martedì 3 giugno 2014

RICERCA MEDICA: PERCHE' TANTI FALSI POSITIVI? I



Nei tempi semipreistorici in cui studiavo medicina ricordo un docente che parlava di un farmaco nato per far ricrescere i capelli finito come depilatore. Di rimedi annunciati come efficaci o anche miracolosi (l'ultimo, il  costoso Tamiflu contro l'influenza aviaria) e dimenticati perchè mostratisi inutili o peggio è piena la storia della medicina. Le cause? Le vorrei dividere in due gruppi: 

1. Errore (bias) di comunicazione/pubblicazione
2. Errore di fondo

Ove "bias" sta per errore sistematico, volontario o no. Chi fa ricerca, tende a pubblicare i risultati positivi e lascia quelli negativi nel cassetto ("file-drawer effect"). Così fanno anche le riviste mediche e, comprensibilmente, la grande stampa i cui lettori leggono con piacere che è stato scoperta la cura della malattia X o del disturbo Y.
Naturalmente questo errore di comunicazione non potrebbe aver luogo senza l'errore di fondo che avviene quando il ricercatore esamina i risultati ottenuti e conclude, a torto, che il rimedio X funziona contro la malattia Y. Ora, buona parte di queste illusioni sono dovute all'uso non ben meditato della statistica corrente che esprime la significatività col cosiddetto p-value e che va sotto la qualifica di "frequentistica".
"C'è la significatività?" Se sì (ad esempio al p≤0.05 che è considerato il limite critico) si lascia capire che l'ipotesi in questione è provata - indifferentemente se essa è credibile o no. Le cose non stanno in questo modo semplicemente perchè il p-value, che è la moneta con cui la significatività viene quantificata, non può per natura provare niente. Esso infatti è una misura che riguarda l'avvenire, non il passato, ed esprime solo la probabilità di ottenere in futuro lo stesso risultato (o uno ancor più evidente) ripetendo lo stesso esperimento senza che ci sia alcuna differenza tra i parametri esaminati (in genere quelli espressi dal gruppo trattato e dal gruppo non trattato o di controllo).
Sicchè, riguardo all'esempio di cui sopra, se non ci fosse alcuna differenza fra i due gruppi e ripetessimo lo stesso esperimento indefinitamente la probabilità di ottenere lo stesso risultato (o uno ancora più netto) sarebbe molto bassa cioè 0.05 (corretto) il che vuol dire che la differenza appena osservata è reale (sbagliato). Perchè sbagliato? Perchè facendo ciò conferiamo al p-value un valore confermativo che per definizione non ha. Oltre a questo errore di metodo esiste una fonte costante di errori facile a capire facendo presente il parallelo esistente tra ricerca clinica e test medici quali gli esami di screening.
Negli screening il dato che interessa è la presenza/mancanza di una malattia in un gruppo di soggetti mentre nella ricerca clinica è la presenza/mancanza di una differenza significativa in un raffronto - in genere tra il gruppo trattato e quello di controllo.
In medicina lo screening sembra, a prima vista, invariabilmente una bellissima cosa. Appare ottimo esaminare una grande quantità di persone per vedere se esse hanno, allo stato latente, una malattia che possa così essere curata all'inizio. Invece lo screening può essere inutile e anche dannoso. Perchè? Perchè i metodi di diagnosi hanno margini di errore che spesso sono superiori alla frequenza (prevalenza) delle malattia per cui si fa lo screening.
Mi spiego. Quando esaminiamo 10,000 persone per vedere se hanno, allo stato ancora latente, una malattia la cui prevalenza è dell'1% non diagnosticheremo mai la malattia in tutte le 100 persone che ne sono affette poichè la sensibilità (capacità di reagire in presenza della malattia) del metodo che usiamo non è mai del 100%. Se la sensibilità è, mettiamo, dell'80% avremo 80 veri positivi e non riconosceremo la malattia in 20 pazienti che saranno falsi negativi. Queste 20 persone saranno a torto sicure di essere sane e potranno non allarmarsi ai primi segni della malattia quando essa si paleserà ritardando così le cure. A queste 20 persone lo screening avrà fatto un cattivo servizio.
Assai più dannoso può rivelarsi l'altro versante del problema: quello dei risultati falsi positivi. Se il metodo usato ha una specificità (capacità di non reagire in assenza della malattia) del 95%, i risultati veri negativi saranno 99000 x 0.95 = 9405, e i falsi positivi 9900 x 0.05 = 495. Facile capire l'apprensione ingiustificata delle 495 persone cui, a torto, viene detto che sono malate, il disturbo e la spesa di successivi esami e, talvolta, terapie ingiustificate. Allora, quando conviene fare uno screening? La questione è complessa e buon sunto dei pro e contro si trova a http://www.health.ny.gov/diseases/chronic/discreen.htm

Alcune regole sono intuitive. Eccone due. Innanzi tutto, la malattia in questione deve essere curabile se presa ancora in fase latente. Meglio ancora se prevenibile con appropriate misure igieniche. Non serve a nulla da un punto di vista medico sapere che un dì ci ammaleremo di corea di Huntington, una grave malattia genetica refrattaria ad ogni prevenzione e a ogni cura. E, naturalmente, la frequenza della malattia da scoprire prima che essa dia dei sintomi deve essere alta nella popolazione da esaminare. Questo per evitare l'inconveniente che i falsi positivi siano assai più numerosi dei veri positivi.

Fine della prima sezione. Nella seconda proverò a spiegare perchè, come negli screening è importante la prevalenza della malattia in esame, nella ricerca clinica è importante che l'ipotesi clinica da testare sia ragionevole e quindi abbia buone probabilità di essere vera se si vogliono evitare risultati falsamente positivi. 




sabato 26 aprile 2014

LA CHIAROVEGGENZA ESISTE (P= 0.01)


Nei preistorici anni quaranta era di moda la trasmissione del pensiero (telepatia) e noi bambinetti "giocavamo alla telepatia" pensando fortemente a qualcosa e tenendo per il polso (sinistro) un compagno di giochi cui volevamo trasmettere l'informazione. In genere si trattava di un luogo della casa dove avevamo nascosto qualcosa che il soggetto in esame immancabilmente trovava. 

Funzionava, dato che, inconsciamente ma non tanto, baravamo perchè cercando di comunicare il nostro pensiero, gentilmente conducevamo l'amico al nascondiglio. Oggi, assieme alla psicocinesi, cioè la facoltà di agire su (in genere spostare) oggetti col solo pensiero, e alla precognizione o chiaroveggenza, la telepatia forma un gruppo di "scienze"chiamato "Psi. In verità, credere alla Psi ci avvicina a Calandrino che pensava di diventare invisibile mettendosi in tasca l'"elitropia", una pietra raccolta dal greto del Mugnone, il fiumiciattolo che scorre alla periferia di Firenze.
  
Perchè? Perchè sono cose così improbabili da essere virtualmente impossibili. I motivi? Per dirne uno, c'è una formidabile prova del nove: a fare cose del genere l'umanità ci ha provato da sempre senza mai riuscirci. Si dirà: ma in massato ci sono stati episodi ecc. Grazie no, per fenomeni incredibili il passato fa poco testo: hic Rhodus hic salta. In verità non ci vorrebbe molto per credere ai fenomeni del Psi. Per la precognizione basterebbe un singolo soggetto che regolarmente dà una corretta e particolareggiata descrizione del futuro. Una persona così però non c'è tra i 7 miliardi e passa che abitano la terra - e se esistesse si saprebbe subito. Oltre a questa ragione estrinseca ce ne sono delle intrinseche tra cui la più convincente è forse quella della "freccia del tempo" (vedi poi). 

Oggi esiste la statistica inferenziale che ci aiuta ad accertare la verità, o meglio, a informarci su come probabilmente stanno le cose. Perchè non applicare questo strumento ai fenomeni del "Psi" e vedere che risultati otteniamo? Idea venuta a Daryl Bem, uno psicologo della Cornell University che nel 2001 ha pubblicato le sue ricerche in proposito in un articolo intitolato: "Feeling the future: Experimental evidence for anomalous retroactive influence on cognition and affect." Bem non esaminala telepatia ma l'altrettanto improbabile precognizione di eventi futuri che influenzerebbero le nostre azioni presenti. Si tratta di esperimenti compiuti su circa 1000 soggetti i quali dovevano predire particolari di immagini  che venivano mostrate in un secondo momento. Bem analizza i risultati usando la statistica classica (frequentista) e trova un p-value significativo (<0.01) in 8 esperimenti su 9. Conclusione: la precognizione esiste.

Penso che la Cornell University, la quale vanta tra tra i suoi passati associati 39 premi Nobel di fisica, chimica e medicina, non abbia impiegato bene i propri fondi finanziando un ricercatore scientificamente tanto, diciamo così, ingenuo da ideare e portare a temine un esperimento del genere. Perchè ingenuo? Perchè Bem non si è reso conto che un p-value<0.01 (tra l'altro "one-tailed", quindi più propenso a produrre la significatività) non prova neppure lontanamente l'esistenza della precognizione (in verità il P-value non "prova" nessuna ipotesi). Perchè?

Perchè alla base della statistica classica usata da Bem c'è un errore di fondo che è tollerabile, o per lo meno tollerato, solo quando l'ipotesi da provare è plausibile e quindi ha buone probabilità di essere corretta. L'errore è la cosiddetta fallacia di trasposizione: si deduce la probabilità che l'ipotesi in esame sia vera dalla bassa probabilità (p-value) di non osservare il risultato che si è ottenuto nel caso che non esista alcuna differenza tra i soggetti esposti all'intervento in esame e ai controlli. Ma, anche intuitivamente, il valore della prova varia da ipotesi a ipotesi. Esempio: una bassa probabilità che una diminuzione della pressione sanguigna non sia dovuta al nuovo beta bloccante che stiamo provando non è la stessa (è più alta - quindi addio significatività) se invece il farmaco in prova sono caramelle di menta o altre sostanze che presumibilmente non hanno alcun effetto ipotensivo.

Un gruppo di psicologi olandesi guidati da E Wagenmakers (W) ha analizzato i risultati di Bem arrivando alla prevedibile conclusione che si trattava di bollicine. L'articolo è molto tecnico ma i punti essenziali della critica sono chiari. Il difetto fondamentale è  quello già menzionato: Bem non ha prestato abbastanza attenzione alla fallacia di trasposizione usando la bassa probabilità del risultato ottenuto come sostegno a una ipotesi estremamente improbabile qual è l'esistenza della precognizione. Si dirà: ma com'è che sul p-value interpretato come probabilità a posteriori si fonda la maggior parte dei risultati accettati dalla medicina moderna? Giusto, ma il fatto è che finora è andata bene a servirsi del p-value (anche se ciò ha contribuito ai molti falsi positivi della letteratura) perchè nella medicina basata sulla scienza, quella che conta cioè, vengono di regola esaminate ipotesi scientificamente ragionevoli. Ma Bem testa una ipotesi irragionevole dal punto di vista scientifico, avente di conseguenza una probabilità infinitesimale o nulla di esser vera. In queste condizioni un risultato positivo indica solo che la ricerca, con ogni probabilità, è viziata da errore/i involontario/i o da bias.  W riesamina i risultati di Bem applicando loro una forma semplificata di statistica bayesiana che, a differenza della frequentista usata da Bem, prende in considerazione la bassa probabilità iniziale che la precognizione esista realmente. Risultato: solo un test dava chiaro sostegno all'esistenza della precognizione, 3 test davano chiaro sostegno alla non esistenza della precognizione (sic!) mentre gli indizi a favore forniti dai rimanenti test erano da considerarsi accidentali o degni appena di nota. 

Un'altra critica mossa da W è che Bem ha tratto precise conclusione da uno studio "esplorativo" e non "confermativo". In altre parole, i risultati di Bem, oltre ad essere improbabili, sono del tutto nuovi e quindi è ancor più difficile trarre conclusioni definitive da essi. E infatti, successivi esperimenti volti a ripetere quelli, o analoghi a quelli di Bem non ne hanno confermato i risultati

A questo punto una domanda viene spontanea: è accettabile impiegare tempo e denari (in genere pubblici o in forma di grants privati) per esaminare qualsiasi ipotesi pur bizzarra e inverosimile che sia? Penso di no se si impiegano persone, e forse anche animali, come materiale d'esperimento. Purtroppo, in medicina sono "quasi" impossibili i "Gedankenexperiment" o esperimenti mentali cari ai fisici, che non costano nulla perchè non vengono attuati in realtà ma solo immaginati e i loro risultati calcolati base alle leggi della fisica e della chimica. Ho detto "quasi" impossibili perchè il ragionamento per assurdo è in fondo un esperimento mentale e può, se vogliamo, essere applicato ai fenomeni del Psi. Secondo questo metro se esistesse la precognizione seguita da un comportamento condizionato da essa bisognerebbe che si invertisse la "freccia del tempo", un evento ritenuto impossibile dai fisici dato che in natura si procede fatalmente dall'ordine al disordine: la seconda, ferrea, legge della termodinamica implica che in un sistema isolato ogni progresso comporta una asimmetria irreversibile.

Oltre a concludere che non esiste alcuna prova dell'esistenza della precognizione W afferma che il p-value è una misura inadatta a valutare fenomeni improbabili come quelli sul Psi. Analoga conseguenza può essere tratta quando vengono studiati interventi medici fondati solo su autorità e tradizione (omeopatia, agopuntura ecc).


venerdì 14 marzo 2014

"IO SONO CAPRICORNO (E YANG). E TU?"


Chi scrive è del Capricorno anche se non dà importanza a questa appartenenza perchè, come noto, i nati nel Capricorno non credono all'oroscopo. Mi preoccupa però di ignorare se sono Yang (o Ying) dato che, secondo quanto ho appreso di recente, queste due condizioni hanno differenti influenze sulle malattie e sulla loro cura, e quindi è bene farlo sapere al medico curante.

Per fortuna ho trovato in rete un articolo che mi consente di colmare questa lacuna. Si tratta di uno studio condotto nell'Università cinese di Hong Kong intitolato "Associazione tra costituzione povera di Yang e l'esito della multiterapia antiretrovirale nella cura dell'AIDS" e pubblicato nel 2103 sulla  rivista mensile Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine.

Come noto, secondo la Medicina Tradizionale Cinese, una energia vitale "Chi" circola nel nostro corpo entro canali ipotetici la cui ostruzione sarebbe causa di malattia. Esistono due forme di Chi lo “Yin” e lo "Yang" (l’ortografia non è uniforme) in diametrale opposizione tra loro. La caratterizzazione data a queste due forze non è esattamente un modello di ciò che oggi si chiama politicamente corretto poichè conferisce al Yin il sesso femminile cui poco galantemente vengono appioppate proprietà negative quali passività, freddezza, oscurità, mentre il maschile "Yang" avrebbe le qualità positive di attività, calore, luce ecc.

L'idea di differenti costituzioni corporee, importanti in salute e malattie, è fondamentale nella medicina tradizionale cinese. Teorie del genere circolavano in Europa fino a cento anni fa: in Italia ebbe un periodo di popolarità la teoria dei biotipi basata su misurazioni corporee (tipo longinileo, brevilineo, stenico, astenico ecc) di cui sentivano ancora parlare gli studenti di medicina degli anni cinquanta e che era propugnata dal clinico Achille De Giovanni e dal suo allievo, l'endocrinologo Nicola Pende. Da noi però queste dottrine, "come nebbia al vento si dilegua", sono scomparse senza lasciare traccia, il vento essendo stato il rapido sviluppo delle scienze mediche di base.

Allora, come di fa a sapere se siamo Yin o Yang? Secondo l'articolo cinese, basta rispondere ad alcune domande come quelle qua sotto che gli autori dell'articolo hanno fatto ai soggetti studiati. Difficile capire che connessione le domande possano avere con le malattie come le intendiamo oggi - tra l'altro le prime quattro domande avrebbero potuto condensarsi in questa una: "Sei freddoloso?" Eccole comunque:

1. Vi sentite fredde le braccia e le gambe?

2.  Siete soggetti a sentire il freddo allo stomaco, vita, schiena?

3.  Siete particolarmente sensibili al freddo e usate vestiti più pesanti degli altri? 

4. Siete particolarmente sensibili all'aria fredda da condizionatore e/o da ventilatore?

5. Siete più soggetti degli altri a raffreddori e influenza?

6. Vi danno fastidio i cibi e le bevande fredde?

7. Soffrite di diarrea dopo cibi e bevande fredde?

Le sette domande sono state poste a 197 pazienti pregandoli di valutare, dando un voto da 1 (perchè non da 0?) a 5, la loro sensibilità al freddo. Voti complessivamente bassi denotavano una deficienza di Yang. Fatte le somme, gli autori si sono messi a caccia di associazioni statisticamente significative mettendo in azione la macchina del P-value. Ora, i P-value ≤0.05 possono paragonarsi a pesciolini rari ma non troppo che nuotano nel mare del caso e che gettando la rete un numero sufficiente di volte si arriva prima o poi ad acchiapparne qualcuno. Applicato così, il metodo è ingannevole perchè con esso si può provare tutto, fino a dimostrare che il colore delle gelatine di frutta è statisticamente (p≤0.05) collegato con l'acne. Consultare il divertente sito per vedere come si fa.

Nessuna meraviglia quindi che i nostri volenterosi autori abbiano trovato,tra le tante, un paio correlazioni statisticamente significative allo ≤0.05. Quali? La deficienza di Yang é direttamente correlata alla mortalità da HIV durante la terapia antivirale e agli effetti collaterali ad essa collegati. 

D'altra parte però, chi ci assicura che queste correlazioni sono un prodotto del caso e che quindi sono inesistenti? Nessuno, e infatti sarebbe giusto non trascurare del tutto il risultato e intraprendere una nuova ricerca diretta a confermare o smentire solo questa associazione. Va detto che gli autori sembrano consci di tale indicazione e infatti precisano che la costituzione povera di Yang "ha la potenzialità di essere elaborata come mezzo per calcolare in precedenza questi sviluppi sfavorevoli". In altre parole "nuove ricerche sono necessarie", un ritornello che qui ha ragione di essere. 

Il problema però è un altro (frase comune) ed ha le dimensioni del terribile Pesce-cane di Pinocchio che, come tutti sanno, era più grosso di un casamento di cinque piani. Ed è che non sappiamo se le costituzioni Ying e Yang esistano davvero con la conseguenza che mettersi a fare misurazioni su queste entità senza prima di saperne l'esistenza è fare scienza per finta. "Ma ce lo dice l'antica saggezza cinese!", dirà qualcuno. Ottimo, ma in scienza non basta, qui occorrono fatti.




Come sosteneva il moralista e scrittore di scienza Bernard de Fontenelle (1657-1757), vedi sopra effigie sul francobollo, è bene assicurarsi che il fatto esista realmente prima di mettersi a ricercarne la causa ("assurons-nous bien du fait avant de nous inquiéter de la cause") e, aggiungo io, le eventuali correlazioni.

martedì 11 febbraio 2014

"GUARIRE CON LA MEDITAZIONE". COSI' FOSSE!



Il filosofo della scienza Ludovico Geymonat non aveva una grande stima della cosiddetta filosofia naturale che considerava un "abbandono alle forze sfrenate della fantasia che ha prodotto le più ridicole assurdità". Questo modo di pensare nacque nella Germania di fine settecento ove prese il nome di "Naturphilosophie". Esso presupponeva l'unione dello spirito con la natura alla quale veniva attribuita una  specie di intelligenza inconscia e una capacità intrinseca di manifestarsi ed evolvere in ogni sua forma secondo schemi preordinati. "La natura non lo sa ma è intelligente", sosteneva Friedrich Schelling, il filosofo idealista che fu il principale propugnatore di questa dottrina.

L'idea di attribuire alla natura proprietà spirituali era adatta a soddisfare l'uomo cui è sempre seccato di vivere in un mondo senz'anima che lo ignorava. Questo gradimento è forse il motivo principale per cui aspetti della "Naturphilosophie" sopravvivono ancor oggi. Uno di questi aspetti è il concetto di "olismo" che negando il dualismo corpo-anima dichiara improprio ogni studio sull'uomo rivolto solo a una di queste componenti.

Va detto che la sopravvivenza della filosofia naturale non è certo dovuta alla sua utilità pratica dato che essa, come nota Geymonat, ha indotto molti suoi adepti a errori. Uno di essi è la teoria dei colori di Goethe il quale, attribuendo qualità spirituali alla luce fisica, affermava che la luce bianca "doveva" essere immacolata per natura e non risultare da una mescolanza di colori come invece aveva mostrato Newton. Goethe persistè nell'errore argomentando a lungo contro le "unwähre und kaptiöse" (false e capziose) concezioni del sommo fisico e prendendo così un notevole granchio. Eppure nel "Faust" Goethe fa dire a Mefistofele: "Disprezza intelletto e scienza e sarai mio per sempre".

Patria di origine della "Naturphilosophie", la Germania è oggi la ovvia sede della "medicina naturale", un approccio terapeutico che si propone di conservare e recuperare la salute con l'assecondare la benefica azione della forza vitale in noi piuttosto che con gli interventi della medicina moderna. A questo proposito la rivista "Der Spiegel" ha pubblicato nel 2013 un articolo intitolato "Der heilende Geist ("Lo spirito che guarisce") e che ha come sottotitolo: "Medicina: sani con la meditazione e il rilassamento". Che bella cosa: addio esami clinici scomodi e medicine rischiose.

Lo Spiegel è una rivista seria e in genere merita la fatica di penetrarne il tedesco  che è più difficile della già difficile media di questa lingua. Nell'articolo si afferma in essenza che la nostra mente è capace di promuovere fisicamente la guarigione dalle malattie grazie alla sua diretta connessione con la materia corporea. E come? Uno dei modi è la meditazione orientale come illustra la lievitazione dell'uomo assorto in pensiero raffigurato nella copertina. In essenza l'articolo consta di 17 interviste fatte a psicologi e medici tedeschi e americani, tutte esprimenti sostegno più o meno diretto a queste tre tesi:

1. La mente (anima, spirito, pensiero) è organicamente connessa con il corpo

2. La mente ha la capacità di influenzare il corpo in vari modi

3. Questa influenza può essere sfruttata nella cura di varie malattie principalmente per mezzo della la meditazione

Va detto per prima cosa che l'unanimità degli intervistati nel sostenere questi tre punti è sospetta: nelle questioni mediche accade raramente che tutti siano d'accordo e questo vale in modo speciale per le tesi dell'articolo sulle quali esistono molti distinguo e in qualche caso notevole scetticismo. Avere incluso nell'articolo alcuni dati e testimonianze discordanti avrebbe giovato alla sua credibilità.

La interviste possono essere riunite in quattro gruppi in base al tipo di disturbo che secondo l'articolo può esser influenzato favorevolmente dalla meditazione.

1. Depressione: 5 testimonianze. I tipi di meditazione citati sono orientali come Yoga, Tai-Chi, Qigong. Si fa anche cenno a effetti sul cervello prodotte da questi metodi   che sono documentabili con metodi neuroradiologici.

2. Malattie corporee: 5 testimonianze secondo una delle quali la meditazione sarebbe efficace nei disturbi del ritmo cardiaco, e secondo un'altra sui sintomi del morbo di Parkinson. Vengono citati anche risultati epidemiologici che mostrano una relazione  diretta tra situazioni familiari ed economiche favorevoli e longevità. Anche qui vengono citati risultati neuroradiologici che documentano un effetto della meditazione sul sistema nervoso centrale.

3. Dolore: 3 testimonianze. La meditazione è utile nel dolore in generale e in alcuni casi specifici come il diffusissimo dolore lombare cronico ("low back pain"). 

4. Due interviste riguardano anche i benefici effetti che può avere una informazione adeguata a pazienti prima di un importante intervento chirurgico, ma qui davvero non si dice una novità. Tra l'altro l'indispensabile consenso informato del paziente a ogni intervento medico presuppone una soddisfacente informazione.

L'articolo è in fondo una riedizione aggiornata di vecchie concezioni cui si è aggiunto il lato glamour dal ricorso a cure esotiche. Purtroppo non esistono ancora prove convincenti che la forza di volontà abbia di per sè il potere di farci recuperare la salute fisica. I risultati positivi di cui parla l'articolo riguardano sintomi soggettivi e sono probabilmente conseguibili con una comune psicoterapia. Interessanti ma da confermare i risultati ottenuti con tecniche radiologiche speciali che documentano l'influenza della psiche su speciali aree del cervello. Un esempio di ciò è una indagine citata dall'articolo in cui la risonanza magnetica mostrava che dopo un periodo di meditazione aumentava la sostanza grigia in una zona cerebrale importante per l'apprendimento e la memoria mentre la diminuiva in un'altra devoluta all'ansietà e allo stress. Dato interessante ma da accettare con cautela perchè documentare con la neuroradiologia eventuali effetti sul cervello di malattie psichiatriche o interventi terapeutici è un'area di ricerca tra le più aleatorie e inquinate da falsi positivi.

Lontana dall'esser provata è anche l'asserzione, menzionata nell'articolo, di due psicologi americani, Humphrey e Skoyles, per cui l'ottimismo e la fiducia hanno una forte influenza benefica sulla salute. Certo è plausibile che ottimismo e fiducia aiutino nella gestione di una malattia e ne influenzino positivamente il decorso ma ciò avviene per vie indirette ad esempio incoraggiando l'osservanza delle prescrizioni sulla condotta di vita da tenere e la regolarità nella assunzione dei medicinali.   

Credibili sono i dati che mostrano una influenza favorevole della meditazione su dolore e ansietà. Nulla di straordinario tuttavia perchè questa azione benefica è facilmente spiegabile col solito effetto placebo e connessa secrezione nel nostro cervello di oppioidi endogeni o endorfine. Attenti poi a non cadere nell'errore di attribuire al presunto fondamento di una cura effetti che invece sono prodotti dai suoi aspetti esteriori. Nel caso della meditazione il messaggio più o meno esplicito di chi la propone è che essa funziona grazie all'influenza diretta che la mente ha sul corpo. Tutto invece fa supporre che l'influenza sia indiretta: ad agire non è la meditazione in sè ma il rituale esotico che la accompagna e che genera l'effetto placebo.

Da qui si comprende la contraddizione alla base di questa terapia. I suoi sostenitori cercano di diffonderla provando ad armonizzare le tecniche di meditazione del buddismo e dall'induismo con le fredde regole della medicina moderna senza avvertire che così facendo rendono inefficaci questi interventi perchè li privano della capacità di generare il solo effetto di cui essi sono capaci che è l'effetto placebo. Una conciliazione tra l'altro difficile dato che queste tecniche sono basate su autorità e tradizione, due principi in diametrale contrasto con quelli della medicina basata sulla scienza. Per non parlare del comico spettacolo di confusi pazienti, spesso attempati e in sovrappeso, che si ingegnano ad assumere le scomode posture degli asceti orientali.