganistan: proprio nei paesi ove la vaccinazione generalizzata è ostacolata da arretratezza e da religiosi che vedono in essa uno strumento dell'Occidente per turbare i loro paradigmi. Dando retta a G e ai talebani avremmo tutti da perdere, sia, ovviamente, chi vive nelle zone ove la malattia persiste, sia da noi ove essa è ormai roba del passato: in Italia l'ultimo caso di polio è occorso nel 1982.

Come quello del vaiolo, il virus della poliomielite colpisce esclusivamente l'uomo e quindi la sua eliminazione dalla faccia della terra è tecnicamente possibile come, infatti, è avvenuto per il vaiolo, una malattia dichiarata estinta nel 1980 e il cui virus oggi vive solo in qualche laboratorio. E' quindi immaginabile il pericolo che i paesi progrediti correrebbero se persistessero nel mondo grandi sacche di questa infezione. Questo perché col passare del tempo sarebbero sempre più numerosi i non vaccinati infettabili e con essi la possibilità che tornino a svilupparsi epidemie di polio in popolazioni che le vaccinazioni degli avi avevano reso indenni. La poliomielite non è scarsamente infettiva come, ad esempio, la SARS: la polmonite virale che a intervalli preoccupa tanto l'opinione pubblica. La poliomielite si diffonde rapidamente ed è facile immaginare il rischio di nuove epidemie anche considerando il costante aumento dei viaggi internazionali e con essi le occasioni di contagio. Tra l'altro, i vaccini non sono come farmaci di sintesi producibili senza indugio su scala industriale. Per farli occorre tempo, ad esempio il vaccino per l'influenza stagionale suina richiede da 4 a 6 mesi. C'è quindi anche il rischio di non avere subito i mezzi per arginare improvvise epidemie. 

Di passata Grillo accenna anche alla tossicità dei vaccini dovuta al mercurio del Thimerosal, un antisettico contenente mercurio e usato come conservante nelle preparazioni farmaceutiche. Ora, siccome "è la dose a fare il veleno"  occorre sapere che secondo la Environmental Protection Agency americana non c'è pericolo ad assumere 0.1 microgrammo di mercurio moltiplicato il peso del nostro corpo in chilogrammi (secondo la Food and Drug Administration il limite è 0.4 microgrammi). Dosi che superiamo con facilità: il mercurio è dappertutto, i prodotti ittici ne contengono in quantità:  due etti di tonno a pranzo e superiamo 2-3 volte la dose giornaliera sicura. E il mercurio del Thimerosal usato nelle correnti preparazioni farmaceutiche è inferiore a queste dosi. Timori oltretutto del passato riguardo ai vaccini pediatrici poiché, almeno in Europa e negli Stati Uniti, essi non contengono più questo conservante.


PS. E' notevole che a distanza di secoli si torni ad avere dubbi sull'utilità delle vaccinazioni i cui benefici furono subito compresi dalle menti illuminate (non tutte) del tempo in cui furono introdotte. Ed era anche stato anche intuito il meccanismo della protezione da vaccini. Nell'ode scritta nel 1756 "L'innesto del vaiolo" e dedicata al dottor Gianmaria Bicetti fautore di questa pratica, il Parini spiega che il medico:
"Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch'è men tristo; e macular ne suole
La ben amata prole,
Che, non più recidiva, in salvo torna."

Chi dice che scienza e poesia non possono andare d'accordo?

PS 16-8-2013. Riporto (rubo?) dal blog MEDBUNKER del dottor Salvo Di Grazia questo grafico che mostra un ulteriore esempio della relazione inversa tra vaccinazione e incidenza di malattia infettiva, in questo caso la pertosse. Le colonne in azzurro sono i numeri di casi di pertosse e le linee blu e rosse i tassi di vaccinazione in percentuale. Una ulteriore prova dell'efficacia della vaccinazione, ma chissà, forse anche la pertosse ci usava la cortesia di sparire da sé.





lunedì 10 giugno 2013

GRILLO E LA MEDICINA I. ORIGINE E CURA DELL'AIDS

GRILLO E LA MEDICINA

I. ORIGINE E CURA DELL'AIDS

Secondo Beppe Grillo (G), l’AIDS non esiste, i vaccini sono inutili - anzi, dannosi - la cura Di Bella guarisce il cancro. G disse questo e  molto altro in uno spettacolo di denuncia sociale chiamato "Apocalisse Morbida" tenuto nel 1998, replicato nei due anni seguenti e tuttora in video-circolazione. A quei tempi G era ancora un comico, noto per i suoi paradossi piramidali e divertenti da non prendersi necessariamente sul serio. Quando mi capitava, lo ascoltavo volentieri.

Oggi che G ha il potere politico che gli deriva da una valanga di voti, alcuni sono andati a vedere le sue opinioni in medicina e le hanno dichiarate “bufale”. La qualifica è essenzialmente corretta ma il giudizio è spesso sommario e può anche destare il sospetto che c’entri la politica. Vorrei dare qui qualche ragione convincente che G ha davvero torto in molti casi. Rivediamo alcuni spezzoni dello spettacolo.

Cominciamo con l’AIDS http://www.youtube.com/watch?v=D_6eHQeF3kM. Trascrivo una sezione parola per parola interponendo man mano tra parentesi il numero del mio commento sottostante. Purtroppo la trascrizione è sorda e muta ai caratteri della voce di G, al suo volume ora assordante ora ridotto a bisbiglio, alle sue inflessioni esprimenti via via disprezzo, irrisione, sarcasmo, indignazione e ogni altro tono tranne la pacatezza.

"Ci sono dei seri sospetti - dice G - che l’AIDS sia una bufala, lo dicono due Nobel, non io: Mullis, Nobel per la chimica, e Duesberg, il più grande microbiologo del mondo (1), dice che l’AIDS non è causato dall’HIV ["Human Immunodeficiency Virus"], il virus dell’HIV nessuno l’ha mai fotografato (2), e quando a Gallo [virologo americano] hanno detto dacci la prova che esiste, lui ha detto che è un virus strano […] si muta, ecco perchè si chiama retrovirus (3) […] Le cause quali sono? Mullis dice che le cause sono, pensate, [incomprensibile] scambi di sangue infetto (4) ci sono stati casi di aziende che vendevano sangue ungherese infetto (5) e hanno infestato tutta l'Europa, debolezza del sistema immunitario come carenza alimentare e droga. Questo lo dice il più grande microbiologo del mondo (6), e, soprattutto, causa l'AIDS la cura: l'AZT (7) che come controindicazione ha la morte del sistema immunitario." Segue la critica a un noto esperto di tumori ma qui ci fermiamo.

(1) Peter Duesberg non ha vinto nessun premio Nobel nè è un microbiologo di professione. E' (stato) professore di biologia molecolare all'Università di Berkeley in California e si è occupato principalmente di tumori. Stranamente, G non cita Luc Montagnier, lui sì premio Nobel, che nel 1982 fu il primo ad associare l'HIV con l'AIDS.
(2) Al tempo in cui G parlava dell'HIV c'erano microfotografie del virus già in ogni manuale di microbiologia per gli studenti di medicina.
 (3) L'HIV è chiamato "retrovirus" non perchè "si muta" ma perchè possiede la trascrittasi inversa, una enzima usato per generare DNA dall'RNA virale mentre secondo la regola generale è il DNA a dare le istruzioni per formare le molecole organiche.
(4) "Mullis le cause sono sangue infetto…" Ma, scusa G, allora si tratta di una infezione! E se è una infezione ci deve essere un agente infettante quale un batterio o, appunto, un virus. Ed è proprio una caratteristica dei virus, come quello dell'epatite B, a trasmettersi con le trasfusioni.
(5) Di nuovo. Ma come si fa a stabilire chi è il più grande microbiologo del mondo?
(6) L'AZT (azidotimidina) è uno dei primi antivirali usati contro l'HIV. Che questi farmaci non funzionino, come dice G, è falso. Converrà parlarne un po' più diffusamente perchè nel farlo salta fuori evidente il rapporto causa-effetto tra HIV e AIDS.

Che i farmaci antivirali siano efficaci è chiaro già per il senso comune: all'inizio i malati di AIDS morivano tutti o quasi dopo alcuni anni, ora che questi rimedi sono disponibili non muoiono più, o meglio, muoiono molto, molto più tardi. Bastano pochi esami di laboratorio per capire come ciò avviene, e ragionevolmente convincersi dell’esistenza di un rapporto causa-effetto HIV-AIDS.

Sappiamo che subito dopo il contagio l’HIV si moltiplica nel sangue dei pazienti distruggendo un numero crescente di particolari cellule bianche chiamate CD4 che innescano il meccanismo con cui il nostro del corpo si difende dalle infezioni. Quando il numero di queste cellule scende sotto un certo limite sopravvengono, una dopo l’altra, infezioni di vario genere che finiscono con l’uccidere il malato. Bene, si è visto che la somministrazione di farmaci antivirali adatti coincide con una progressiva diminuzione dell'HIV nel sangue cui fa specchio un graduale aumento di queste indispensabili cellule sicchè i pazienti tornano a potersi difendere dalle infezioni e non ne muoiono più. 


La figura sottostante, riprodotta con modificazioni da uno studio della dottoressa Linda Morfeldt della clinica Karolinska di Stoccolma, documenta bene tutto ciò. Subito dopo l’infezione, il virus HIV si moltiplica rapidamente nel sangue raggiungendo un picco per poi decrescere e rimanere a un livello costante. Sotto l’azione del virus che le penetra, le cellule CD4 diminuiscono progressivamente. La somministrazione di farmaci antiretrovirali (ART sta per "antiretroviral therapy") coincide con una brusca caduta del livello di virus nel sangue mentre la diminuzione delle CD4 non solo si arresta ma queste cellule aumentano gradualmente fino a tornare a valori normali o quasi. Tutto ciò suggerisce fortemente una correlazione causa-effetto tra la somministrazione di farmaci antivirali e la cura, anche se non definitiva, della malattia.



La riprova, un "experimentum crucis" come l'avrebbe chiamato Newton? La sospensione (vedi ancora la figura) degli antiretrovirali, o l’insorgere di resistenza verso di essi da parte del virus, fa ripartire la moltiplicazione del virus e la diminuzione delle cellule ematiche difensive.

Certo, il rapporto causa-effetto è tra le cose più difficili da dimostrare, anzi, a stretto rigor di logica, impossibile come sosteneva il filosofo Hume. Tuttavia, trarre conclusioni sulla causa di una malattia osservando la risposta di essa a una cura specifica è un criterio (si chiama "ex juvantibus") utilissimo in clinica e raramente fallace. 

Sotto un aspetto G ha comunque ragione: i farmaci ART non sono innocui, anzi hanno notevoli effetti collaterali tanto che in Occidente la maggior parte delle malattie che affliggono i pazienti di AIDS consistono proprio in questi effetti.

In conclusione, dalla descrizione dei primi casi di AIDS dei primi anni ottanta si sono accumulate prove su prove che questa malattia è di origine virale, è causata da un virus ben definito (l'HIV), e che farmaci attivi contro questo virus tengono i pazienti in vita pur a costo di numerosi e importanti effetti collaterali. Queste prove erano già ampiamente disponibili nel 1998-2000 quando G affermava essenzialmente l'opposto nei suoi spettacoli di denuncia sociale. Non occorre essere medici per capire che si tratta di idee oltre che infondate pericolose perchè dispongono chi le accetta a comportamenti dannosi per sè e per altri. Quando poi a condividere queste idee sono politici al potere il danno può essere molto esteso. Questo è stato il caso del Sudafrica ove durante i primi anni del 2000 il ministro della salute del governo Mbeki, la signora Tshabalala-Msimang, scettica sulla origine virale dell'AIDS, ostacolò attivamente l'uso della terapia antiretrovirale consigliando i malati di curarsi invece con medicine naturali come aglio crudo e barbabietole. Secondo studi epidemiologici tale politica ha causato al Sudafrica più di 300,000 morti.

La Lega italiana per la lotta contro l'AIDS ha scritto a G chiedendogli di smentire le sue affermazioni senza ricevere risposta.