lunedì 12 dicembre 2016

POPPER, FALSIFICABILITA' E AGOPUNTURA



POPPER, FALSIFICABILITA' E AGOPUNTURA

Copio il primo paragrafo da un vecchio post.


Un amico dell'astronomo Carl Sagan sosteneva di avere un drago nel garage. Sagan andò a vedere. Il drago non c’era.
“Dov’è il drago?” chiese Sagan. E l’amico: “È qui, ma mi ero scordato di dirti che è invisibile.”
Sagan propose di spargere farina sul pavimento per rilevarne le impronte.
“Buona idea, disse l’amico, ma il drago è sospeso per aria e non lascia tracce.”
“Perché non constatarne l’esistenza con un sensore di calore a infrarossi?” chiese Sagan.
“Buona idea, ma è un drago che non emette calore.”
“Perché allora non servirsi di una vernice a spruzzo per rivelarlo?”
"Buona idea, ma il drago è incorporeo e la vernice non gli si attacca.”
E così via. Ma allora, pensa Sagan, che differenza c’è tra un drago invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco senza calore ecc. e nessun drago?

Col togliere al drago ogni proprietà accertabile con i sensi, l'amico di Sagan ha reso la sua testimonianza impossibile a verificare o, usando la terminologia del filosofo della scienza Karl Poppe, ”infalsificabile": una pecca imperdonabile come vedremo tra poco. Popper è uno dei pochi filosofi che gli scienziati hanno trovato utile leggere quali il naturalista Richard Dawkins, lo statistico Nassim Taleb, l'immunologo premio Nobel Peter Medawar. E infatti Popper sembra scrivere non tanto per i filosofi di professione quanto per chi fa ricerca o, più generalmente, per persone alle prese col mondo reale. Una caratteristica che lo rende amabile è la chiarezza dello suo stile, inoltre il suo tedesco è così piano che anche chi ha una modesta conoscenza di questa lingua può leggerne i libri in originale. Con il suo approccio, Popper ha il merito di aver disincagliato la logica della conoscenza scientifica dalle secche in cui era finita due secoli prima ad opera del filosofo empirico David Hume. Ecco come in estrema sintesi.

Hume aveva notato che acquisire conoscenze nel campo delle scienze naturali con il metodo tradizionale di accumulare osservazioni concordanti e derivare da esse regole e leggi generali (induzione) è un processo logicamente viziato perché presuppone la regolarità della natura, anch'essa una induzione sulla quale ovviamente non può essere basata una seconda. Esempio comune: affermare che il sole continuerà a sorgere al mattino perché così ha fatto innumerevoli volte in passato. Naturalmente ciò avverrà, ma solo in base alla logica non possiamo affermarlo perché si dovrebbe anche indurre che nel modo fisico le cose continueranno a procedere come in passato. Va detto che il metodo scientifico ha continuato a funzionare benissimo anche dopo la pecca rivelata da Hume: il filosofo morì nel 1776 e da allora la nostra esistenza è cambiata indescrivibilmente in meglio grazie a un metodo (quello scientifico) per struttura difettoso.

La novità di Popper non è l'aver trovato il modo di giustificare il metodo induttivo cui, al pari di Hume, si dichiara contrario. Sta invece nell’aver intuito che la "verità" ricavata dalla ricerca scientifica è sempre una verità "minore" in quanto per definizione provvisoria. Alla verità assoluta ci possiamo avvicinare sempre più per tentativi ed errori ma mai pervenire interamente. Citata spesso come esempio di ciò è la teoria della gravitazione universale di Newton per più di due secoli ritenuta onnicomprensiva ma che poi si è rivelata una caso particolare della relatività generale di Einstein. Per Popper dunque esisterebbero solo due tipi di teorie/ipotesi scientifiche:

1. Quelle che sono state esaminate, trovate false e scartate.

2. Quelle che finora hanno superato ogni tentativo di mostrarle false, ma che potrebbero essere “falsificate” in futuro.

In questa concezione la falsificabilità fa da linea di demarcazione tra scienza sperimentale e non scienza tanto da essere entrata nelle comuni definizioni di scienza intesa come "impegno all'impiego della razionalità, osservazione empirica, testabilità e falsificabilità" (J Coyne: Faith versus Facts, Penguin 2015 p 198). Senza questo attributo una teoria non può definirsi scientifica come, ad esempio, pretende di essere la psicanalisi. Da giovane Popper considerò questa disciplina (viveva allora nella Vienna di Freud) e ne notò la straordinaria capacità di autolegittimarsi: ogni nuovo caso clinico non faceva che convalidarla. Era questa una caratteristica che la accomunava al marxismo i cui adepti non potevano aprire un giornale senza trovarvi conferme alla loro interpretazione della storia. Le due teorie non erano però falsificabili: la psicanalisi non indicava alcun comportamento umano capace di contraddire i suoi dettami mentre il marxismo, il quale si vantava di essere scienza perché capace di fare previsioni storiche, razionalizzava sistematicamente le profezie che sbagliava(1).

Col tempo Popper si accorse che le continue conferme anziché una forza erano una debolezza: quello che veramente contava erano le convalide di previsioni ove la teoria mette a rischio se stessa. Un errore comune dei ricercatori è quello di adoperarsi a provare la propria teoria: un procedimento che porta facilmente a autoingannarsi; invece chi fa ricerca dovrebbe provare a smentire in tutti i modi la teoria che propone e, se non ci riesce, dare ad essa il titolo di verità pur provvisoria. Tra l’altro i ricercatori seri sono favorevoli alle critiche anche le più severe perché vedono nel loro superamento il mezzo di convalida più attendibile.

L’infalsificabilità è una caratteristica di quasi tutte le medicine  non convenzionali specie quelle che si definiscono tradizionali o "basate sulla antica saggezza”, prima fra tutte l’agopuntura ove di falsificabile  non c'è niente salvo forse la riluttanza dei suoi adepti a renderla tale. Infatti, al pari degli attributi dell'inesistente drago di Sagan, che differenza c’è tra il fluido vitale Qi  dell’agopuntura con relativi Yin e Yang, i meridiani corporei in cui il fluido dovrebbe scorrere, i punti strategici in cui infiggere gli aghi e nessun Qi, nessun Yin, Yang, nessun punto cutaneo da preferire? Cose che non possono essere verificate, affermazioni immuni da confutazioni, sono veridicamente prive di valore ed è invero straordinario che siano tanti a credere in un intervento terapeutico i cui fondamenti non sono in alcun modo accertabili né misurabili. L’esistenza di questi fluidi vitali, assieme a quella dei meridiani corporei e degli agopunti, è confinata in testi di medicina orientale scritti in epoca prescientifica e si sa bene in che stato si trovava allora la salute pubblica. 

Ma l’agopuntura funziona (in special modo allevia il dolore): lo affermano non pochi medici e la pratica è raccomandata da organismi internazionali quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, a quanto si legge, ne riconosce l’utilità in non meno di 62 condizioni cliniche. Ci si può allora chiedere se non sia opportuno avere un approccio limitato alla efficacia di questo intervento a prescindere dai suoi dubbi fondamenti. Dopotutto per anni e anni ci siamo serviti di medicamenti senza sapere il loro modo di funzionare, esempio classico l'aspirina il cui il meccanismo d'azione divenne noto settanta anni dopo l'entrata in uso di questo farmaco.

Il fatto è che se gli ipotetici fondamenti dell'agopuntura sono inaccertabili con metodi scientifici non lo è la sua vantata azione clinica: per questo scopo ci sono i test clinici randomizzati e controllati (RTC). Si tratta un mezzo di verifica estremamente affidabile perché elimina dalla stima dell'azione terapeutica ogni interferenza capace di indurre a errore, specie quella dell'effetto placebo cioè l'attenuazione dei sintomi dovuta all'aspettativa di miglioramento che ogni paziente nutre all'inizio di una cura. Ebbene, stando a un grandissimo numero di lavori clinici l'agopuntura non ha prodotto nei pazienti effetti benefici oltre quelli del placebo. Risale al marzo di questo anno il giudizio negativo del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) britannico sull'impiego dell'agopuntura nel dolore della zona lombare, forse la più frequente indicazione di questo intervento. Particolarmente grave è anche il dato che tanto maggiore è la qualità degli studi clinici sull'agopuntura tanto minore risulta l'effetto curativo al netto del placebo. Infatti se l'agopuntura avesse davvero una azione specifica questa diverrebbe sempre più evidente quanto migliore il metodo di esame. 

Una squalifica bella e buona che ha causato un disagio crescente nei cultori di questo intervento alcuni dei quali si sono serviti di ripieghi per sfuggire alle verifiche dei RCT. Popper ha notato che chi non vuole abbandonare una teoria invalidata da controprove cerca di salvarla in vari modi come reinterpretando ad hoc la teoria stessa oppure aggiungendo ipotesi ausiliari. Una operazione del genere ha però il prezzo di abbassare livello scientifico della teoria in questione. Nel caso dell'agopuntura si è ricorso a metodi di verifica meno stringenti di quelli prescritti dai RCT ad esempio trascurando il requisito del doppio cieco (2) e dando valore di prova ad aneddoti e all'esperienza clinica personale.

Va detto che tra le medicine discutibili l'agopuntura, con la sua aura esoterica e le sue cerimonie, è efficacissima nel generare un effetto placebo ed è naturale che i pazienti si credano realmente migliorati dopo un ciclo di cure. Resta il fatto che questo intervento, oltre a essere irrazionale, è privo di qualsiasi efficacia specifica e si traduce in un inganno, pur commesso con le migliori intenzioni, dei pazienti. Probabilmente sono presenti anche interessi al di fuori della scienza nel tenere in vita questa pratica. Ipotesi: in tempi di contenzioso sanitario alcuni medici possono trovare confortevole praticare un intervento definito complementare e di fatto sprovvisto di effetti collaterali. 


1. Qualcosa di simile può dirsi per l’astrologia basata sulla osservazione delle stelle unita ai dati biografici di singole persone le cui previsioni sono espresse così vagamente da non essere esposte ad alcun rischio di smentita.
2. Con questa tecnica né le persone oggetto dell'esperimento (volontari sani, pazienti) né gli sperimentatori sanno chi riceve un particolare trattamento. In questo modo si elimina l'interferenza dell'effetto placebo e si preserva lo sperimentatore da ogni tipo di bias. 

domenica 19 giugno 2016

RELATIVISMO E MEDICINA



RELATIVISMO E MEDICINA 

L'autore di "Pel di carota", il francese Jules Renard (1864-1910), acerrimo nemico dei luoghi comuni, scriveva nel suo "Journal" che in società gli sarebbe piaciuto trovare un convitato, magari un professore di filosofia, che, all'opposto di quanto si sente dire continuamente, affermasse in tono perentorio: "Tutto è assoluto, niente è relativo!" Il relativismo scientifico non si discosta in essenza dal luogo comune che "tutto è relativo" anche se vi aggiunge un "pure in scienza".

Si tratta di una visione radicale che trae principalmente supporto dal pensiero dell'epistemologo Thomas Kuhn (1922–1996) per cui nelle rivoluzioni scientifiche non cambiano solo le teorie ma anche gli standard con i quali le stesse teorie sono valutate. Questo fa sì che ogni rivoluzione scientifica comporta anche un cambiamento dei metodi di misurazione di modo che la teoria vecchia e quella nuova non solo sono differenti ma anche impossibili a essere comparate tra loro. In altre parole il controllo critico di ogni teoria scientifica ha senso solo all'interno del suo proprio sistema di riferimento. Secondo Kuhn la storia della scienza non rispecchia un continuo progredire delle conoscenze ma una successione di bruschi passaggi da un paradigma a un altro, ogni nuovo paradigma essendo affatto estraneo al precedente. Si avrebbe così un processo ciclico con periodi di scienza "normale" caratterizzati da un consenso di opinioni al termine di ciascuno dei quali esperimenti con risultati discordati porterebbero a un nuovo modo di interpretare la realtà e l'instaurarsi di un nuovo paradigma. La sorprendente conseguenza di questa visione del mondo fisico è che ogni teoria può essere giudicata vera o falsa solo nel contesto del suo paradigma.

Kuhn era un filosofo serio, provvisto di una logica stringente e che tra l'altro di scienza se ne intendeva (aveva un Ph D in fisica a Harvard, che non è poco); il suo libro "La struttura delle rivoluzioni scientifiche" pubblicato nel 1962 è oggi un classico della filosofia e i critici trovano più agevole contestarne le tesi non tanto per quello che sono quanto per le contraddizioni con i fatti che esse cercano di spiegare.

Contraddizioni che appaiono evidenti a un esame non sofisticato della realtà. Una è che la storia della scienza contiene esempi che non si accordano con le tesi di Kuhn. Prendiamo il famoso passaggio dal modello geocentrico di Tolomeo a quello eliocentrico di Copernico/Galileo. Si tratta di sistemi opposti nelle conclusioni ma che condividono appieno i metodi di misurazione. Non siamo di fronte a paradigmi non comunicanti ma semplicemente a due modi di vedere le cose uno dei quali è più vicino al vero dell’altro. Il relativismo inoltre nega l'ovvia esistenza di una verità obiettiva alla quale approssimarsi sempre più come testimonia il continuo succedersi di errori e rettifiche nella storia della scienza. Come osserva l’epistemologo Karl Popper, i più grandi fisici della storia quali Galileo, Keplero, Newton, Einstein, Rutherford, Bohr, Heisenberg commisero continuamente errori, quasi tutti lo ammisero e si corressero imparando da essi (*). 

Grazie a questo ininterrotto lavorio la scienza ha fornito spiegazioni sempre più soddisfacenti della realtà. La teoria della gravitazione universale di Newton era una approssimazione alla verità enormemente migliore delle precedenti a causa del gran numero di conseguenze concrete e interessanti che essa conteneva; pur tuttavia era incompleta perché se chiariva le regole con cui si muovono i corpi celesti era incapace di spiegare come funzionava quello che pareva una attrazione a distanza tra essi. Newton si era reso conto di questo fenomeno incomprensibile con la fisica dell'epoca, lo trovava poco verosimile ma ci prestava fede perché si accordava bene con i suoi calcoli – Galileo no, chiamava l'ipotesi di una attrazione a distanza "fanciullaggine" e questo lo portò a fare uno dei pochi errori della sua carriera attribuendo la causa delle maree al movimento della terra. Sicché quando la meccanica di Newton venne sostituita (ci vollero più di due secoli) dalla teoria della relatività generale che spiega l'apparente attrazione a distanza con la deformazione dello spazio–tempo ci fu un ulteriore, grande progresso. Di nuovo, non c'è nessuna soluzione di continuità tra i due "paradigmi" che ne impedisca il raffronto; la sola differenza è che il paradigma successivo fornisce spiegazioni più esaurienti del precedente. Forse quello che talvolta appare un brusco alternarsi di teorie scientifiche diverse è meglio spiegato dal fisico Planck secondo cui una teoria scientifica non trionfa su un'altra convincendone gli oppositori ma perché questi muoiono e vengono sostituiti dagli adepti della nuova. 

Forse la decisiva ragione per rifiutare il relativismo scientifico è l'incongruenza di considerare ogni idea ugualmente vera all'interno della cornice intellettuale entro cui viene concepita. Ciò è un controsenso che stride con l'indiscutibile realtà del progresso. La scienza non è una religione litigiosa in cui si succedono riforme e controriforme sprovviste in pari misura di qualsiasi valore e senza alcun ritorno pratico per l'umanità: grazie ad essa un uomo di media cultura di oggi conosce la realtà (e si sa regolare secondo essa) meglio di quanto facesse la somma dei saggi viventi tre secoli prima. Un progresso che forse in nessun campo è stato così strepitoso quanto in quello della medicina. Come dice il matematico Norman Levitt:

"Tre secoli fa, medicina "rispettabile" e ciarlataneria si distinguevano appena, un fatto ben testimoniato dalle comiche figure dei medici che popolavano opere e commedie. Ma quello che da allora è avvenuto grazie alla alleanza della medicina con la pratica scientifica e la visione scientifica del mondo è una entità mutante di stupefacente forza e potere che ha tanto distanziato ogni antecedente storico da far sì che chiamare tutto ciò "medicina" è probabilmente un abuso di linguaggio." 

Il relativismo scientifico si è rivelato un nemico della medicina per la zattera di legittimità che pur involontariamente offre a chi propone modi di cura irrazionali. Il fatto che rispettabili filosofi sottoscrivano la tesi per cui in scienza possono esistere paradigmi contrastanti quantunque "veri" ognuno a suo modo è stata una occasione troppo forte perché non ne approfittassero volenterosi di vario genere che vivono ai margini della medicina scientifica. Il filosofo Paul Feyerabend (1922-1992), anche lui assertore dell'incommensurabilità delle teorie scientifiche, pensava addirittura che l'attuale posizione privilegiata della scienza nei piani di studio debba essere abbandonata permettendo l'insegnamento nelle università di qualsiasi visione della realtà come creazionismo, Vodù, astrologia, agopuntura ecc.

Le ordinarie prove cliniche mostrano che l'omeopatia non ha alcuna efficacia specifica? Si dice allora gli stringenti trial clinici oggi in uso non si adattano a questo intervento; per essa si richiedono modi di accertamento confacenti al "paradigma omeopatico" il quali, guarda caso, danno quasi sempre risultati favorevoli essendo inquinati dall'effetto placebo. E l'agopuntura? I suoi fondamenti (fluidi vitali il cui squilibrio causerebbe le malattie ecc dcc) sono detti inesistenti? I difensori dicono che per essa non si possono usare i criteri di valutazione della medicina occidentale. Il fluido vitale Chi e i suoi componenti Yin e Yang, affermano, vanno visti nel contesto di una pratica medica millenaria e considerati secondo i metodi di valutazione propri di essa. Parimenti si richiedono modi di valutazioni speciali adatti al paradigmi della medicina tradizionale cinese riflessologia inclusa, dell'Ayurveda indiana ecc.

In questo contesto vengono spesso introdotti elementi emozionali estranei a un giudizio obiettivo come l'accusa di "eurocentrismo" rivolta alla medicina scientifica e di ristrettezza intellettuale ai suoi adepti. E' quasi naturale che gli sbalorditivi successi della medicina occidentale abbiano destato l'invidia di chi pratica terapie prescientifiche con la conseguente tentazione di ricorrere al conflitto di culture per imbrogliare le carte. Espediente efficace perché essere imputati di discriminazioni su basi geografiche non è bello e mette l'accusato automaticamente sulla difensiva. Si accusa così i medici di vanagloria e presunzione quando rifiutano il buono che le medicine tradizionali offrirebbero. E' la retorica  del "best of two worlds" ignara del fatto che uno dei due mondi non ha nulla di valido da proporre all'altro. Come dice il già citato Levitt, "le conquiste della scienza medica hanno messo gli esperti nella condizione di esaminare, valutare e, abbastanza spesso, condannare le pratiche mediche di altre culture e di altre età. […] Negare ciò significa aprire la porta ad ogni sorta di sofferenze evitabili in questa società e in altre."

In conclusione il relativismo culturale potrà anche funzionare in alcune aree quali la morale e la legale ma non è lecito invocarlo, come viene fatto in medicina, a sostegno di teorie scientifiche decotte. Quanto giustificazioni del genere siano vane lo dice il naturalista Richard Dawkins con questa fulminante considerazione:

"Mostratemi un relativista culturale a 30,000 piedi di distanza e io vi mostrerò un ipocrita… Se state volando a un congresso internazionale di antropologi o critici letterari, il motivo per cui probabilmente arriverete a destinazione – il motivo per cui non precipiterete in un campo arato – è che un gruppo di ingegneri istruiti secondo la scienza occidentale ha fatto le somme come si deve." 




* A questo proposito Popper fa l'esempio del moscone che vuole uscire all’aperto e ottusamente continua a sbattere sul vetro della stessa finestra senza imparare niente dalla esperienza a differenza di Einstein che addirittura cerca gli errori per verificare le sue teorie. 




giovedì 19 maggio 2016

ONCOLOGIA "INTEGRATA": EFFICACIA SPECIFICA CERCASI



ONCOLOGIA "INTEGRATA": EFFICACIA SPECIFICA CERCASI

"Offering treatments that are little more than snake oil to cancer patients is ethically indefensible. Believers in acupuncture, naturopathy, Reiki, and homeopathy will argue that they are not unethical, because the treatments work. This argument, though, flies in the face of overwhelming evidence to the contrary. Those who argue that these therapies really work only demonstrate that they are unqualified to offer medical care." (Steven Salzberg, Blomberg Distinguished  Professor Johns Hopkins University.)


Scrivo a proposito di un editoriale apparso sul penultimo (novembre 2015) numero del "Notiziario regionale [toscano] delle medicine complementari" dal titolo: "Un altro importante passo verso l'integrazione", autore il direttore dell'Istituto Toscano Tumori (ITT),  professor Gianni Amunni (GA).

Una paginetta ove GA sostiene che "per affrontare in maniera corretta il tema delle medicine complementari in oncologia sia opportuno fare riferimento a quei principi di equità, prossimità, appropriatezza, qualità e sostenibilità che caratterizzano i valori del nostro servizio sanitario." Più ampiamente, il ricorso alle medicine complementari in oncologia deve essere, secondo GA, garantito a tutti (equità), essere ugualmente accessibile ovunque  (prossimità), giustificato dai criteri basali di efficacia, di qualità e di adeguato rapporto costi–benefici (appropriatezza) e, infine, sulla base, anche se non condizionante di questi valori, della sostenibilità economica. Conforme a ciò una delibera della Regione Toscana (G.R. 418/2015) che incarica l'ITT di far sì che l'integrazione oncologia–medicine complementari si compia secondo i sopraddetti principi.

Alla fine dell'articolo l'autore accenna all'obiettivo di evitare il dissidio tra "culture mediche diverse" il che richiederebbe una spiegazione. Penso che GA alluda al perdurante scetticismo di molti medici sul fatto che l'oncologia integrata sia utile ai pazienti. Ma il dissidio è inevitabile perché l'oncologia integrata manca palesemente di un requisito essenziale in ogni cura e che si chiama "efficacia" – sì, quella paroletta menzionata da GA, quasi en passant, a proposito della appropriatezza.

Ora, da che mondo è mondo, qualsiasi medico accorto non prescrive (né alcun paziente informato si sottopone a) una cura solo perché essa è "equa", "prossima", "appropriata" e "sostenibile" ma perché presume che faccia bene, funzioni di per sé e non come placebo, abbia insomma una "efficacia specifica". E desta meraviglia il fatto che l'oncologia integrata venga promossa senza che questo requisito essenziale sia ancora accertato per nessuno degli interventi usati da questa subspecialità.

Quali sono le medicine/cure con cui si vuole "integrare" il trattamento dei malati di tumore? Lo si può facilmente arguire dal contenuto del numero della rivista e delle cinque precedenti (nr 32–28, dal 2015 al 2013): sono omeopatia, agopuntura auriculopuntura compresa, altre pratiche della medicina tradizionale cinese come moxibustione, coppettazione, l'intrigante "martelletto fior di prugna" e altro. L'oncologia integrata si avvale anche di dietetica, massaggio, ginnastica, sostegno psicologico e qui la cose si fanno indecise perché questi interventi appartengono a trattamenti ancillari da tempo in uso in oncologia e non hanno bisogno di riclassificazioni. L'armamentario terapeutico dell'oncologia integrata include anche la fitoterapia e qui cade l'accusa dell'inefficacia dato che le piante contengono principi medicamentosi talvolta efficacissimi. Le obiezioni rivolte alla fitoterapia sono di altra natura quali la standardizzazione aleatoria e la presupposizione fondante non dimostrata di un sinergismo tra principio attivo e altri costituenti della pianta.
  
Coloro che propongono, autorizzano e, in special modo, applicano gli interventi di oncologia integrata non sembrano far tesoro di tutta la letteratura scientifica in proposito. L'impressione chiara è che essi si attengano solo a una parte di essa dando la preferenza a quella che riporta risultati favorevoli ed ignorando gli interventi critici. I quali ultimi sono numerosi e affidabili perché sempre basati su studi clinici randomizzati e controllati. Per esempio, ultimamente (2014) su Nature Review Cancer è uscita una accuratissima rassegna dal titolo: "Integrative oncology: really the best of both worlds?" la cui conclusione è decisamente negativa: l'oncologia scientifica non ha alcun bisogno di essere "integrata" con medicine complementari.

Le critiche rivolte a questa specialità medica di nuovo conio sono le stesse di quelle dirette ai singoli trattamenti complementari. Il primo esempio che viene a mente è quello dell'omeopatia inserita dalla Regione Toscana nei "Livelli essenziali di assistenza" ("essenziali", avete letto bene) senza considerare che questo intervento è ampiamente screditato. Nell'ottobre dello scorso anno è uscito "Acqua fresca?" un esauriente saggio di Garattini e collaboratori (Hoepli) la cui conclusione era l'eliminazione del punto interrogativo dal titolo. Garattini non è tenero: alla fine del libro arriva a scrivere che "i farmacisti dovrebbero vergognarsi a tenere negli scaffali [e i medici a prescrivere?] prodotti cui si potrebbero scambiare a caso le etichette senza alcuna conseguenza: nessuno se ne potrebbe accorgere perché tutti i flaconi dei prodotti omeopatici sono indistinguibili dato che non contengono principi atti misurabili." E' una critica devastante che fa seguito ad altre altrettanto decise quale l'analisi dell'australiano National Health and Medical Research Council pubblicata lo stesso anno e che incomprensibilmente vengono ignorate numero del Notiziario.

Per l'agopuntura, ampiamente usata nell'oncologia integrata, le critiche sono di pari severità: in pratica non c'è alcun studio clinico rigoroso che ne differenzi l'azione, quando presente, dall'effetto placebo – né potrebbe essere altrimenti dato che il "razionale" di questa pratica si basa su miti prescientifici. Appunti dello stesso carattere si possono fare a altre pratiche della Medicina Tradizionale Cinese quali la coppettazione, un intervento abbandonato in Occidente quasi cento anni fa – non molto dopo la tecnica del salasso. Lo scopo dichiarato di questa riesumazione clinica è "far circolare l'energia". Una pratica curiosa è il "martelletto fior di prugna" in uso al Policlinico di Careggi. Si tratta di un mazzuolo fornito di sette aghi (perché sette? deve esserci qualche connessione con la durata in giorni delle fasi lunari) applicato su aree cutanee sotto le quali si sospetta una stasi circolatoria allo scopo di "rimuovere i ristagni e riequilibrare il normale flusso energetico". Di quale energia si tratti è difficile sapere dato che essa non rientra in nessuna delle quattro forze fondamentali della fisica*. Si tratta probabilmente dell'immaginaria "forza vitale", un vecchiume metafisico rigorosamente "no metric" cui il progresso scientifico ha tolto ogni ragion d'essere ed è singolare che venga utilizzata per giustificare una cura praticata in un ospedale moderno.

A difesa delle terapie complementari usate dall'oncologia integrata si sente spesso dire che si tratta di interventi praticamente privi di effetti collaterali spiacevoli: quindi, se essi sono, come pare, graditi alla maggior parte dei pazienti, perché avversarli? Per alcune ragioni validissime, primo fra tutte il fatto che impiegandoli si cade nella fatale contraddizione delle medicine complementari: o si dice ai pazienti la verità (cioè che queste cure funzionano grazie a un effetto placebo) e allora si annulla in loro l'aspettativa di miglioramento alla base dell'effetto placebo stesso o si sostiene che questi interventi sono efficaci di per sé e allora non si dice la verità. Perché non si può promettere a malati tra l'altro particolarmente vulnerabili come quelli cui si rivolge l'oncologia integrata ad esempio che trarranno giovamento dall'applicazione di semi di vaccaria su determinati punti del loro orecchio perché ciò "porta alla correzione dei disturbi funzionali ed organici degli organi corrispondenti ai punti trattati" come sostiene un opuscolo del dipartimento oncologico di un ospedale universitario. Un danno addizionale è la diseducazione scientifica del pubblico per quel che riguarda la salute. Se istituzioni che dovrebbero essere affidabili come governi regionali e facoltà mediche** danno implicitamente legittimità scientifica a corrispondenze mitologiche quali quelle tra zone dell'orecchio e organi interni, a entità metafisiche come energie vitali (Yin e Yang ad esempio), a chimiche inesistenti (memoria dell'acqua) non ci si può lamentare se poi la gente smette di vaccinare i figli perché crede che le vaccinazioni producono l'autismo o si affida a pseudocure (ultima la terapia Vanoni con cellule staminale ottenute in un laboratorio rudimentale). Pericolo ugualmente grande è il messaggio implicito che "anything goes" trasmesso ai giovani medici sotto il manto alla moda del relativismo culturale. Il punto è che in medicina "anything does not go at all" ed è compito del medico coscienzioso e competente di impiegare soltanto ciò che è veramente utile ai malati.

Un'ultima osservazione riguarda l'uso della statistica. Chi compila/contribuisce al Notiziario sembra non rendersi conto che una significatività statistica (quella comunemente in uso calcolata secondo la statistica frequentistica) spesso occasionalmente ottenuta non può essere usata a sostegno di una ipotesi tanto più se l'ipotesi è improbabile. E le ipotesi cliniche delle medicine complementari sono anche improbabili. Come diceva il matematico Henri Poincaré, il calcolo delle probabilità non è una scienza meravigliosa che dispensa il ricercatore dall'avere buon senso.

*Nucleare forte, nucleare debole, elettromagnetica, gravitazionale.
**Alcune università italiane organizzano da tempo corsi "master" in medicine non convenzionali.