mercoledì 20 maggio 2015

VERITA', VIOLENZA E MEDICINA



VERITA' , VIOLENZA E MEDICINA

Nella sua autobiografia scientifica ("Storia di geni e di me", Boringhieri 1984) il biologo Salvatore Luria, premio Nobel per la medicina nel 1969 parla a pagina 133 dell'onestà "obbligata" di chi fa ricerca per cui in scienza dire bugie o è inutile o è dannoso. Infatti, mentre alterare risultati poco importanti passa inosservato e non porta alcun vantaggio, contraffare risultati di grande interesse fa sì che altri ripetano la ricerca e scoprano la frode.

Questa semplice considerazione non era palesemente in testa al medico britannico Andrew Wakefield (AW) quando nel 1998 pubblicò sul Lancet un articolo che falsamente asseriva una connessione causale tra vaccino MMR (measles–mumps–rubella cioè morbillo–parotite–rosolia) e l'insorgenza di autismo o, più propriamente, di ASD (autism spectrum disorders) nei piccoli vaccinati. Una connessione, se esistente, di enorme importanza clinica la quale, naturalmente, portò a numerose verifiche indipendenti che però risultarono negative. Si scoprì nel frattempo che Wakefield aveva interessi personali nel sostenere la tesi del suo articolo. Proprio in queste settimane è uscito sul Journal of American Medical Association (JAMA) un enorme studio  che, se pur ne esistesse ancora il bisogno, confuta definitivamente la supposta connessione vaccino-autismo. Il lavoro è specialmente importante anche perché vanifica il sospetto addizionale per cui la vaccinazione favorirebbe l'insorgenza dell'autismo nei soggetti geneticamente predisposti.

Lo studio è retrospettivo ed ha esaminato 95727 bambini vaccinati e no calcolando il rischio relativo* (RR) corso dalle due categorie di sviluppare ASD.  Il lavoro è visibile in rete nella sua interezza nonostante sia comparso sullo JAMA, una rivista che di regola rende accessibile a non abbonati solo il riassunto delle pubblicazioni. I risultati sono riassunti nella tavola 2 dello studio che riporta il RR di contrarre ASD corso da vaccinati e no alle varie età.

Guardiamo insieme la tavola e consideriamo il gruppo dei bambini di 5 anni (l'ultimo in basso). Dei 7735 non vaccinati 56 (0.72%) si erano ammalati di ASD contro 45568 vaccinati con due dosi di vaccino MRM dei quali 244 (0.53%) si sono ammalati di ASD. Superfluo calcolare la significatività statistica come per eccesso di diligenza hanno fatto gli autori (P=0.55): nessuna significatività. Nel gruppo corrispondente avente però fratelli/sorelle maggiori già malati di ASD, 23 dei 269 non vaccinati (8.6%) ha sviluppato ASD mentre dei 796 vaccinati con 2 dosi del vaccino 56 (7%) si sono ammalati. Di nuovo nessuna differenza. I gruppi non erano omogenei per alcuni fattori quali sesso, anno di nascita, condizioni familiari e altro ma i risultati non cambiavano anche tenendo conto di queste variabili. 

Dato che le cifre corrispondenti degli altri gruppi secondo età (2,3,4 anni) e dosi (1,2) di vaccino sono concordanti si possono trarre due conclusioni principali. La prima è che il vaccino MRM non aumenta il rischio di sviluppare ASD: se ci fosse stato questo pericolo, un materiale così ampio l'avrebbe rivelato. La seconda conclusione è che il paventato effetto è assente anche nel gruppo geneticamente ad alto rischio, cioè quello dei bambini con fratelli/sorelle maggiori già malati. Sappiamo infatti che l'autismo ha una notevole componente genetica e se un bambino ha sviluppato questa malattia, il fratello/sorella minore, avente con il primo molti geni in comune, ha più probabilità di essere colpito dalla malattia stessa. 

A questo punto ci si può chiedere se, visto l'accumularsi di risultati negativi, siano opportune ulteriori ricerche per negare un pericolo che palesemente non c'è. Se lo domanda  tra gli altri il neurologo americano Steven Novella per cui (traduco) "siamo al di là del punto ove, da un punto di vista scientifico, impiegare ulteriori risorse per farci e rispondere alla stessa domanda è al meglio dubbio. Invero ciò può essere considerato uno spreco delle limitate risorse per la ricerca." Lo sciupìo di risorse è una conseguenza deprecabile e in genere sottovalutata dei risultati falsi o falsificati. A parte l'inconveniente, invero secondario, rilevato dal Manzoni ("uno dei tormenti degli uomini d'ingegno è che quando una verità è stata detta [in questo caso la mancanza di connessione tra vaccini e autismo], essi prevedono che finirà a prevalere, e intanto devono assistere alla lunga noiosa insopportabile guerra che le si fa…").

Una caratteristica della verità è la sua persistenza: quello che lo scrittore russo Michail Bulgakov chiamava la "testimonianza testarda dei fatti" o "l'inalterabile verità dei fatti" del neurobiologo spagnolo Ramon y Cajal. La verità può essere soppressa con la violenza ma temporaneamente pur se talvolta per periodi lunghi. La ridicola negazione dei cromosomi sostenuta da Lysenko  poté reggersi per decenni nei paesi comunisti dell'Est europeo perché imposta dalla violenza che uno stato totalitario poteva esercitare. Invece, la violenza alla verità da parte del dottor Wakefield è durata relativamente poco in un mondo libero e scientificamente evoluto. 

Stranamente, almeno nel nostro paese, nella controversia vaccini-autismo si sono verificati episodi di autorità/imposizione che a tratti hanno tacitato la verità di cui stiamo parlando. Mi riferisco a sentenze dei nostri tribunali che vedendo erroneamente un nesso causale vaccini–autismo hanno imposto risarcimenti ingiustificati. Un esempio è la sentenza emessa nel 2012 dal Tribunale di Rimini che ha condannato il Ministero della Salute e gli ha imposto di risarcire la famiglia di un bambino riconoscendo un nesso di causalità tra la vaccinazione trivalente MMR cui il bambino venne sottoposto nel 2004 e l'autismo successivamente insorto nel piccolo.  Ingiustizia che poteva essere evitata con un po' di diligenza. Bastava infatti che il consulente scientifico nominato dal tribunale si fosse innanzitutto documentato sulla persona che aveva suonato il campanello d'allarme vedendo se si trattava di un ricercatore affidabile, se aveva pubblicato altri studi riconosciuti validi dalla comunità scientifica internazionale ecc. Andando in rete avrebbe facilmente appreso che AW, dopo il suo articolo sul Lancet aveva perso la licenza di praticare la medicina nel Regno Unito per pubblicazione fraudolenta e per corruzione. Abbastanza per poi leggere attentamente la letteratura medica sull'argomento e aver conferma del sospetto di falso dai lavori che smentivano i risultati di AW, in particolare un articolo del 2011 apparso sull'autorevole British Medical Journal che indicava gli studi succedutisi sulla l'infondatezza della connessione MMR–autismo. Con questi dati a disposizione di tutti è difficile capire su quali basi l'esperto abbia mosso il giudice di Rimini a prendere la decisione che questi ha preso; al massimo l'esperto avrà potuto dire: "tutto è possibile", una giustificazione multiuso con cui nelle vaudeville della Belle Epoque i giovanotti sorpresi dal marito spiegavano illogicamente la propria presenza nel boudoir della signora. Va detto che ci sono anche sentenze a riguardo che vanno nel senso giusto come quella che corte d'appello di Bologna che ha ribaltato la sentenza di Rimini (vedi poi). 

Difficoltà di questo tipo possono capitare quando in una procedura che porta a una decisione da imporre pubblicamente vengono chiamate a collaborare una disciplina (il diritto) e una scienza (la medicina), cioè entità appartenenti a categorie diverse. Difficoltà cui sono conseguiti errori e contraddizioni simili a quelli già commessi 15 anni fa con la cura Di Bella  da cui sembra che noi italiani non abbiamo imparato.

La situazione appena descritta illustra abbastanza bene le parti sostenute dalla verità da una lato, e dalla forza che si deforma per diventare violenza. Del frequente dissidio tra verità e violenza parla lo scienziato moralista francese Blaise Pascal nella dodicesima lettera delle "Provinciali". Quando una forza combatte una forza, dice Pascal, la più potente distrugge la minore; quando argomenti si oppongono ad argomenti, i più concreti e veritieri confondono e prevalgono su quelli viziati da vanità e menzogna. Tuttavia, violenza e verità nulla possono l'una sull'altra: la violenza ha sulla verità il solo effetto di farla risaltare maggiormente, la verità non fa altro che inasprire la violenza. Le due cose però, continua Pascal, sono essenzialmente diverse perché la violenza "ha un corso limitato dall'ordine di Dio il quale ne conduce gli effetti alla gloria della verità che essa assale; mentre la verità sussiste eternamente e trionfa dei suoi nemici perché è eterna e potente quanto Dio stesso". Nel nostro caso la parte della violenza è stata svolta dal diritto che, trascurando di informarsi correttamente, si è allontanato dalla verità tradendo la sua natura e imponendo a torto il suo volere. L'ufficio della verità l'hanno svolto i ricercatori onesti che senza preconcetti si sono adoperati ad accertare qual era la realtà dei fatti.

Va detto che l'esito fatale del confronto tra verità e violenza può essere anticipato senza ricorrere, come faceva il devoto Pascal, a prestabiliti ordini divini. Ce lo chiarisce tra gli altri Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti e convinto illuminista. Secondo Jefferson "la verità è grande e prevale per propria natura; essa è la specifica e sufficiente antagonista dell'errore e non ha niente da temere nei conflitti con esso a meno che una interposizione umana le tolga le sue armi naturali cioè il libero discutere e argomentare." 

Di minor portata e durata della controversia sui vaccini si sta concludendo in Italia l'analoga disputa sul "metodo Stamina", una terapia improvvisata con cellule staminali per malattie degenerative nervose in gran parte dei bambini. Qui, fin dall'inizio, era chiaro dove stava la  verità – e la giustizia dalla prima inseparabile. La cura, così come proposta dai suoi ideatori, era, prima di tutto, correttamente impraticabile perché non esistevano informazioni precise sulla composizione del farmaco. Una premessa questa che precludeva ogni valutazione plausibile sul modo d'agire del trattamento oltre che impedire le indispensabili verifiche indipendenti. Quindi niente da proporre né da prendere seriamente in considerazione. Anche nel caso Stamina si è ripetuta quella che il filosofo della scienza Enrico Bellone chiamava, a proposito della cura Di Bella, "la sequenza di eventi politici, giudiziari […], con meditabondi pensatori che invocavano sulle gazzette il diritto democratico alla libertà di cura". Di nuovo, una questione da giudicare strettamente con i criteri della scienza è stata scompigliata dall'irruzione di valori estranei quali l'idea che si dovesse fare pur qualcosa in situazioni in cui la medicina corrente non aveva nulla da offrire, sentimenti di compassione legittimi di per sé quanto impropri nei modi con assessori regionali alla salute che si dichiaravano "dalla parte dei genitori dei piccoli pazienti" senza precisare in che maniera, sospetti di congiure da parte di avide industrie farmaceutiche ecc.  Anche qui è entrata in ballo la forza sotto forma di delibere parlamentari, decreti legge, decisioni giudiziarie che hanno permesso o imposto di praticare in alcuni casi un trattamento che non doveva essere mai praticato. 

E' comparsa qualche indicazione che in Italia il dissidio verità–violenza in medicina si vada fisiologicamente componendo, cioè in favore della verità. Riguardo ai vaccini c'è, ad esempio, un giudizio della corte d'appello di Bologna che ha corretto la già citata sentenza del tribunale di Rimini. E alla questione Stamina ha posto virtualmente fine una condanna penale ai due ideatori del metodo, una sentenza  in cui, secondo il procuratore di Torino che l'ha richiesta, "trionfano giustizia e scienza". Più che di trionfo parlerei di un modesto quanto doveroso ritorno alla ragione, tuttavia è un buon segno che un magistrato torni a parlare, propriamente, di scienza.




*Il rischio relativo (RR) è la probabilità che un soggetto appartenente a un gruppo esposto a determinati fattori sviluppi una malattia rispetto alla probabilità che un soggetto appartenente a un gruppo non esposto sviluppi la stessa malattia. Il concetto di RR si rivela utile quando si desidera confrontare la probabilità di malattia in due differenti situazioni o gruppi (M Pagano, K Gauvreau: Biostatistica, Idelson 2003 p 114).